OLINDO GUERRINI.
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BRANI DI VITA.
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Parte 2.
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1917. Nicola Zanichelli Editore, BOLOGNA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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INDICE di questa parte.
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Il quarto Sacramento.
In vacanza.
Sul Moncenisio.
Un dilemma.
Da capo.
Un'ora di pessimismo.
Natale.
Il Natale nella lirica.
Per Comacchio.
Sulle scene.
In sogno.
Come baciai il piede a Pio Nono.
Tempo di vendemmia.
In memoria di Emilio Zola.
La Fossalta.
Aurelio Saffi.
Il centenario del Liceo Rossini in Bologna.
Le staffette.
In sella.
A Loreto.
Un bacio di Garibaldi.
"Suum cuique tribuere".
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LIBRO SECONDO. POLEMICHE.
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Per un sonetto.
Magistratura.
La verit ha camminato.
L'imitazione e Giacomo Leopardi.
Di nuovo.
Gli ultimi anni di Giacomo Leopardi.
Polemiche intorno al Leopardi.
Matti e mattoidi.
Di nuovo i matti.
Di Ser Pietro Giardini.
Ad un giornale.
Commiato.
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FINE Indice.
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IL QUARTO SACRAMENTO.
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Quando ci alzammo da tavola il colonnello era di buon umore.
Un po' di epicureismo inteso bene spianerebbe le rughe in fronte anche al profeta Geremia, quello delle lamentazioni; figuratevi se non ci sentivamo allegri noi, facendo cerchio intorno al fuoco e aiutando il chilo con un ponce squisito. Fu allora che il colonnello, tra le altre storielle, ci narr questa.
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Una volta, ho commesso un'azione poco delicata, e siccome le birbere si tirano una coll'altra come le avemarie, fodero l'indelicatezza con una indiscrezione. Capirete per, che almeno i nomi non li dico.
Prima del 1859, e pur troppo anche ora, le nostre famiglie tenevano in casa un prete che faceva da pedagogo e da maestro ai ragazzi. Il prete di casa mia, un tal don Paterniano, non aveva nulla che lo distinguesse da' suoi colleghi. Era asino come loro, ghiotto e sudicio quanto impongono i canoni e la consuetudine; ma non era cattivo e, quando nel 1860 scappai di casa per andare in Sicilia, il pensiero di lasciare il mio pedagogo non mi affliggeva certo, ma nemmeno mi rallegrava.
Dal 1860 al 66, accaddero tante cose che non giova raccontare. Basta che tornai capitano e mi trovai solo. Anche lo zio, l'unico parente che portasse il mio nome, era morto proprio il giorno dopo alla battaglia di Sadowa. Tornai con un permesso di sei mesi per guarire la lussazione che avevo riportata a Custoza, ma in verit la lussazione pi grave l'avevo dentro.
Ricorderete tutti i terribili disinganni che ci colpirono allora; i disinganni della guerra e quelli della pace successiva. Ma per noi militari, l'amarezza era pi grave. Ci pareva di esser responsabili verso alla nazione dell'accaduto e, a tutti i dolori, si aggiungeva un penoso sentimento quasi di vergogna immeritata, che ci faceva sospettare un accusatore in ogni conoscente che rivedevamo. Io poi, che tornavo con una volgare lussazione gi mezzo guarita! Altri almeno poteva mostrare con orgoglio le cicatrici del proprio dovere; io ritornavo a casa ingrassato!
E la mia casa era deserta! La custodiva solo il portinaio che non conoscevo e, passando per quelle ampie sale silenziose, non sentivo altro che il rumore de' miei passi, di cui si maravigliavano i ritratti dei vecchi di casa, i quali mi seguivano con gli occhi come se fossi un estraneo. Finii presto le faccende che avevo da mettere in regola col notaio e mi trovai con la bella prospettiva di cinque mesi di noia futura. Che fare?
Nel rovistare le carte della successione, avevo trovato alcune lettere di don Paterniano, nelle quali comunicava al mio povero zio la sua promozione a superiore del convento di Monte Stella vicino a X. Infatti il mio antico pedagogo si era fatto frate camaldolese e si chiamava ora padre Romualdo.
A leggere quelle lettere, mi venne la matta idea di farmi frate provvisoriamente e di gustare la pace profonda del monastero.
Ero tanto angustiato di quel ch'era accaduto, ero tanto annoiato di quella solitudine in cui mi trovavo per forza, che pensai a farmi solitario sul serio per qualche mese, sperando di riprendere forze morali e nuova capacit d'illusione e d'entusiasmi.
Scrissi dunque a padre Romualdo chiedendogli se mi accettasse come frate dilettante, obbligandomi a pagare il mio mantenimento e a non turbare per nulla le consuetudini e gli scrupoli dei suoi frati.
Il padre mi rispose lietissimo, dicendomi che mi aspettava a braccia aperte; mi chiedeva quanti metri e centimetri fossi alto per farmi fare la tonaca subito; mi avvertiva di lasciar crescere la barba e, nella poscritta, insinuava che quanto a vitto starei bene, ma quanto a bere avrei agito prudentemente cercando di portar meco qualche bottiglia, poich la cantina del convento era vuota, imponendo la regola di bere acqua pura.
Questa raccomandazione mi fece ridere, poich mi ricordai che padre Romualdo, quando era don Paterniano, beveva spesso e volentieri, preferendo il vino buono a qualunque altro liquido.
Il convento di Monte Stella  sopra un colle che domina la citt e il mare. A mezzod si apre larga e verde una valle, dove il fiume irriga i giardini e i campi, mentre, verso ponente, i monti, vestiti di querce e di castagni, digradano in colore sino a divenire azzurri all'orizzonte. E' uno di quei luoghi come i frati hanno sempre saputo scegliere vicino alle citt, vale a dire un luogo incantevole.
Il convento, ceduto al Municipio dal Governo, non  fatto per la vita in comune, ma composto di tante piccole casette, una per ogni frate. Cos vuol la regola. Ogni casetta ha tre camere e un piccolo giardino chiuso da un alto muro; ma quella che mi fu assegnata guardava la valle e, da quel lato, non era chiusa che da un parapetto, sotto al quale il monte scendeva a picco. Le casette fanno corona alla chiesa, dietro cui sta un magnifico bosco. Tutto questo villaggio religioso  circondato da un muro e non si pu entrare se il frate portinaio non apre il cancello.
Padre Romualdo mi accolse proprio come mi aveva annunciato: a braccia aperte. Giunsi la notte ed egli mi condusse subito alla casetta che m'aveva destinato. Volle che mi vestissi subito da frate, mi preg di parlar poco con gli altri frati (erano tre in tutto e addetti ai servizi umili come la loro intelligenza: il cuoco per conosceva profondamente l'arte sua), di farmi servire da loro senza riguardi e altre raccomandazioni dalle quali credetti di capire che il padre m'avesse fatto passare per un pezzo grosso dell'ordine, venuto in incognito. S'inform de' miei bagagli che dovevano venire al mattino e io l'avvertii di far scaricare con giudizio le casse per non rompere le bottiglie. Mi dette la buona notte e io, dopo aver fumato un sigaro nel giardinetto, mi coricai sul lettuccio monastico che mi concesse un sonno beato.
Al mattino, mi levai di buon umore e, mentre stavo odorando i fiori del giardino e guardando gi l'immensa valle da cui salivano le nebbie mattutine, sentii alcune voci dominate da quella di padre Romualdo che gridava:
- Piano! giudizio con quelle casse di libri!
Le casse di libri furono presto nel mio appartamento e sapete gi che erano delle migliori edizioni di Bordeaux, di Brolio, di Barolo, di Capri e di altre regioni propizie all'enologia.
Mi sentivo benissimo. La stranezza della mia posizione, la cucina eccellente, la tranquillit intima, la stessa volutt che provavo nelle ore calde sedendo sotto l'ombre fitte del bosco con la sola camicia e la leggera tonaca di lana bianchissima, la quale si presta tanto bene alle carezze intime delle brezze montane, tutto insomma contribuiva a far di me un vero frate, insensibile a ogni seccatura del mondo esterno, annichilito nella pace della vita animale. Padre Romualdo mi prodigava le finezze e le attenzioni pi delicate e gli altri frati mi rispettavano silenziosamente, facendomi certi profondi inchini cui corrispondevo con un sorriso di degnazione. Un giorno feci un complimento al cuoco il quale, commosso mi baci la mano.
Dopo una settimana di quella vita beatamente epicurea, cominciai a sentire che c'era pure qualche cosa che non andava. Quando mi alzavo al mattino e nel mio giardinetto fumavo un sigaro contemplando la valle, la citt e il mare, avevo dei momenti grigi che tendevano tutti i giorni a farsi pi scuri e provavo un senso di vuoto, di insoddisfazione, che diventava sempre pi nervoso e penoso. Mi mancava l'eterno femminino. Quando sentivo un canto di villana salir dalla valle al mio giardinetto, avevo gi certi spasimi interni che incominciavano a disgustarmi della vita contemplativa.
Padre Romualdo tutte le sere veniva nella mia casetta. Aveva preso confidenza e fumava e beveva come se la regola glielo imponesse. Mi raccontava alle volte certe storielle grassocce che lo facevano ridere sino alle lagrime e si rovesciava sul seggiolone tenendosi la pancia e sgangherando le mascelle. Il buon padre si sentiva sovrano e padrone di Monte Stella e, poich i suoi tre fraticelli lo servivano come un pasci, egli si era liberato sempre pi dai lacci monastici e ho il sospetto che peccasse e si assolvesse da s. Certo lass, in quel monastero venerato da tutta una regione, egli solo aveva facolt di confessare.
Una sera gli contai le mie nuove tribolazioni che egli accolse con uno scoppio di ilarit. Lascio i commenti aretineschi che vi fece sopra. Egli era oramai giunto in et da non soffrire come soffrivo io, ma mi narr, con molta evidenza, le sue lotte passate, le sue vittorie contro la tentazione, dove qua e l mi parve di scorgere qualche restrizione e qualche bugia. La confessione era il suo tema prediletto e mi narrava le marachelle che aveva sentito dalle donne, i casi di coscienza che aveva dovuto sciogliere, le sue soluzioni e una filza di aneddoti pornografici che lo facevano sussultare dalle risa sopra la scranna, mentre io senza volere, ogni volta pi l'ascoltavo volentieri.
Una sera aveva bevuto pi del solito e cominciava a perder l'erre. Bussarono alla porta del giardino e il padre dalla sua sedia chiese ad alta voce: - Chi ? - Un fraticello rispose: - La contessa Y che si vuol confessare. Il padre brontol sottovoce alcuni spropositi grossi, poi grid che la introducessero in chiesa a far l'esame di coscienza, che tra poco sarebbe venuto.
Torn a spropositare. Erano ore quelle da venire a romper le tasche a un povero servo di Dio? Benedette donne, che fanno i peccatacci e seccano la gente a tutte l'ore per farseli perdonare! E via di questo passo. Io ebbi un'idea luminosa e gli dissi: - Vuoi che vada io? - Prima credette che scherzassi, ma dopo che gli ebbi mesciuto un bicchiere di Capri traditore, cominci a ridere della burla e fin col consentirmelo, facendomi fare i pi terribili giuramenti di segreto. Gli sturai un'altra bottiglia e uscii.
In parola d'onore, ero meno commosso a Milazzo quando sentii a fischiare le palle la prima volta. Si ha un bell'essere capitano di cavalleria, ma l'idea di confessare una signora, che sapevo giovane e bella, mi faceva un certo effetto.
Passai dalla sagrestia e mi misi la cotta e la stola, tirandomi il cappuccio bianco pi avanti che mi fosse possibile. Ero sicuro di non trovare in chiesa altro che la mia penitente; ero certo di farla franca, ma insomma un po' di tremarella l'avevo.
La chiesa era scura scura, poich i piccoli lumicini che ardevano davanti agli altari non rompevano le tenebre. Un odore d'incenso, d'umidit fresca e di fiori empiva ogni cosa e, nel silenzio profondo e solenne, sentivo il rumore dei miei sandali e mi veniva quasi la voglia di camminare in punta di piedi. Tuttavia, curvo e con le mani immerse nelle larghe maniche, mi diressi al confessionale. Vidi un'ombra nera chinata sopra un inginocchiatoio, mi chiusi dentro e tirai la tendina.
Avevo sempre addosso quella benedetta emozione che mi faceva battere il cuore, ma appena fui seduto mi venne quasi voglia di ridere A un tratto, al finestrino di sinistra, la parte del cuore, sentii una voce bisbigliare il Confiteor. Per vostra norma la contessa era una bella bruna di venticinque anni, maritata, alta, ben fatta, in fama d'essere spiritosa, ma severissima in riga di galanteria.
- Figlia mia, siete al tribunale della penitenza. Confessate con sincerit piena e contrita le vostre colpe a Dio che le ascolta e ricordatevi che quel che deporrete a questo santo tribunale rimane un segreto tra voi e Dio soltanto.
- Padre, mi accuso del peccato di superbia. (Cominciamo dal primo dei peccati mortali, dissi tra me. Quando parlava, sentivo il tepore del suo alito passare tra i buchi della graticola).
- Ditemi, figlia mia, le circostanze di questo peccato, perch possa misurarne la gravit. Siete voi stata vana del vostro nome, delle vostre ricchezze o del vostro corpo?
- Di tutti e tre, padre. (Ahi! ahi!)
- E questa vostra colpa si  tradotta esternamente con atti, con sguardi, o con parole?
- Mi accuso di essermi guardata troppo volentieri nello specchio, e... (titub un poco) specialmente uscendo dal bagno... (Sacripante! Domando io se sono cose da contare a un capitano di cavalleria che fa vita monastica e rimpiange terribilmente l'eterno femminino! Cominciavo a spaventarmi).
- Male, figlia mia. Dio non v'ha dato un bel corpo per compiacenze peccaminose, ma perch serva a sua eterna glorificazione. (La frase era stupida. Cominciavo a impaperarmi. Avevo una gran voglia d'insistere e di domandare particolari pi minuti, ma temetti di eccedere. Ci fu un breve silenzio).
- E sopra il secondo peccato, l'avarizia, avete nulla da dire?
- No, padre, non mi pare d'esservi caduta.
- E... e sopra al terzo... Vediamo: siate sincera. Pensate che quel che affidate al tribunale della penitenza rimane segreto, suggellato con sette suggelli, e riflettete che le domande che vi far non vengono da curiosit indiscreta, ma dalla necessit in cui si trovano i ministri del Signore di pesar bene tutte le circostanze, per conoscere e giudicare la gravit del peccato.
- S, padre; mi accuso di aver .... . . .
Angeli e ministri di grazia! La contessa non era severa; no, no: era prudente!
Quando le ebbi data l'assoluzione e i sette salmi penitenziali da dire, scappai, ch mi pareva d'aver le fiamme nelle ossa. Padre Romualdo russava sul mio letto e io cominciai a radermi la barba per presentarmi il domani alla contessa.
Stetti in citt un mese, radunando con la contessa i materiali di una futura confessione. Padre Romualdo l'avr assolta, ma a me  sempre rimasto un mezzo rimorso. Mi pare che il sorprendere cos i segreti di una signora non sia troppo delicato.
Raccontarveli, poi!
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IN VACANZA(4)

Julianehaab, (Groenland occidentale)
1 agosto 1903.
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Stimatissimo Signore,
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Poich Ella ha la cortese ingenuit di credere che i suoi lettori possano esser curiosi de' fatti miei, rispondo di buon grado alle sue domande.
Passo le mie vacanze estive qui, nella Groenlandia occidentale, a Julianehaab, piccolo porto in fondo a un fiord o canale di mare, tagliato a picco nei monti nevosi; in un albergo di legno, ma fornito di ogni comodo; fabbricato ed esercitato da uno svizzero, il signor Meisterhoff di Zurigo. La clientela estiva (poich l'albergo Green H"tel si chiude coll'agosto)  quasi tutta di inglesi e di svedesi. Di meridionali non ci siamo che io e S. E. il cardinale Vives y Tuto che si ristora delle fatiche del Conclave. Bench in molte cose non andiamo d'accordo, pure la latinit della razza ci riunisce e, sciabolando a vicenda la lingua di Dante, di Cervantes e di Cicerone, c'intendiamo. S. E. mi ha raccontato molte storie del Conclave, ora tragiche, ora comiche, ma io non voglio abusare della sua confidenza e qui non  il posto.
Mentre le scrivo, l'orologio dell'albergo suona le ventitr. A Milano  notte fitta, ma qui, dove in questa stagione il sole non tramonta mai, veggo il suo disco leggermente roseo che rade il mare all'orizzonte senza tuffarcisi.
Sulla spiaggia, alcuni di questi inglesi hanno pagato due bottiglie di acquavite agli Esquimesi per godere una corsa di kajaks. E i kajaks sono certi sandolini fatti con un'armatura di legno leggero e coperti di pelli di foca. Il rematore quando  seduto, si abbottona le pelli sino al mento, cos che il sandolino e la persona diventano una cosa sola. Fanno cose incredibili! Li vedo spesso rovesciare s stessi e il sandolino di fianco e, girando sotto, raddrizzarsi in un lampo dall'altra parte. Quando si vede il fondo del sandolino a galla, si rimane senza fiato, ma la testa lucida dell'esquimese appare subito, e il sandolino si raddrizza e via, come se niente fosse. Domenica scorsa ci si prov uno svedese, ma, quando fu a capofitto, non riusciva pi a rilevarsi. Fu soccorso prima di annegare e ci vollero molte frizioni esterne ed interne (brandy) per rimetterlo in sesto.
Dietro all'albergo c' il monte dove comincia l'indlansis, cio l'immenso ghiacciaio che copre tutta la Groenlandia, salvo le spiagge, dove il mare reca un tepore relativo in questa stagione. Ne feci la salita alcuni giorni sono con una guida Esquimese che biascica qualche parola inglese, e si chiama Tapioca. I nevai erano un po' fradici ed anche con gli sky si affondava.
Salvo la vista del mare dove nuotavano fitti i massi di ghiaccio galleggianti, non c'era cosa che meritasse la pena. I ghiacciai sono pi ineguali ed aspri dei nostri, ma meno pericolosi perch hanno meno crepacci. La parte migliore della gita fu una coscia fredda d'orso bianco arrosto, lardellata di ventresca di foca. Non so se fosse l'appetito, ma mi parve un cibo da cardinale. Tapioca fu del mio parere. E' miracoloso quel che uno stomaco esquimese pu contenere in fatto di solidi e di liquidi! Ci furono dei momenti in cui guardavo Tapioca con terrore. Chi sa mai! Se fosse cannibale?
Fra i camerieri dell'albergo c' un giovinotto di Abbiategrasso che non mi parla mai e mi sfugge. Forse teme che io gli domandi quali casi l'abbiano condotto fin qua. Rispettiamo il pericoloso mistero!
Tutt'insieme questi quindici giorni trascorsi tra i 60 e 61 gradi di latitudine, tra i capi Farewel e Desolation, mi hanno abbastanza ricreato. Due cose per non mi lasciano buona memoria; il sole di mezzanotte e gli Esquimesi.
Questo sole che non tramonta mai, mi turba i sonni. Veglio, come ora, a mezzanotte e dormo a mezzogiorno. Ho perduto la nozione esatta del d e della notte e questa interruzione di un'abitudine pi che cinquantenne spesso mi d sui nervi. Ma deve esser colpa mia. Sento infatti nella camera qui accanto S. E. il cardinale Vives y Tuto che russa, se non armoniosamente, almeno placidamente. A lui il giorno implacabile non reca noia. Ha sofferto un poco nel doversi avvezzare alla birra, perch qui non c' che vini di lusso a prezzi mostruosi e lo sento ancora brontolare: "maldita cerveza!" Ma ora la beve bene.
Quanto agli Esquimesi, sar meglio non parlarne. L'unto che li vernicia, il puzzo d'olio di pesce che li avvolge e altre non belle cose che taccio, consigliano il silenzio.
Dico solo questa, che Tapioca, l'Esquimese semicivilizzato, mangia colle dita e si pulisce il naso... Il resto lo dir un'altra volta.
Che cosa ho fatto qui? La cura dell'ozio che mi fu raccomandata dai medici. Ma i ghiacci cominciano a diventar fitti all'ingresso della baia e domani partiremo quasi tutti col postale per Troms"e.
Imagini, se dovessi rimaner bloccato dall'inverno, coll'albergo chiuso, a svernare cogli Esquimesi!...
Parto dunque domani: anzi oggi, poich il sole  alto e suona il tocco dopo mezzanotte.
Mi creda se mi vuol credere.
SUL MONCENISIO


Un toscano, cadendo di bicicletta (e speriamo che ci non sia mai!) dir di aver dato un pattone. Un lombardo, afflitto dalla stessa sciagura (ed anche questo non sia mai!), dir d'aver fatto una toma. Ora, a dispetto di tutti i pregiudizi cruschevoli o manzoniani, parla meglio il lombardo, poich tomare nel significato di cadere a capo fitto e a gambe levate, ci venne direttamente dal greco e l'usarono in quel senso nientemeno che Dante ed il Pucci, due autorit segnalate e, per di pi, fiorentine.
Il signor Carvallo, nel giornale della Scuola politecnica di Parigi, studi a filo di geometria e di algebra il moto della bicicletta e, con un lungo lavoro di x e di y, di seni e di coseni, sciolse l'ardua equazione della stabilit, tanto che chiunque, dopo il pattone o la toma, potrebbe dire con precisione matematica, per quale negligenza di calcolo o errore nell'applicazione delle formule, si trova disteso per le terre, confortato dall'ilarit del prossimo e della guarnigione. Anzi il paragrafo 80 del suo lavoro  appunto inteso a sciogliere l'equazione della caduta, ma non  possibile riferirne i termini, poich l'autore stesso afferma che la scrittura dei calcoli sarebbe cos lunga da oscurare il problema, distraendo l'attenzione con una selva troppo fitta di formule. Vedete di qui quanta scienza ci voglia per cadere lunghi e distesi nella polvere!
Poich la scienza  una bella cosa! Dopo la toma fatta a rigore di matematica, verr la medicina a dirvi in quanti giorni guarirete dalle scorticature, salvo complicazioni e, se non siete consolati e contenti, peggio per voi!
Per fortuna nostra, n la matematica n la medicina ebbero occasione di consolarci, quando nell'agosto passato, in lieta compagnia, salimmo il Moncenisio. Non si dice che tutti percorressero tutta l'ardua e lunga via, montati in sella. A pochi fu dato; ma tutti per salimmo ammirati della terribilit dell'alpe che s'impone agli occhi ed all'anima colla maest del gigantesco. Quando dall'altezza vertiginosa si vede gi nella valle verde l'abbazia della Novalesa piccina come un punto ed in faccia il Rocciamelone ronchioso, ferrugigno e colla schiena sterminata ravvolta tra le nubi, si sente la piccolezza dell'uomo e l'enormit della natura. Si prova come un senso di rispetto, si parla basso come in chiesa e si capisce perch i barbari, nel terrore della incompresa immensit, temessero l'ira degli Dei e li adorassero nella solitudine tremenda dell'alpe.
Ma, lungo l'erta formidabile, la natura anche sorride. Sui margini della via  una festa di fiori che aspettano il sole, velato dalla nebbia pesante. I fiorellini dei myosotis e le campanule delle genziane hanno l'azzurro delicato che il cielo ci nega e gli astri e i garofani selvatici colla gaiezza dei colori ci dicono che quass non  poi tutto melanconia, e che presso le ire e i sospetti degli uomini fioriscono almeno gli amori delle piante.
Poich quass il sospetto  da per tutto. Siamo sul confine. La fotografia  interdetta, il cannocchiale  tenuto come arma insidiosa e il segnare pochi sgorbi sopra un foglio espone al rischio della galera. Quando, in un nevaio, sotto la croce della Nunda, sedemmo a colazione, apparve subito sopra di noi il berretto di un carabiniere. L'autorit ci sorvegliava.
Il lago del Moncenisio che ha cos strani riflessi di acciaio brunito, specchiava nell'acqua immobile i severi profili della montagna e il silenzio era profondo, quando, ad un tratto, il tuono di una cannonata rimbomb dal basso e si ripercosse, brontolando lungamente, nell'eco dell'alpe. Una nuvoletta di fumo bianco apparve nella gola del colle e alcuni squilli di tromba ci giunsero chiari. Perch?
Certo, questa  la via dell'invasione e di qui calarono in Italia, forse Annibale, e, senza dubbio, Pipino e Carlomagno. La strada stessa fu costruita per questo e l'abbozz prima il Catinat e la fin poi Napoleone. Ma  strano,  doloroso che al principiare del secolo ventesimo, in piena pace, due nazioni della stessa razza, si sorveglino qui con tanta gelosia, poich dall'altra parte del monte i forti non sono meno numerosi e le guardie meno fitte.
Un senso mal celato di diffidenza  negli occhi dei soldati al di qua e al di l dal confine e la continuit del sospetto li costringe a vegliare lunghi inverni sotto un sepolcro di neve, nelle casematte dei forti. E quando il vento urla nelle gole scatenando la tormenta, prendono le armi e sfidando la burrasca e forse la morte, escono a perlustrare, si mettono in sentinella e spano. Che cosa e perch?
Almeno i myosotis e le genziane che dormono sotto la neve, se non sognano il sole, come canta lo stornello toscano, si desteranno a maggio nella pace e nell'amore. Gli uomini, no.
Il sospetto del confine li condurr a nuovi pericoli, a nuove faticose scalate di rupi asprissime e le autorit, da presso e da lunge, chiederanno affannosamente ogni giorno col battito del telegrafo, se le sentinelle stanno all'erta e se sorvegliano bene. Che cosa e perch?
Tutti noi che avevamo spinto fin lass la bicicletta, ci sentivamo italiani nel cuore e nell'anima e la ruota simbolica del nostro segno recava nel suo mezzo i tre colori; ma tutti ci sentivamo quasi umiliati nella nostra dignit di uomini dalla sottile e pertinace diffidenza che vigila giorno e notte sull'erta del colle, come se il nemico meditasse una sorpresa. Il nemico! E siamo fratelli secondo il cuore e la carne!
Forse la nebbia, che dur chiusa sopra di noi per due lunghi giorni, dava al nostro pensiero il grigio delle sue tinte e fu con vera gioia che, nel freddo acuto dell'alba, risalimmo in macchina e, a rigor di matematica diritti in sella, imprendemmo la scesa dicendo: Animo: rivedremo il sole in Francia!
Al di l, i soldati francesi salivano il colle incitando le mule che trascinavano i carri delle munizioni. I calzoni rossi ci parvero una novit per un momento, ma purtroppo, la stessa nebbia che incombeva densa e sconsolata sulle rupi italiane, avviluppava le abete che sovrastano Lanslebourg e, per quel giorno, non vedemmo il sole!
UN DILEMMA


Le feste celebrate in Reggio pel centenario della bandiera tricolore rinverdirono i ricordi del 1797, anno di grandi avvenimenti per l'Italia. Basti il dire che soltanto nell'inverno, ci furono la costituzione della Repubblica Cispadana, la resa di Mantova e il trattato di Tolentino.
L'intenzione di invadere lo Stato Pontificio era gi da parecchio tempo nel general Bonaparte e la Corte Romana che lo sapeva si prepar alle difese. Ma Alvinzi veniva in soccorso di Mantova ed il generale dovette accorrere e vincerlo in quella maravigliosa campagna che termin con la resa della fortezza. Il Papa aveva fatto accampare il suo esercito raccogliticcio presso Faenza, minacciando Bologna; ma l'esercito era quale, per tradizione, sono gli eserciti papalini, e il general Colli che lo comandava era degno dei soldati. Bastarono poche fucilate al passo del Senio perch l'oste pontificia fuggisse con unanime entusiasmo, lasciando libera la via al nemico, il quale procedette tranquillo sino all'Umbria.
Il Colli, scappato vergognosamente anche lui, se si crede al Leopardi, fin col mettere lo spavento nei vecchi pusillanimi che consigliavano Pio VI, dichiarando che non c'era pi nulla da fare; e tutto si prepar per una fuga a Terracina, colla evidente intenzione di passare poi nel Napoletano.
Ma il vincitore mand parole di pace e i poveri spaventati si decisero a pagare lo scotto dei vecchi errori e delle millanterie. Veramente lo scotto, come al solito, lo pag il paese che dovette metter fuori i milioni necessari, ma intanto il Papa e i Cardinali si rassicurarono e firmarono la pace di Tolentino (19 febbraio).
L'articolo VII del trattato dice: "Il Papa rinuncia egualmente a perpetuit, cede e trasferisce alla Repubblica Francese tutti i suoi diritti sui territori conosciuti sotto il nome di Legazioni di Bologna, di Ferrara e della Romagna". E l'art. XXV aggiunge: "Tutti gli articoli, clausole e condizioni del presente trattato, senza eccezioni, sono obbligatorie in perpetuo tanto per S. S. Papa Pio VI, quanto per i suoi successori".
Certo, e tutti lo sanno, altri successivi trattati, specialmente quel di Vienna, mutarono le cose e restituirono al pontefice le Legazioni e le Romagne; ma non  men vero che il Papa in un pubblico trattato, rivestito della sua ratificazione, sia pure per paura di peggio, aveva emesso piena ed esplicita rinunzia non solo, ma aveva trasferito in altri la sovranit di diritto e riconosciuto quella di fatto, obbligando ancora i successori. Egli dunque si credeva in diritto di farlo.
Lasciamo stare che Pio VII fece molto di pi e rinunci al potere temporale in Fontainebleau, ma si ricredette ben presto e, bench infallibile, si ritratt. Qui  da notare soltanto che, almeno per le Romagne, cent'anni sono, il pontefice emise totale e pubblica rinunzia. N vale il dire che gli fosse imposta colla violenza, poich la via per la fuga era aperta e preparata e il nemico tuttora lontano da Roma.
Ora tutti ricordano le proteste pontificie per la perdita delle stesse Romagne nel 1859 e pi avanti; proteste che non si limitavano alla disapprovazione o alla condanna di un atto riputato violento, ma che si basavano sopra la necessit della conservazione integrale del poter temporale. Il cardinale Antonelli dichiarava essere "l'integrit del dominio temporale della Santa Sede essenzialmente connessa col libero esercizio del supremo pontificato"; e Pio IX, esser dovere del suo gravissimo ufficio ed obbligo di solenne giuramento "fortemente difendere i diritti e i possessi della Chiesa Romana e costantemente sostenere il principato di questa Apostolica Sede e trasmetterlo intero ai nostri successori come patrimonio di S. Pietro". Si sostenne insomma la tesi della inalienabilit. Il Papa che cedesse sarebbe spergiuro. Non si pu. Non possumus.
Ora si domanda: chi era in errore? Il Papa di allora o il Papa di adesso? Sbagliava Pio VII o Pio IX?
Eppure erano ambidue infallibili, a meno che non voglia dirsi che non pronunciavano intorno alla fede ed ai costumi; dal che verrebbe che alle affermazioni intorno al poter temporale si possa negar fede e tutti sanno come il Concilio Vaticano stava per farne un dogma.
Un Papa dunque riteneva il dominio temporale come una propriet libera ed alienabile e ne disponeva obbligando anche i successori: l'altro riteneva invece di aver l'usufrutto soltanto, di godere un fidecommesso e di non poter disporre in modo alcuno della propriet, che, per obbligo di coscienza, doveva esser trasmessa intatta ai successori. La contraddizione tra questi due infallibili  come quella che passa tra il bianco e il nero, tra il s ed il no. Chi ha, torto?
Gli eventi ed i popoli hanno sciolto per conto loro la quistione in modo che la domanda sembra pi che inutile, ridicola. Pure, dopo un secolo dal trattato di Tolentino, la curiosit, diremo, storica, pu tentarci a chieder di nuovo: chi fall dei due infallibili?
Si pu cavillare quanto si vuole, sfoderare distinzioni, testi, argomentazioni sottili e ingiurie grosse, ma tra due che sulla stessa questione dicono uno s ed uno no, sembrerebbe che uno dovesse aver torto.
C' per un altro caso: quello che avessero torto tutti e due.
DA CAPO


Rinnovarsi o morire!
Questo minaccioso consiglio che si ripete ai deboli ed ai viziosi, questo monito che, come la tromba del giudizio, tuona all'orecchio di tutte le decadenze, lo udiamo di nuovo e ne sentiamo in cuore la verit e la ineluttabile necessit. Ma rinnovarsi  possibile?
Certo se l'uomo di bruco potesse rinascer farfalla o, solo, mutar la scorza come le biscie, il savio consiglio sarebbe prezioso e gli uomini e le nazioni lo seguirebbero volontieri. Ma un organismo attossicato ed infetto non si risana con un consiglio od un proponimento. Occorre un rimedio, non diremo cruento, ma certo di una irresistibile energia; occorre un'ora di crisi, un anno di travaglio in cui la natura riparatrice ridesti le forze, purifichi gli umori, rinnovi il sangue. Sperare di giungere alla guarigione per la sola potenza della nostra volont  un sogno.
Quanti propositi e tentativi di rinnovamento non ha fatto la Spagna? Ma la lue cattolica delle fraterie e il giogo della dominazione episcopale non le lasciano speranza di migliori destini e non pu levarseli di dosso. Quanti sogni di star meglio facemmo noi ad ogni cambiar di Ministri? E si rimase sempre cos, se non peggio, e non per sola colpa dei Ministri!
E' inutile! Non si vince la indifferenza di un popolo intero con un consiglio; non si rinnova in Italia un pi sano concetto della morale con un rimprovero, per quanto giusto e meritato. Non abbiamo noi visto gli sfregiati delle Ferrovie meridionali, della Regia, della Banca Romana, del Banco di Napoli, assolti e talora assunti ai pi alti uffici dello Stato? Non vedemmo ieri schernito e ammazzato chi teneva desta una grave quistione morale e gli accusati di oggi condurre al trionfo e coronare di quercia e di alloro l'accusato di ieri? Si declam e si rise per un giorno, poi furono dimenticati i trionfi come le deplorazioni, le apoteosi come le censure e nell'isocrono succedersi dei Ministri ne rivedremo anche di quelli che parevano affogati per sempre nel pantano delle loro colpe.
Quando in faccia al sospetto di un reato infame che colpiva, con troppe apparenze di verit, uno dei depositari della pubblica fiducia, molte coscienze che prima gi sonnecchiavano, si ridestarono indignate; molti giornali che gi coprivano di contumelie gli agitatori della quistione morale, si levarono a campioni della moralit. Troppo tardi! Bisognava cauterizzare il male a suo tempo, non quando lo vediamo cronico e pressoch incurabile. Il male ha inquinato le sorgenti della vita.
Nel paese entr la persuasione, speriamo errata od esagerata, che l'immorale, pur che sappia arricchirsi, gode, pi che l'impunit, gli onori. Si crede pi alle clientele che al diritto, pi alla raccomandazione di un deputato che alla giustizia. Nessuno, quando un birbante vi stende la mano, ha il coraggio di tener le mani in tasca. E' la birberia che riscuote l'ammirazione, non l'onest, e chi  frodato dal mercante, pure lagnandosene, prova un certo senso di compiacente rispetto per la furberia del frodatore. Sotto i nostri occhi vediamo tutti i giorni le fraterie eludere la legge con trasparenti artifici di prestanomi e di finzioni che non ingannerebbero Pulcinella e la legge si lascia eludere, nessuno ne parla, anzi forse troppi ammirano. La funzione della sincerit  abolita nell'etica italiana.
E allora, come volete rinnovare e che cosa? Quando si  educato un popolo a questo modo, colle massime di un comodo scetticismo e coll'esempio della pi tranquilla indifferenza all'imperativo della morale; quando l'eredit e l'esperienza hanno instillato nel sangue e nei cervelli l'assoluta inutilit, anzi talora il danno della correttezza e dell'onest, quando si  insegnato o lasciato insegnare che la rispettabilit di un uomo non si misura dal candore della coscienza ma dalla pinguedine della borsa; quando si  capito che per fare il proprio comodo, a scapito del prossimo e delle leggi, senza nota d'infamia ma col rispetto di tutti, in alto e in basso, basta aver la forza di imporsi colle clientele o col denaro, che cosa volete rinnovare, per amor di Dio?
Bisogna tornare da capo!
UN'ORA DI PESSIMISMO


Carissimo Signor Senatore,(5)

Ella ricord il dolce tempo antico nel quale frequentai il Suo Corso di Economia Politica e volle un proemio a queste pagine proprio da chi sarebbe ben contento di non saper pi scrivere e di sentirsi dimenticato. N valse il dirle che alle parole Sue avrebbe fatto migliore e pi degna introduzione alcuno dei parecchi che nelle discipline economiche hanno nome ed autorit; ch Ella prefer un neutro, un profano, stimando che gli autorevoli, i quali hanno gi un loro credo, siano sospetti o parziali. Cos le cortesi insistenze e la vecchia gratitudine mi vinsero e faccio quel che Ella desidera.
Ma le confesso che non ho gran fede nella efficacia dell'opera nostra. Non  da oggi ch'io cerco in questo problema terribilmente scuro del socialismo, ed io e Lei ricordiamo il passato prossimo, nel quale, a parlarne, sentivamo sghignazzare di compassione i soddisfatti e risponderci: "Utopie! Sciocchezze!" Allora, come ora, vedevamo con raccapriccio che in questa societ nostra la giustizia  una enorme bugia. Allora ed ora, tendendo l'orecchio alle trepidazioni del suolo, alla cupa e lontana romba che precorre i cataclismi, maravigliavamo che pochi e di rado pensassero che ci sono delle solfare in Sicilia, dei fondaci a Napoli, dei pellagrosi in Lombardia, ed i campi ricchi di messi e di aranci, e il mare azzurro di Chiaia ci parevano ironia della natura alle miserie umane. E pi che ironia, insulto ci pareva, ed , la ostentazione del lusso inutile, cos cara agli imbecilli che l'imbecillit della fortuna arricchisce; e l'amaritudine della vana protesta ci saliva in gola al cospetto del dolore vero, beffato, schiaffeggiato da una felicit bugiarda.
Oh, dove sono ora gli schernitori che ghignavano: "utopie?" Nel settantuno, quando videro che socialisti ce n'erano e che, accozzati, picchiavano, li sentimmo susurrarci all'orecchio: "Tacete! Non  utile, non  patriottico parlare di queste cose, e colla discussione, destare una questione sociale, un attrito di classi, che non hanno ragion d'essere tra noi. Qui il clima  dolce e le plebi come il clima. La terra, appena tocca, d cibo al lavoratore sobrio e contento del poco. Qui non c' grande industria e agglomerazione di irrequieti. Tacete dunque e farete cosa santa!" - Questo si diceva, lodando la sobriet di chi non pu mangiar che polenta, benedicendo il clima beato nel quale chi mastica due peperoni crudi al giorno non muore di fame in un giorno. Ma ecco, la discussione diventa necessaria. Ecco i comizi, i suffragi mostrano che il socialismo fiorisce anche qui dove il clima  dolce e il lavoratore sobrio. Se ne discorre nei giornali, dalle cattedre, nei Parlamenti, e i Governi promettono leggi, le Accademie propongono premi, l'Imperatore di Germania raduna un Congresso, il Papa, fino il Papa! scrive un'enciclica in latino raccomandando l'abbondante elemosina. Dove sono gli schernitori, dove gli apostoli del silenzio? Alcuni ne conosco che vivono nel sospetto e nella desolazione, adorando nel tempio del loro cuore la memoria di chi invent le Guardie di Pubblica Sicurezza.
Finalmente! Dunque la borghesia che resse trionfando tutto il secolo, udr le grida, ascolter le proteste, sentir compassionevole i lamenti che le salgono dal basso? Affaticata, esaurita oramai, da vani tentativi e ricerche di riposo felice, salt per cento anni dal giacobinismo all'assolutismo, dal potere personale ai plebisciti, dalle pacifiche finzioni costituzionali alle bellicose teorie delle nazionalit e delle razze. Cerc requie nell'individualismo pi crudele, spiegando il mondo colle formole della lotta per l'esistenza; poi vaneggi nel collettivismo pi ingenuo, esagerando le rosee promesse della cooperazione. E sempre cogli occhi al passato, sempre studiosa dei nemici di ieri, fu liberale perch l'aristocrazia, vinta e spogliata, non lo era; compil codici impersonali perch prima la giustizia dipendeva dalla persona del giudice; promosse l'istruzione delle masse perch i nobili e i preti avevano candidamente confessato che le plebi ignoranti erano meglio governabili e il regno dei cieli spettava ai poveri di spirito, e fu volterriana solo perch il passato finse di credere, mascherando intanto con relitti di filosofie ottimiste, con orpelli di dottrine umanitarie, l'utilitarismo pratico del reggimento suo e l'egoismo cieco de' suoi. E in questa guerra assidua contro i possenti di ieri, non solo chiuse gli occhi ai pericoli del domani, ma fu costretta a chiedere aiuto al numero e forza alle masse. Arm di idee, di istruzione e di diritti le plebi per farsene un baluardo contro la reazione aristocratica e cattolica; apr gli occhi agli umili, ai pazienti, ai sofferenti, perch seguissero grati la sua bandiera, chiudendosi solo in un pensiero, movendosi solo per una paura; il passato.
Ma ecco, le armi fornite agli ausiliari si rivolgono contro lei. Spartaco esce dalla cella gladiatoria colla spada che Roma gli diede ed inizia le guerre servili. In nome della stessa utilit pubblica e privata, in nome della stessa libert, della stessa giustizia che la borghesia invoc nelle sue battaglie, i diseredati, i proletari, si levano, ammaestrati ed armati da lei, per chiederle conto di un regno secolare, delle promesse non mantenute, della oppressione durata, delle lacrime piante. Gi l'organismo diventa migliore e pi compatto e non ander molto che la spinta sar irresistibile. Baster un soffio, un cenno solo dell'esercito innumerabile che ora si disciplina, perch di tutta questa societ borghese rimanga appena la storia non bella. Le rivendicazioni giuste e gli appetiti viziosi, le aspirazioni sante e le avidit brutali vorranno esser soddisfatte. Viene il giorno del rendimento dei conti, la liquidazione sar burrascosa, il creditore  inesorabile. Ma il debitore che fa?
Cos vuole il destino, che debbano perder la mente coloro che sono destinati alla rovina. Altro che ascoltar le grida e compassionare i lamenti! La borghesia non fa e non pu far nulla per allontanare o mitigare il giorno del suo giusto giudizio. Prima grid "utopie!", poi susurr "silenzio" ora  in braccio ai Carabinieri. Cos faceva l'aristocrazia alla vigilia della proclamazione dei diritti dell'uomo, e cos vuole la natura che non si curi la salute che malati, che non si pensi alla morte che in agonia. Talora, quando la fiumana ingrossa e minaccia gli argini, si studia, si discute, si chiacchiera, e si provvede coi discorsi, coi libri e coi progetti di legge. Nei pericoli urgentissimi, o si reprime duramente o si promette qualche privilegio, appunto a quelli che insorgono contro la compressione e il privilegio; e questi paiono i rimedi pi eroici. E il Papa allora grida in latino a questa borghesia che non gli crede "fate la carit poich lo disse il Vangelo". Ah, buon vecchio, ben altre cose disse il Vangelo e se Cristo venisse a ripeterle per le vie di Roma, troverebbe gli Scribi e i Farisei, Caifa ed Anna che lo terrebbero socialista; e, se la croce non  pi di moda, c' sempre il domicilio coatto. Ah, se il cristianesimo fosse ancora una forza, il Pontefice potrebbe mutar faccia al mondo con una parola, sciogliendo l'antico problema dell'usura nel senso pi rigido. Frutti il lavoro e non il denaro. Ma tornare alle massime dei Santi non torna conto e l'obolo non frutterebbe e i preti e i frati dovrebbero lavorare, quod Deus avertat! Intanto Chiesa e borghesia possono risparmiare i pannicelli caldi, le encicliche, i trattati, le orazioni e i progetti di legge. Nulla e nessuno potr fermare la terra e togliere l'avvicendarsi dei giorni; e anche quello del rendiconto deve spuntare.
E sar un brutto giorno per la classe che ora regna e governa. Al suo attivo troveremo i progressi di quelle parti della scienza i cui trovati possono esser oggetto di un brevetto, di una accomandita, insomma di un guadagno; telegrafi, ferrovie ecc., tutta la scienza applicata all'industria che la rabbia dell'arricchire fece veramente gigante. Al passivo.... non oso e non saprei nemmeno cominciare la nera pagina. Del resto, solo a guardarsi intorno, fora gli occhi la enorme, la delittuosa disuguaglianza tra i cittadini, tollerata e quasi incoraggiata. In certe vie ben lastricate e pulite, vedete l'ozio ed il lusso che si pavoneggiano, mentre, gi pei vicoli scuri e fetenti, la fatica e la miseria non vedono il sole che per mostrargli i cenci orrendi e le piaghe sanguinolente. Questo sotto agli occhi di tutti, ogni giorno, come cosa incolpevole, fatale. Quanti uomini invidiano la stalla di un cavallo da corsa? Eppure questa  la miseria pi comune, che pure racimola qua e l tanto da non morire; ma chi non ricorda e non sa che c' ben di peggio? E che rimedi ha saputo trovare la filantropia borghese? Le Opere Pie? Strana invenzione per cui un moribondo impone che le generazioni future amministrino ed eroghino a modo suo i frutti di un capitale che non  pi suo; e si sono viste istituzioni dette di beneficenza spendere questi frutti parte in impiegati e parte in messe di requie. Oh, quante anime del Purgatorio avranno salvato i testatori che sono all'Inferno! Ma lo Stato borghese ha trovato il rimedio radicale anche a questo: ha mutato gli amministratori.
Via, riconosciamolo; la protesta  giusta e la resistenza inutile e ben venga la retribuzione secondo l'opera. Oggi gli oziosi e i vagabondi sono di due specie: ricchi e nullatenenti. I primi vivono di rendita e vanno a Montecarlo; i secondi vivono di audacia e vanno in prigione, poich le nostre leggi puniscono solo i secondi col pretesto che sono pericolosi alla ricchezza dei primi. Ben venga dunque il giorno della giustizia santa che elimini gli uni e gli altri come ugualmente pericolosi alla societ. In questo canone, della retribuzione secondo quel che si fa e non secondo quel che si possiede, sta la essenza del socialismo, il quale potr passare per varie transazioni, ma dovr venire per forza inevitabile alla applicazione sincera e fatale dello spirito di giustizia che gli d l'anima e la vita. Alle esplosioni violente si risponde ora colle violente repressioni, ma che sar degli eserciti nel secolo venturo? Vani sono i sogni del collettivismo religioso del Tolstoi o dello Stato socialista del Bellamy, come non meno vane, nell'ambito delle speculazioni politiche, furono la Repubblica di Platone, l'Utopia del Moro o la Citt del Sole del Campanella. Inutile l'accumular le ricchezze in poche mani, cercar rimedio nelle chimere della rivelazione, nelle vesciche della filosofia, nei rivoltoloni della politica, nei paralogismi della economia pubblica. Non giovano nuove forme di suffragi, nuovi metodi di governo. Questa fracida borghesia  accecata e chiusa in un circolo senza uscita. Inutile tutto, perfino la rassegnazione e non le resta che accovacciarsi sulle ceneri delle sue inutili ricchezze aspettando la morte.
Ma poi che avverr? Ora, le aspirazioni dei socialisti seri e colti non mirano che alla soddisfazione di veri ed urgenti bisogni. L'organismo del poi non  chiaro in alcuna mente. Vedono la tavola imbandita e reclamano la loro parte che altri ingoia o sciupa. Chi ha due razioni ne ceda una e non si pu dare ai laboriosi senza torre agli oziosi. E' strano che ci sia ancora chi pensa e fantastica di rimediare agli abusi negativi senza distruggere i positivi, architettando sistemi per far trovare uno scudo in una mano senza toglierlo da un'altra. Certo, tra i portabandiera dei socialisti ci sono i furbi che aspirano solo a diventar borghesi e vorrebbero le due razioni per loro; ma l'indegnit degli avvocati non guasta la santit della causa. Ma poi, che avverr? L'istinto del cessare il male presente spinge le masse alla demolizione delle Bastiglie borghesi. I fati conducono i volenti e trascinano i nolenti, talch vano  sperare in lente evoluzioni o placidi tramonti. Come i pi non insorgeranno quando della insurrezione sono chiare la giustizia e l'utilit? Manca per ora al socialismo il concorso pi largo della donna, indispensabile alla costituzione di una societ nuova; ma quando le madri saranno socialiste, i figli si faranno Carabinieri? Ora sentiamo il muggito lontano della fiumana che lenta, inesorabile si avvicina. Fra poco sar qui e al bagliore livido dei lampi, tra lo schianto delle saette, squarcer gli argini, invader i campi, rovescer le case e le ville, trascinando tutto nel suo vortice, i cespi di rose e le querce secolari. Non riparo di fuga, non speranza di scampo; e le acque torbide deporranno nel fondo il limo fertile per le colture dell'avvenire. La terra, ampio maggese, accumuler nuove forze e rinasceranno pi ricche le messi, gli alberi, e i fiori. Sul triste passato il tempo stender le grandi ali ed al lieto presente il sole dar il sorriso fecondatore. Ma poi, che avverr?
Vano  sperare in un assetto definitivo e pacifico. La natura stessa impose che l'aspirazione umana non possa aver termine dove stare ed adagiarsi, e la natura non cambia le sue leggi per evoluzioni o rivoluzioni di uomini. Il desiderio  una scala senza fine che l'umanit sale faticosamente da qualche millennio, urlando di dolore ad ogni nuovo gradino. La natura la insegue col flagello insanguinato, cacciandola in alto, sempre pi in alto, facendo seguire una nuova aspirazione a quella che fu raggiunta, un nuovo e pi faticoso gradino a quello che fu superato, e solo riposa chi muore. Questa  la legge, e la pianta crescer finch dia il frutto e il frutto germoglier per esser pianta e cos senza fine. Il mito delle Danaidi antiche  il simbolo dell'umanit.
Chi cresce la scienza cresce il dolore, disse quel mirabile pessimista che fu l'Ecclesiaste, e l'uomo sempre pi raffinato dalla civilt e dalla scienza si trover cresciuta a dismisura la facolt di soffrire. Vedr allora la volgare e triste commedia della sua vita quotidiana essere nel suo insieme una orrenda tragedia. Vedr che solo il dolore  reale e positivo, poich le rare gioie umane non sono che cessazione momentanea di un dolore, appagamento di un desiderio o di una aspirazione che nella loro intensit erano dolore; e il breve appagamento, seguito tosto dalla saziet, cede il posto a un desiderio, ad una aspirazione, insomma ad un dolor nuovo. L'arte istessa, cos possente a rappresentarci il dolore, che  positivo, non pu rappresentarci la gioia che  negativa. Paragonate Dante che descrive gli strazi umani dell'Inferno, con Dante che descrive le gioie teologiche del Paradiso! Vanit sopra vanit, illusione sopra illusione, dolore sopra dolore, e l'umanit, giunta a questo punto di conoscimento del proprio destino, si chieder se questa vita valga la pena di esser vissuta.
Vedete l'amore, la pi possente delle umane illusioni, da cui tutta l'arte dipende e che domina i nove decimi della nostra vita. Quanti sogni e quanti versi eterei ed ideali! Ma cercatelo, scrutatelo nelle sue midolle, e per etereo che vi appaia gli troverete sempre le radici nell'istinto sessuale. La natura c'inganna e ci induce a perpetuare la specie con l'esca di una soddisfazione dell'io. Chiedete ai pi fervidi amanti che sarebbe del loro amore sa l'amata avesse vent'anni di pi; tanto  vero che l'istinto solo ci muove! E colla soddisfazione dell'istinto, colla cessazione del dolore, del desiderio, ecco la saziet, la disillusione, cui talora pu succedere un sentimento di affezione amichevole, indotto dalla consuetudine, ma che non  pi l'amore. "I miei lombi son pieni d'illusioni" confess il salmista, ma la natura ci trae d'illusione in illusione per la maggiore moltiplicazione della specie, ci consiglia l'infedelt, ci suggerisce romanzi sempre nuovi. Quante pagine sublimi inspir l'amore contrastato, quanti Werther ignoti darebbero la vita per un bacio! Ma quante pagine tollerabili inspir l'amor soddisfatto? E Werther, se avesse dormito un anno con Carlotta, non si sarebbe chiesto "valeva la pena?"
E se questa  l'amara verit che sta sotto alla pi possente delle nostre passioni, che dire delle altre? Chiamiamo Fato, Destino, Volont, Forza, Dio, questo ignoto da cui sembra ordinata la vita dell'universo, certo per non fu benigno alla razza umana. Gi le religioni stesse insegnarono che la vita  punizione, espiazione di un fallo d'origine, altrimenti non avrebbero potuto chiamar buono Iddio, se ci cre solo per vederci soffrire; ma comunque, anche nella ipotesi religiosa, rimane che la vita  dolore e che tutto il resto  vanit ed illusione.
Cos, quando dopo mille prove ed esperienze, dopo il saggio di cento sistemi sociali e politici dall'assolutismo pi ferreo all'anarchia pi sfrenata, l'umanit non avr acquistato che una capacit maggiore di soffrire, far pure una volta, con maturit di consiglio, il bilancio dei dolori e delle gioie sue e intender che, non l'amore della vita ci persuade a sopportare il male, ma la paura della morte. Allora, chinando mestamente il capo sul seno, i viventi diranno col Savio "Io pregio i morti pi che i vivi, anzi stimo pi felice degli uni e degli altri colui che fino ad ora non  stato". E la voce del Savio dir loro: "otterra ove tu vai non vi  n opera, n ragione, n conoscimento, n sapienza alcuna" e sulla terra sono solo il dolore e l'illusione.
Perch dunque perpetuare le generazioni dei sofferenti? L'illusione dell'amore pu trovar altro rimedio che il suicidio o la mutilazione. I metodi malthusiani cui le nazioni pi civili debbono il diminuire delle loro popolazioni, soccorreranno colla perfezione loro. Amate e non generate. La natura c'ingann e noi l'inganneremo, memori del detto del poeta: "Il maggior delitto dell'uomo  l'esser nato".
Come il sole trascina seco vertiginosamente la terra verso un punto ignoto della costellazione di Ercole, cos l'esperienza, credo io, conduce l'umanit al perfezionamento suo ultimo, l'estinzione. Il pi geniale pessimista alemanno lo credette, ma il giorno fortunato  troppo lungi da noi e troppa via dolorosa deve percorrere ancora la nostra malnata razza prima di riposare nel nulla. La suprema gioia che vedr il mondo, sar allora quella degli ultimi vecchioni aspettanti tranquillamente la morte nella terra ormai deserta di creature umane.
Come saranno liete le belve non pi combattute e le greggie non pi decimate! I boschi non temeranno pi la scure, o le messi la falce, e i fiori non saranno pi recisi per farne ghirlande alle nozze o ai funerali. L'uomo avr distrutto l'opera del sesto giorno di Dio e morr contento. Rovini poi la terra che abitammo, rovini verso il punto lontano dove la trascina una forza ignota a dar di cozzo in qualche astro di fuoco, e s'infranga ed ardano e cigolino nel cielo vuoto le faville disperse. Che importa? L'umanit avr cessato di soffrire.

Oh, Egregio Senatore, come sono piccine le nostre questioni a guardarle dall'alto! In faccia alla immensit, alla inevitabilit del dolore, che cosa sono i nostri sistemi, i nostri discorsi, i nostri libri? E' perci che sino dal principio non le nascosi il mio dubbio intorno all'utilit delle nostre parole. Ma se dubitai dell'utilit, non dubito per del desiderio del bene che muove e infiamma Lei a discutere i pi vitali problemi del nostro tempo, con animo retto e solida scienza. E' perci che auguro sinceramente al suo libro buona fortuna, come Ella lo scrisse con animo sincero; poich ne io n Lei siamo di quelli che hanno orrore delle dottrine nuove e repulsione per le conseguenze delle teorie sociali. Ella le studia acutamente e le discute per indirizzarle al meglio. Io, uomo di minor fede, affretto tuttavia questo nuovo esperimento della illusione umana. Fortunato Lei, se coll'opera sua contribuir ad alleviare i dolori di un solo vivente. Beato io, se potr convincermi che anche il pessimismo  una illusione.
NATALE


Nascere, amare, morire, sono le tre ore sacre della giornata umana, i misteriosi vertici del triangolo della vita; e finch la nostra schiatta vedr la luce del sole e vorr vivere, saluter con gioia il natale del bimbo - sia figlio di Dio o figlio dell'uomo - nella capanna o nella reggia - poich in ogni natalit essa sente il rinnovamento e la continuit della vita.
Che importa se i Magi rechino alla culla i ricchi doni dell'oriente, o gli angeli, come imagin il Burne-Jones, portino invece la corona di spine, i chiodi e il calice del martirio? Che importa la buona o la mala fortuna che attende il nuovo vivente, se l'umanit pu ancora portare ne' suoi fianchi possenti la vita della specie, l'anima del futuro?
Perci il Natale fu e sar sempre la pi lieta festa degli uomini. Spogliatelo pure di ogni leggenda, toglietegli pure l'aureola divina; rimarr sempre la santit della madre e la speranza del nato. L'arte, che riprende spesso il tema della Nativit, sempre nuovo dopo tanti secoli, l'ha ormai spogliato dalle decorazioni consuetudinarie, dai voli d'angeli e dai nimbi simbolici. Le Madonne del Morelli o del Barabino non sono che donne, ma sono madri felici, tripudianti di gioia nel bacio della creatura e la gloria del loro sorriso celebra il trionfo della maternit.
Da per tutto dove la parola del Cristo band la novella della eguaglianza degli uomini davanti l'incorruttibilit della giustizia; da per tutto dove l'alito d'amore che volle rinnovare i cuori e i costumi, susurr le parole della pace agli uomini di buona volont; da per tutto risuona l'allegra canzone del Natale. Non tutto il dolce sogno del Nazareno fu coronato dalla realt ed egli forse n'ebbe un triste presagio quando, nell'agonia, si dolse d'esser abbandonato dal Padre. L'ideale della fraternit umana e dell'esaltazione degli umili  ben lontano ancora, nelle nebbie dell'avvenire; ma le campane che salutano il Natale, salutano altres l'ideale secolare di un trionfo del bene, cantano l'inno di una speranza che non morir mai nel cuore degli uomini.
Non v' angolo pi riposto di quel mondo che non fu sordo alla buona novella, non v' tugurio, non v' palazzo dove oggi non si dica la parola della pace. Dalle viscere delle miniere, dalla tolda delle navi erranti nel buio della tempesta, da ogni cuore non impietrato dall'egoismo, si alza al cielo la gran parola: pace!
E dice il Sizeranne: La bellezza del cristianesimo consiste nella sua umanit. Ogni bambino che nasce su questa terra, da tanti secoli, assicura, in qualche modo, la salute del mondo.
Molti l'hanno desolato, fatto schiavo, coperto di rovine e di cadaveri, ma il numero maggiore, i miliardi di vite oscure che la patria ignora, hanno compiuto il loro utile dovere e preparano il lavoro ascensionale della specie. La coscienza popolare lo sente confusamente e lo indovina, e da ci questa gioia intorno al bimbo che  mostrato, festeggiato, celebrato come il salvatore. Festa soprannaturale o umana, che importa? Se mancasse la luce divina, resterebbe la gioia. Se si spegnesse la stella che guid i pastori, non si spegnerebbero per ci i milioni delle altre sfere, altrettanto misteriose e provvidenziali, che ogni notte guidano i naviganti al porto. Tutte queste cose evocano idee pi largamente umane ed eterne. Finch ci saranno uomini su questa terra, la nativit avr un senso profondo ed una bellezza infinita.
Pace dunque agli uomini di buona volont!
IL NATALE
NELLA LIRICA


I boccali di Montelupo, ricchissimi di auree sentenze, debbono portar dipinta sulla pancia anche questa: che la stessa idea  concepita, sviluppata ed espressa diversamente nei diversi secoli. Ella dir che questo aforisma poteva essere risparmiato agli innocenti lettori i quali hanno giudizio da imprestare, e sanno bene che senza queste trasformazioni delle idee e delle forme non ci sarebbe storia letteraria. Io protesto pel mio rispetto agli innocenti lettori, ma dico anche che non  poi affatto inutile ripetere questa massima decrepita. Non Le pare che a questo mondo ci sia ancora dell'ottima gente la quale pretenderebbe che sentissimo e scrivessimo come nel trecento, nel cinquecento, o alla peggio come nel milleottocento dodici o quindici, l'epoca degli inni sacri del Manzoni! Non Le pare che novant'anni siano parecchi? Io Le auguro di non saperlo per prova.
Se Ella poi vuol capacitarsi di quel che oggi si chiama evoluzione, sia del pensiero che della forma, cerchi gli esempi piuttosto che i ragionamenti; anzi prenda uno di quegli argomenti che, dal trecento in qua, furono sempre trattati e ne segua la successiva trasformazione. Cos avr quasi una sintesi della storia letteraria. Siamo alle feste di Natale? Ebbene: segua la metamorfosi del Natale nella nostra lirica.
Nel secolo XIV i poeti sono cristiani nel sangue e nell'anima, e capaci di vedere l'apparizione che ferm Saulo nella via di Damasco. Jacopo da Todi, giovane, ricco, innamorato, si d bel tempo. Un giorno, in una festa pubblica, per la rovina di un impalcato, la sua donna muore improvvisamente, e Jacopo, trovatole sulle carni un aspro cilicio, si fa frate. E' cristiano umile e fervente nell'amor di Dio. Del mondo non gli importa se non per quel che ha riguardo alla religione e nel Natale non vede pi in l del mito cattolico:

Mio amore e Salvatore,
quanto tu se' grazioso,
ch'empi il cor di dolzore
e failo star gioioso!
non so star pi pensoso
quando sovviene al core
l'angeluccio mio amore
che in gioia mi mantiene.

L'angeluccio piccolino
che in Betelemme  nato
non vi paia s fantino
ch'ello  re incoronato,
e l'angelo l'ha chiamato
per figliuol vero di Dio.
Questo si  il signor mio
che in sua man tutti ci tiene!

Ma nel secolo seguente, il secolo degli umanisti, del paganesimo che ricomincia, non  pi al bambino che si volgono gli affetti ed i canti;  alla madre, alla donna. Lorenzo il Magnifico si raccomanda al cielo per paura dell'inferno e quando nella lauda sesta par che voglia celebrare il natalizio del cristianesimo, si rivolge a Maria e non pi all'angeluccio piccolino dell'umile Jacopone. Dice bens:

Tu Maria fosti onde nacque
tanto bene alla natura;

ma si volta subito alla donna, ed in lei loda, pi che altro, la bellezza;

Quant' grande la bellezza
di te vergin santa e pia!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Con la tua bellezza tanta
la bellezza innamorasti.
O la bellezza eterna e santa
di Maria bella infiammasti.
Tu d'amor l'amor legasti,
Vergin santa dolce e pia.


D'allora in poi  rimasto qui quel che i protestanti chiamano mariolatria. Lasciamo in un cantuccio queste discussioni di lana caprina; ma notiamo questo, che nell'arte nostra c' stato sempre piuttosto il culto della madre che della vergine. Quante sono le belle madonne del quattro e del cinquecento che non portino in braccio il bimbo testimonio della loro santa maternit? A questa mite e umana immagine si rivolsero pi volontieri i pittori ed i poeti. Confrontate il terribile Dio del Savonarola colla benigna Maria alla quale il Benivieni esclamava con tanta piena d'affetto:

Vergine gloriosa,
umile, santa e pia,
madre, figliuola e sposa
del tuo figlio, o Maria,
deh volgi, prego, alquanto
gli occhi tuoi da quel bene d'ogni bene.
In noi discendi e il pianto
la miseria e le pene
vedi del servo tuo che a te sospira,
a te, fonte d'amore,
perch in te sola il core
spera, in te sol si posa, in te respira.
Tu, madre di pietate,
pelago di dolcezza,
tu, specchio d'umiltate,
fior d'ogn'altra bellezza,
tu, porto di salute,
tu, refugio dei miseri mortali,
tu, fonte di virtute,
sola dei nostri mali
sei medicina e per a te ricorro,
che le tue sante mani
in me ne stenda e sani
la piaga onde ferito a morte or corro.

Ah, chi scrive versi come questi, ama e crede veramente! Quanti oggi si protestano credenti e scrivono versi? Eppure quanti sanno trasfondere nell'opera loro tanta intensit d'affetto, tanta abbondanza di fede e d'amore? Se sapessero e se potessero scrivere cos, chi parlerebbe pi di Voltaire? Invece un poeta di conto e sinceramente religioso, Giacomo Zanella, canta che in noi la religione non  oramai pi che il ricordo dell'amor materno e in essa non cerca pi che la pace, e la chiama:

Aura impregnata del salubre timo
De' chiostri antichi e dell'occulta manna,
Che all'alma avvolta nel corporeo limo
Molce l'ardor che l'intelletto affanna.

Dalla spontaneit dell'affetto e dalla religione per la religione di Jacopone e del Benivieni, ci corre! Ma torniamo al Natale.
Nel secolo XVI l'affetto vero non lo troviamo pi. La lirica diventa petrarchesca e la lirica religiosa canta la Vergine proprio come Laura. Questa non  esagerazione. Il Petrarca spirituale del Malipiero (oh, la superba, la splendida edizione del Marcolini!) non  altro che una rabberciatura del canzoniere per ridurlo a cantare Maria invece di Laura. Eccone un esempio. Tutti ricordano il celebre sonetto del Petrarca "In qual parte del cielo, in quale idea, ecc." Il Malipiero lo sconcia cos:

In qual parte del ciel, in quale idea
S bello esempio il re celeste tolse,
Quando al mondo produr sua sposa volse
Per dimostrar qua gi quanto potea?

Dal Verbo, ove ab eterno fu tal Dea
Predestinata, la bellezza sciolse
Il creator, ove di grazia accolse
Tal privilegio onde non fu mai rea.

Per tanto ogn'altro obbietto indarno mira
Se questa, insieme col figliuol, non vide
Chi a contemplar belt gli occhi suoi gira.

Questa nessuno col suo aspetto ancide,
Anzi d'ogni mal nostro lei sospira
E dolcemente a gli suo' amanti ride.

Ah, frataccio scellerato, chi t'insegn a storcere contro Venere le invettive del poeta alla corte di Avignone? Chi t'insegn a barattare i versi

Virt contra furore
Prender l'arme e fia il combatter corto,
Ch l'antico valore
Ne' gl'italici coi non  ancor morto

in questi altri

Sai che il combatter contro 'l cielo  corto,
Anzi di niun valore,
Qual contra il fer leon vil cane  morto!

Ah! se ci fosse stato il Tassoni a pettinare questo archimandrita del Petrarca ed a gridargli

E ti fu per errore
Da un ignorante quel capestro avvinto
Che al collo non al... ti andava cinto!

Come non lo sospesero, non gi a divinis, ma ad una forca alta cinquanta cubiti?
Dalle fredde imitazioni del cinquecento  curioso passare alle caldezze artificiose del seicento. Qui dov' la fede? Dov' l'affetto? Non si trovano che concetti sgangherati. Cominciamo dal cav. Marino:

Uomo e Dio grande in cielo, in terra umile
Tra i disprezzi Ges scopre gli onori;
Ecco ch'oggi adorato  da pastori
Pur nato appena in rustico fenile.

E se ben giace in rozza paglia o vile,
Per messi e trombe ha gli angeli canori;
E mentre sfoga in pianto i suoi dolori
Tributaria a s trae schiera gentile.

Balsamo al suo languir salgono i fiumi,
E la sua nudit povera e bella
Veste di rose a mezzo verno i dumi.

O del divin consiglio opra novella,
Che fra glorie e miserie e nebbie e lumi
Sempre suole alla stalla unir la stella!

Pompierata infame! Ma c' di peggio. Lo Stigliani, l'avversario del Marini, unisce alla sciocchezza dell'antitesi la sconvenienza del pensiero:

Oggi  il d che la Vergine fu madre
Del suo medesmo padre
E che dal sen di lei lo stesso Dio
A chiusa porta usco.
Oh maraviglia immensa,
Intesa (se dir lece)
Solo da chi la fece!
Partorisce la donna
E non ne perde il virginal onore,
Fa l'arbor frutto e non ne perde il fiore.

Si pu dir di peggio come pensiero e come forma? Eppure il cavalier Fr Tommaso Stigliani credeva in buona coscienza di aver fatto un ottimo madrigale religioso e nel suo canzoniere lo si trova nel sesto libro, cio tra i soggetti morali!
La peste dei concetti, dei giuochi di parole, delle antitesi nelle quali allora si faceva consister l'arte, fu veramente crudele. Ecco alcuni esempi, tratti sempre da poesie sopra il Natale. Bartolomeo Ferini comincia cos un sonetto:

Ben fu di vera luce ornata e chiara
La notte (se chiamar notte conviensi)
Che nacque il sol che co' suoi raggi accensi
L'oscuro e freddo mondo arde e rischiara.

E il Bruni:

Ecco il fattor fattura
Il creator creato, ecc.
. . . . . . Il dolce canto
Di quegli spirti alati
Ch'n lo sferico ciel per corde e lira.
Chiama al presepio santo
I pastor fortunati.

In questa canzone stessa, il Bruni qualifica cos il giglio, forse perch bianco:

Il giglio fortunato,
Alba al giorno de' fiori!

Pier Matteo Petrucci, della Congregazione dell'Oratorio di Jesi, grida nel Presepio:

Sol te, Maria, l'afflitto mondo implora:
Sol degna tu del sommo Re sei reggia.
Sol degna tu del sommo Sole aurora.

Dov' l'affetto umile e profondo del Benivieni? E' possibile passare i confini del buon giudizio in modo da accostarsi a questo madrigale del Petrucci?

Qual maraviglia che s chiara splenda
Questa notte beata,
Se dall'alba e dal sole  illuminata!
Altre volte l'aurora
Fugge quando il sol nasce e si scolora;
Ma in questa che n'usco l'eterna prole,
Tiensi in braccio l'Aurora il suo bel Sole.

No, non si pu esser pi ebete di cos!
Il settecento, il secolo dell'Arcadia inzuccherata, ci d il Vittorelli che canta Maria come l'Irene delle sue anacreontiche, vale a dire con un sensualismo incipriato, mezzo mondano e mezzo biblico. E queste due quartine di un sonetto a Maria, ricordano, dice il Carducci, una madonna della pittura veneziana in una chiesa del Sacro Cuore:

Io t'amo; e il giuro per que' tuoi s begli
Di tortora idumea purissim'occhi,
I quai mi stanno innanzi, o che si svegli,
O che nell'onda esperia il sol trabocchi.

Oh, fossi un angiol tuo! fossi un di quegli
Che coll'ondoso manto inombri e tocchi,
O destini a velare i tuoi capegli
Lucidi pi che della lana i fiocchi!

Ma se costui mette un po' di sensualismo gesuitico nella dolce Maria di Dante, pure in questi versi c' del calore. Ma chi sa dire che cosa ci sia in questo sonetto dello Zappi?

Io veggio entro una bassa e vil capanna
Un pargoletto che pur dianzi  nato,
Fra i rigor d'aspro verno abbandonato,
Su paglia, fieno e foglie d'alga e canna.

Veggio la cara madre che s'affanna
Perch sel vede in s povero stato...
Misero! Ei sta di due giumenti al fiato.
Misero! Ah, questo  Dio, n il cor mi inganna!

Quel Dio che regge il Ciel, regge gli orrendi
Abissi, e fa su noi nascer l'aurora,
E il lampo, e i tuoni, e i fulmini tremendi.

Ma un Dio se stesso in s vil foggia onora?
Vieni, o superbo, e l'umiltade apprendi
Da quel maestro che non parla ancora!

Carini quei loro smascolinati sonettini, pargoletti piccinini, mollemente femminini, tutti pieni d'amorini, disse il Baretti!
Andiam che la via lunga ne sospinge; ed eccoci ai due ultimi cantori del Natale, l'Arici e il Manzoni. Si ricorda Ella come il povero Jacopone pensasse a tutto fuor che al mondo nelle sue ingenue poesie? Ecco invece che in questo secolo ci si pensa anche a proposito del Natale. Per l'Arici e pel Manzoni questa solennit  fonte di pensieri civili pi che religiosi: anch'essi nella religione cercano la pace piuttosto che Dio.
L'Arici canta:

Dall'alto de' cieli librandosi a volo
Sui vanni fiammanti, l'angelico stuolo
Tre volte al Signore la gloria cant.

Tre volte iterando beate canzoni,
Diffuse l'annunzio, la pace de' buoni,
La pace che togliere il mondo non pu.

Ed il Manzoni si rallegra perch

Dalle magioni eteree
Sgorga una fonte e scende,
E nel burron de' triboli
Vivida si distende;
Stillano mele i tronchi,
Dove copriano i bronchi
Ivi germoglia il fior.

Desiderio di una palingenesi che per ora non sembra vicina.
Eccoci partiti dall'umilt di cuore per giungere agli auguri di pace terrena; eccoci partiti dalla religione pura per giungere alla religione applicata, passando gli stadi mezzani del petrarchismo, del seicentismo e dell'Arcadia. Pure dai vagiti della poesia italica del frate da Todi, fino al canto del cigno della poesia cattolica sciolto dal Manzoni, il Natale, come fatto, come mito, come credenza,  sempre rimasto quello. Ma ogni secolo lo vide a suo modo e gli diede quella forma d'arte che gli parve migliore. Eccole dunque l'evoluzione e la conferma dell'aurea sentenza inscritta sui boccali di Montelupo che Le dissi da principio.
E buone feste.
PER COMACCHIO


Sotto la sterminata laguna che circonda Comacchio  sepolta la pelasgica citt di Spina, ma il luogo preciso si ignora; tanto muta  l'oblivione dei secoli che raccomandarono alle acque il loro segreto; e se l'opera pronta dei vivi non soccorrer la citt moribonda, Comacchio, come Spina, cadr a poco a poco lungo gli argini dei suoi canali e rimarr la memoria, anzi il rimorso, in chi l'avr lasciata cadere.
Ed  veramente un silenzio di morte quello che grava sulle acque immobili cui l'occhio non trova confine. Qualche rauco strido di gabbiani, qualche battello lontano, sono i soli segni della vita nella malinconia del lucido deserto. Una maledizione sembra pesare su questa quasi stigia palude, dimenticata da chi pi dovrebbe ricordarla, abbandonata alla segregazione ed alla decadenza dalla secolare incuria di chi ha maggior obbligo di averne cura: lo Stato.
Certo: lo Stato! Questa laguna ha la superficie di una provincia. E' confinata tra due fiumi, il Po ed il Reno, che potrebbero ridurre le acque morte in campi floridi e fertili. La provincia di Comacchio aspetta una parola per emergere, ricca ed utile, dalla sua desolata sterilit; ma chi dir mai questa parola?
Intanto una citt intera che viveva della industria della pesca, poich le acque inquinate dalle scolature dei piani limitrofi uccidono il poco pesce che resta, languisce e conta i giorni che la separano dalla sua fine. O emigrare o morire, poich non c' zolla che possa educare una spica.
Le dune che la separano dal mare non bastano ai pochi agricoltori che lavorano le sabbie mal feconde; ed anche il pesce emigra o muore.
E' strana la tenacit con cui un popolo si chiuse, si abbarbic sulla poca terra di questo deserto. Comacchio fu arsa parecchie volte, inondata, rovinata, ma gli abitatori tornarono, rialzarono le povere case, e risaliti sui loro agili battelli, ridomandarono alla natia laguna il vitto e la vita. Ma la gran madre laguna non ha ormai pi alimento pei suoi figli e la rovina  imminente.
Non  molto, il comune di Comacchio, unico, credo, in Italia, non riusc a pagare i suoi pochi impiegati. Imaginare il resto!
E si noti che non si tratta di una popolazione d'ignoranti o d'oziosi. Comacchio ha dato parecchi uomini illustri alla patria. De' sentimenti suoi  testimonio il celebre episodio della fuga di Garibaldi, quando il comacchiese Bonnet, a rischio della propria vita, salv su queste sabbie l'Eroe, presso ad essere fucilato da un tenente austriaco qualunque e sepolto come un cane, senza un segno, sulla proda di un fosso, come Ciceruacchio e i suoi figli.
E dell'operosit sono testimonio le ingegnose e faticose industrie della pesca, quando la pesca viveva in fiore. Nelle notti buie dell'autunno, al lume fantastico delle fiaccole, le fatiche di tutta l'annata avevano il compenso di parecchie centinaia di migliaia di quintali di pesce. E c'era lavoro per tutti; i bottai, i fabbricatori d'aceto, gli speditori, le donne cucinatrici e mille altri umili cooperatori della industria maggiore, Quasi l'intera citt viveva della sua industriosa fatica e non pu esser tempra di oziosi quella di un popolo che lotta ancora ostinatamente e duramente contro una decadenza impostagli dalla negligenza degli uomini e dalla inesorabilit della natura.
Ma quando  venuto a scemare il lavoro abituale e proficuo, quando non altra sorgente di guadagno rimane,  giusto imputare il peccato dell'ozio ai disoccupati per forza? Che dovrebbero fare? Opificii? Ma le forze motrici mancano affatto! Agricoltura? Ma dov' la terra? Chi pu tessere dove le materie tessili non sono, chi fucinare dove non  ferro, carbone o corrente di fiume? Non c' che acqua salsa e ferma, e l'acqua non rende pi. Ed ecco come, salvo rare e fortunate famiglie, poca polenta e poco pesce sono il regime alimentare di un popolo che fu gi robustissimo e che ora infiacchisce.
Le belle donne, per cui Comacchio portava il vanto in Romagna, sono diventate eccezioni e il fato della sepolta e perduta Spina pesa gi sopra Comacchio.
N vale richiamare l'attenzione di chi pu e di chi deve sopra questa tragica rovina che si approssima. Oh! se un fiume squarciasse gli argini e sommergesse le povere case, se un terremoto le facesse crollare o un incendio le incenerisse, oh, come la piet della patria accorrerebbe volonterosa al soccorso, per carit delle vittime! Poich  cos! Ci commuove il disastro. Ma invece di provvedere da poi con l'elemosina meritoria ma tarda, faremmo ben meglio a provveder prima, ad esser pietosi e giusti in un tempo, a impedir le rovine e non a ripararle!
Chi sa, deve indicare i rimedi, e chi pu, deve metterli in opera. Attendere  indegno e ingeneroso. Cacciate il Po, cacciate il Reno in queste inutili paludi, sanatele dalle acque isterilite, ridonate ad una immensa plaga e ad una citt che si spegne la vita dei viventi. Studiate, cercate, provate, ma fate, perdio! che ormai n' tempo. Date all'Italia, non pi il lagno rassegnato di un popolo che soffre; datele una nuova provincia, la provincia di Comacchio, viva, ricca e feconda!
SULLE SCENE(6)


Se me lo dicessero, non lo crederei; ma fui filodrammatico ed attore e non posso negare la verit. Furono pochi minuti, fu incoscienza di bambino, fu tutto quel che vorrete, ma il fatto  che fui filodrammatico anch'io!
La storia  antichissima e, se non temessi di usare una frase nuova, direi che risale e si nasconde nella notte dei tempi.
Dovete dunque sapere che in un anno del secolo scorso (la precisione  inutile), regnando Pio IX, io studiavo la grammatica latina in un Collegio diretto da certi preti, ignoranti assai, ma nemmeno malvagi. Avevo circa nove anni ed ero magro come un figlio del conte Ugolino.
Sar stato l'istinto che fece fiutare a questi preti l'odore dei tempi nuovi, ma il fatto  che una mattina ci dissero che era instituito un corso di ginnastica e di ballo e fummo presentati al professore.
Era un veneto bassotto e biondo; uno di quei veneti che girano ancora pei caff, imitando colla voce tutti gli animali dell'arca e mangiando con molto appetito la stoppa accesa. Il corso cominci subito. La ginnastica consisteva nel rovesciare le leggi della estetica umana, stando col capo sopra un saccone e le gambe per aria; e il ballo era una serie lunga e variata di pose plastiche e di riverenze eleganti.
Venne il carnevale. Gli alunni recitarono certe commedie morigerate e pure da far ridere i cani, quando il nuovo professore, che in qualche periodo misterioso della sua esistenza doveva essere stato tramagnino, volle aggiungere allo spettacolo un ballo di sua invenzione.
Ne ho una memoria confusa, ma il clou stava in questo, che il maestro cercava un tesoro, e un idolo, percotendo un campanello, glielo indicava. La scena era in China e l'idolo ero io.
E' legge teatrale e filodrammatica che i Chinesi si distinguano dal resto della umanit pei lunghi baffi pioventi e il cappello a paralume. Cos fui truccato io e messo a sedere colle gambe incrociate sotto un tempietto portatile, della stessa architettura del cappello. Avevo nella sinistra un campanello da orologio e nella destra un martellino metallico che finiva - lo vedo ancora - con una piccola pallottola poco pi grande di un fagiolo.
S'intende che alla mia et, poco pratico di battute, mi regolavo coi cenni che mi faceva don Gamberini dalle quinte; quel don Gamberini, Dio glielo perdoni, che m'insegn a far versi!
La sera dello spettacolo fui dunque portato in palcoscenico. Il maestro cercava affannosamente il tesoro e, quando fu presso ad un pozzo di cartone, don Gamberini, alzando al cielo due sterminate braccia, mi dette il segnale. Picchiai sul campanello usando la pallottola come mi pareva pi logico, ma il suono era debole. Don Gamberini diceva "pi forte" ed io, con un di quei lampi di genio che illuminano le menti privilegiate, rivoltai il martello e cominciai a picchiare dalla parte del manico. Il maestro scese nel pozzo di cartone per trovare il tesoro e don Gamberini mi disse "basta".
Ma io ci avevo trovato gusto e picchiai cos bene che il campanello di acciaio si ruppe come il vetro e l'idolo chinese rest privo delle insegne della sua professione.
La conclusione di tutto questo fu che mi punirono colla privazione della cena, e l'infelice debutto mi disamor dal teatro.
Non ho mai pi calcato le tavole del palcoscenico, e l'arte filodrammatica fece cos una perdita irreparabile!
IN SOGNO


Tutti sanno quanto sono giocondi i sogni dell'amore felice, altrettanto sono tormentati quelli della digestione laboriosa; ed io digeriva la cena di Natale.
Mi pareva di essere nel bugigattolo qui accanto, dove rivelo le fotografie coll'aiuto di un fioco lumicino rosso, e di lavorare impazientemente intorno a certe negative che non mi davano un segno. Ma l'angoscia maggiore non me la davano le lastre renitenti, bens la coscienza imprecisa, ma sicura, che l'agente delle tasse mi spiasse. Frugavo coll'occhio attento tutte le fessure ed i buchi, ascoltavo tutti i rumori sommessi e quasi impercettibili, ma non vedevo niente, non sentivo niente; eppure ero sicuro che l'agente mi guardava ostinatamente.
Ad un tratto l'imagine cominci ad apparire sulla lastra; ma non la solita imagine nera. Apparivano distinti i colori complementari e si capiva bene che stampando sopra una carta al bromuro trattata collo stesso bagno, sarebbero apparsi i colori normali e desiderati. La fotografia colorita direttamente dalla natura era trovata. Spezzai la lastra e gettai il bagno, perch l'occhio che mi spiava non indovinasse; ma avevo paura.
Bisognava fuggire subito, correre fuori d'Italia per rendere utile a me ed agli altri il segreto. Qui, non appena ne avessi cominciato l'industria, ero troppo certo che l'agente l'avrebbe soffocata e strozzata colle sue tasse. Bisognava fuggire e tuttavia sentivo con spavento un passo leggero dietro di me, il passo di chi sorveglia. Se mi voltavo ad un tratto, vedevo un'ombra sparire, ma non ne potevo afferrare i contorni. Il cuore mi batteva forte per la fretta di fuggire e per l'ansia di andarmene inosservato.
Cos, fingendo l'indifferenza di chi non pensa a nulla, mi avvicinai all'uscio e, presa la bicicletta, con un salto le fui sopra e via come il vento. Ma ecco che mi sentii subito inseguito da molti passi accorrenti e li sentivo vicini e non potevo guadagnar vantaggio per quanto arrancassi e faticassi. Erano i carabinieri che mi urlavano alle calcagna di fermare perch la bicicletta non era bollata e non aveva pagato la tassa. La terribile parola mi assordava: "tassa! tassa!"
Volevo voltare a destra, ma in fondo alla strada vidi un crocchio di persone slanciarsi contro di me. Erano gli uscieri che mi correvano addosso, urlando: "Contravvenzione! Contravvenzione!", mentre dalla via di sinistra accorrevano le guardie di pubblica sicurezza e gridavano: "Multa! Multa!"
Disperato e cieco di spavento, infilai la via diritta e mi ficcai in citt; ma sulla porta i gabellieri abbaiarono: "Dazio! Dazio!" e m'inseguirono anch'essi.
Corsa sfrenata e macabra! Tornai all'aperto, faticavo terribilmente, ma gli inseguitori mi erano sopra e sentivo il loro fiato vinolento sul collo. La strada era deserta e tra le imposte cadenti delle case dei contadini, dalle porte delle stalle abbandonate, mi alitava in faccia la peste della pellagra. Ad ogni cancello pendeva un bando di vendita, bianco come un lenzuolo mortuario, e il grano marciva sullo stelo, e il grappolo, roso dalla filossera, imputridiva sul tralcio, sotto il sequestro dell'esattore. La vita era solo nei boschi dove la scure dei carbonai schiantava le quercie staggite, lasciando pochi cespugli pel ricovero de' banditi. E avanti, avanti, nella corsa pazza, lungo i fiumi che ruppero gli argini, sotto i monti che franano, vicino alle bocche delle solfatare di dove erompe l'urlo del martirio, per le piane paludose fumanti di malaria, tra locomotive infrante dall'urto, le grida di piet, gli ululati dello spasimo, i rantoli dei moribondi, e lontano, all'orizzonte, era un inno trionfante di trombe ed una pompa di pennacchietti bianchi. E avanti, avanti, inseguito dagli urli: "Tasse! Multe! Contravvenzioni! Dazio!" e senza altro fiato ormai che per ansare il virgiliano: "Heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum!"
Le gambe diventavano pi rigide, il fiato pi corto e il pericolo pi vicino, quando il segno del confine mi apparve in fondo alla pianura; ma pi mi affaticavo, pi quel desiderato segno si allontanava. Temevo che mi si spezzasse qualche cosa nel petto, ma il terrore mi reggeva le forze, finch in un ultimo e disperato impeto, raggiunsi il segno e caddi sull'erba al sicuro. Al di l i latrati finirono in una bestemmia e si allontanarono.
Ah, come respirai! Un vecchio lacero, inscheletrito, pieno di lividi, lasci di coglier ghiande e mi guard sorpreso.
- Chi ti ha ridotto cos? - mi chiese.
- La Finanza - risposi: - ma chi ti ha assassinato cos?
- La Giustizia - mi disse.
Come mi risvegliai volentieri! Come mi rallegrai che tutto fosse un vano sogno di penosa digestione! Siamo giusti e sinceri.
Come  possibile infatti trovare altro che in sogno.... la fotografia dei colori?
COME BACIAI IL PIEDE A PIO IX


Capivamo anche noi collegiali che il Sovrano non era accolto a Ravenna col desiderato entusiasmo e che ci mandavano in giro per far numero. Col vestito a coda di rondine, il cappello a staio ed un alto cravattone bianco, bimbi mascherati da uomini, ci conducevano sempre per vie semideserte di dove il Pontefice doveva passare. Benedetti e ribenedetti da quei crocioni che di italiani erano diventati austriaci, ignoranti di ogni cosa per ragione di et e di clausura, accettavamo con molto piacere le passeggiate straordinarie in cui simulavamo alla meglio la folla assente; quando ci dissero che saremmo stati presentati al Sovrano nel pomeriggio.
Credete che la notizia ci mettesse in agitazione? Ci avevano predicato in mille toni la terribilit, la maest, la potenza di questo Sovrano che solo alzando il dito legava i corpi e scioglieva le anime, e la cerimonia del ricevimento ci era stata comunicata come un rito solenne e formidabile da accostarcisi trepidanti e reverenti; ma eravamo troppo piccini per raccogliere il senso delle astrazioni e capire il significato dei simboli. Il solo aspetto della realt ci colpiva senza incuterci timore. Il Sovrano non era per noi che un dispensatore di grazie e subito pensammo di chiedergliene una.




Ma quale? I pareri furono molti e la discussione vivace, finch vinse il partito di domandargli l'uscita dal Collegio per sei giorni dell'anno. Solo per due giorni potevamo tornare a casa, anzi a chi pernottasse fuori era minacciata l'espulsione.
In quei tempi, la miseria dell'insegnamento e la difficolt delle comunicazioni costringevano le famiglie agiate dei paesi e delle citt minori a mettere i figli in Collegio perch imparassero pur qualche cosa e, siccome i Gesuiti, stimati il modello degli educatori, prescrivevano e praticavano nei Collegi loro l'assoluto distacco dalla famiglia, cos la regola era stata copiata anche per noi. Regola buona forse per frati, ma crudele e scellerata per noi, poveri bimbi, che nel castigo dei primi errori, nella amaritudine dei primi dolori, ricordavamo e sospiravamo le carezze materne. Perci pensammo di chiedere un po' di larghezza nel lasciarci uscire. Io che, fino d'allora cominciavo a patire di belle lettere, ebbi l'incarico di scrivere la domanda, ma la ricerca di un foglio decentemente ornato per stenderla, ci trad. I superiori, parte seppero, parte indovinarono e con energiche ammonizioni ci proibirono qualunque tentativo di porgere suppliche al Sovrano: il che non riscald certo la gratitudine, gi molto tiepida, che sentivamo per loro.
Cos, malcontenti, ci fecero scendere nella sala maggiore dell'Accademia di Belle Arti e, sull'uscio, ci misero in ginocchio; ma qui i miei ricordi sono scoloriti e confusi. Mi rimane solo l'impressione di una frotta di signori e di preti, tutti in piedi e silenziosi.
Non mi pare che ci fossero donne.
In fondo, nella penombra, sopra un trono rosso, era un fantasma bianco, Pio IX; e noi, dopo tre genuflessioni, ad uno, ad uno, prostrati, salimmo colle ginocchia tre gradini e baciammo il piede santissimo, posato sopra un cuscino.
La calzatura mi sembr di velluto, ma mi ricordo solamente che c'era sopra un ricamo in oro, forse una croce, il cui contatto era aspro alle labbra. Stando cos bocconi non potei vedere il Pontefice, nascosto nella semioscurit e camminando all'indietro, dopo tre altre genuflessioni, uscimmo, sempre in quel silenzio profondo e quasi cupo che solo mi resta nella memoria, perch tutti gli altri particolari li ho scordati; tanto la cerimonia ci lasci indifferenti.
Risaliti, ci disposero in due file, sempre in ginocchio, lungo un ampio corridoio, di dove il Pontefice doveva passare. Parlavamo sotto voce dolendoci della supplica andata a male, quando il mio vicino, meno letterato, ma pi animoso di me, disse: far la domanda io. Non gli credemmo.




E il Papa venne, sempre accompagnato da quello strano silenzio che sorprendeva. Allora lo vidi bene, tutto bianco, un po' grasso, colla testa alta, come di persona che conosce la propria autorit e con un sorriso immobile ed immutabile come lo hanno gli artisti di teatro. Era un bell'uomo e si vedeva subito che era il primo tra tutti dal passo franco e dalla distanza che lasciava tra s ed il codazzo di vesti rosse, paonazze e nere che lo seguivano con un sommesso frusco di seta strisciata sui tappeti. Quando fu a due passi da noi il mio vicino trascinandosi sulle ginocchia gli si fece davanti e il Papa si ferm:
- Santit, non usciamo che due volte all'anno. Le chiediamo la grazia che ci lasci uscir sei volte.
Pio IX guard il ragazzo inginocchiato senza muovere la testa e con voce sonora e seccata, rispose:
- Due volte sono anche troppo!
E col suo sorriso invariabile, con la testa sempre alta, pass senza benedire. Il corteggio, fermato un momento, riprese taciturno la via e noi ci levammo avviliti e sgomenti. Aspettavamo una punizione, ma nessuno ci parl dell'accaduto. Forse per timore di peggio, pensarono bene di mettere la cosa in tacere.




La sera ci condussero alla illuminazione.
Dove il canale Candiano piega a destra, era eretto un enorme impalcato carico di bicchierini variopinti ed accesi, le cui linee volevano rappresentare la ricostruzione del sepolcro di Teodorico. Noi avevamo un palco sulle mura e il palco del Papa, in faccia all'edifizio di legno e di cartone, era dove ora una chiesa ha sostituito un caff.
Qualche banda suonava in lontananza e la folla era enorme.
Giunse il Sovrano, sal nel suo palco d'onore colla Corte e guard la baracca luminosa come trasognato. Al suo apparire si ud un lungo bisbiglio, ma non una voce salutante, non un applauso. Alla nostra sinistra i seminaristi cominciarono a batter le mani, ma la folla zitt e il tentativo si spense nel silenzio glaciale.
Noi, per quanto incitati dai superiori, tacemmo; un poco per la irritazione della ripulsa ricevuta, un poco perch suggestionati, dominati, dalla gigantesca unanimit del silenzio. Non sapevamo allora di tradurre in atto il celebre detto: il silenzio dei popoli  la lezione dei Re.
Il Pontefice irritato non attese la fine dello spettacolo e il giorno dopo part da Ravenna. Noi ritornammo ai latinucci ed alle pratiche religiose che riempivano le nostre noiose giornate e non se ne parl pi.
Quanto tempo  trascorso da quei desolati giorni della nostra puerizia! Degli antichi compagni parecchi sono morti, altri lontani e solo due o tre frugano meco nei ricordi del passato negli amichevoli colloquii e andiamo notando che nessuno, di tanti che eravamo, nessuno segu nella vita quei principii di reazione e di devozione che ci erano instillati con tanta assidua cura. Certo gli entusiasmi dell'adolescenza ci fecero cambiar presto la via, ci traviarono se si vuole, e le convinzioni della virilit ci confermarono in quei pensieri che, bimbi, ci dicevano orribili; ma chi pu dire se la odiosa impressione di una ripulsa aspra e villana non abbia in alcuni di noi generato inconsciamente le antipatie, le ripugnanze, le ribellioni che non smettemmo mai pi?
Pio IX col non possumus fece l'Italia e pu bene aver fatto dei liberali con una sgarberia.
TEMPO DI VENDEMMIA


Dolce cosa sarebbe il ricordare se non supponesse un passato e quanto pi il passato si fa lontano, altrettanto purtroppo al dolce si mescono larghe stille di amaro. Tuttavia diceva bene quel personaggio del Dickens: "mio Dio, conservatemi la memoria!" E lasciatemi ricordare.
Ero un bambino e mi mandavano a portare la colazione all'uccellatore appiattato nel casotto del paretaio. Ci si andava sotto un lunghissimo pergolato e l'uva era matura, la bella albana gialla come l'oro; ma pi mi attirava un certo melo che produceva frutti piccoli, acidi e selvatici che mangiavo con tanto piacere, perch me l'avevano proibito; e la valle era piena del canto delle vendemmiatrici, un canto che ho ancora negli orecchi.
Tornando, m'indugiavo pei campi, lungo i filari delle viti, dove gi qualche foglia, rossa come il sangue, pareva una ferita aperta, una piaga di malaugurio. Finita la vendemmia, cadon le foglie; finita la giovent, cade l'amore. Rimane il vino, ricordo dei grappoli; rimangono le opere, ricordo della vita; ma se i tralci rimettono le foglie a primavera, l'uomo di primavera ne ha una sola e non rimette mai pi le prime illusioni e le speranze! Tristi pensieri che allora non avevamo n io, n le vendemmiatrici.
Le quali cantavano i loro stornelli recando in capo i canestri pieni di grappoli dorati e reggendoli colle braccia nude, come canefore greche; n io sapeva allora come la stretta di due braccia di donna pu anche uccidere. Nella oscurit dell'anima del bambino non hanno luogo n l'idillio, n la tragedia; ma tornato a casa, sentivo da per tutto il caldo odore del mosto e, quando lo risento, ricordo sempre il pergolato del paretaio e il canto delle vendemmiatrici.
Dopo molti anni sono ritornato, ma il pergolato ed il paretaio non c'erano pi. Nessuno si ricordava di me. Molti, troppi, erano morti. Superstite solo era il melo delle frutta acide e selvatiche che mi piacevano tanto perch me l'avevano vietato, come il Creatore viet ad Eva il suo, con quel risultato che sapete. Era diventato grosso, rugoso, aggrondato. Volli addentare un pomo, ma lo sputai come veleno. Eppure egli, poveretto, non aveva cambiato i suoi miseri frutti; ero cambiato io!
Le vendemmiatrici dove erano? Morte forse anche loro? Pensai alle tristi parole del Rabelais "addio panieri, la vendemmia  finita!" Addio.




Una decina d'anni sono mi misi in capo di attraversare tutta l'alta Italia da Genova a Trieste in bicicletta e ci riuscii, senza infamia. Da Voltri per la galleria del Turchino, scesi ad Ovada, dove tutte le strade si chiamano o Saracco senatore Giuseppe o Saracco cavalier Giuseppe ed era tempo di vendemmia. In quei pressi, sino verso la Capriata d'Orba, trovai che quello doveva essere un paese di gran galantuomini. Noi chiudiamo le vigne con folte siepi di pruni e in Toscana le chiudono a dirittura con muricciuoli; qui invece, pochi fascetti di ginestre secche, stesi sul margine della strada, erano l'unico segno di confine, e, ad un palmo di l dal fosso, cominciava la vigna pari pari e ricca di grappoli maturi. Pensai che, tra le viti, qualche contadino facesse buona guardia, ma non ci vidi anima viva. Possibile che lass non vi sia qualche ladruncolo cui piaccia l'uva degli altri come a me le mele acide che mi erano vietate? E me ne rallegrai coi concittadini di Saracco comm. Giuseppe, il quale, vivendo, fu un ottimo galantuomo ed ha forse lasciato ai suoi vicini l'esempio e il ricordo della sua specchiata onest.
Forse perch ero assorto in questi generosi pensieri o forse perch lessi male la Guida del T. C. I., verso Basaluzzo sbagliai la strada. Il caldo era grande, il sole bruciava la strada ed io, in questa oppressione di solitudine, mi sentivo maturo per un po' di requie. Trovata l'ombra di una casa, appoggiai la bicicletta al muro e ripresi a studiare la Guida. Nel silenzio meridiano non passava un soffio, non che una creatura viva, e sentivo una gran voglia di chiudere un occhio, tanto pi in paese di galantuomini come si vede dal modo di guardare le vigne, quando ad un tratto dalla casa usc un suono di pianoforte.
Chi era quella buona, santa e bella ragazza (perch doveva essere una ragazza bella, santa e buona) che mi suonava la sesta Rapsodia del Liszt, proprio quella che mia figlia suon la sera prima della mia partenza? Mi sentii dentro un rimescolo di riconoscenza e di amore, ma l'aspettavo all'allegro che ha le ossa dure. "Ora ti voglio" dicevo io! Ebbene; la ragazza santa, buona e bella, esegu l'allegro con disinvoltura brillante, come se nulla fosse! Benedetta sia!
Me ne andai, lo confesso, con una tendenza alla tenerezza che, se gli amici mi avessero visto, riderebbero ancora. Me ne andai e giunsi ad Alessandria, ripetendo per la incognita i versi del Leopardi:

Di qua dove son gli anni incerti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.

Sar per ci che quando risento la sesta Rapsodia del Liszt, chiudo gli occhi e mi vedo presso a Basaluzzo, all'ombra di un muro e con una gran voglia di piangere.




E poich sto raccontando i fatti miei anche a chi non li vuol sapere (difetto solito e forse importuno di chi invecchia senza aver nulla da nascondere) lasciatemi contare anche questa.
Proseguendo il mio lieto viaggetto, giunsi a Vicenza dove passai la notte.
La bicicletta  il cavallo della libert; con lei si va dove si vuole, ci fermiamo dove ci pare, forte, piano, a destra, a sinistra, come detta la volont o il capriccio. Cos la sera, cenando, mi venne in mente di andare a Bassano, deviando dal mio itinerario, per un pensiero capitatomi in testa l per l.
Dovete sapere che a Bassano opera il migliore fabbricatore di pipe di terra cotta che sia in Italia. Modesto, nemico della rclame, ingegnoso e attivo, la sua terra cotta non  creta volgare esposta alla fortuna instabile della fornace, ma una composizione che ricorda la terra cotta di Signa. Le famose, le vere pipe di Schemnitz inseparabili dalle labbra di ogni buon ungherese, le fabbrica lui, in una officina modesta che egli chiama bizzarramente Pipificio Cavazzon; ed io decisi di andare a rifornirmi del mio modello (N. 112) proprio dove si fabbrica.
Cos in una mattina fresca per Sandrigo e Marostica (non vidi i pellegrini) giunsi a Bassano, passai lo strano ponte coperto, ordinai le pipe, mangiai un boccone al Cardellino e per la via di Cittadella, mi misi verso Padova.
Tutto questo a voi non importa, ma importa molto a me, perch quei sessanta chilometri pedalati solo per comprare alcune pipe di coccio, furono tra i pi lieti e fortunati chilometri che abbiano posto nei miei ricordi.
Da Bassano a Padova la via eccellente  in lenta discesa e un venticello benigno mi aiutava. Io mi trovavo in quella felice disposizione d'animo che i fisiologi chiamano eufora e che fa parere tutto bello, tutto lieto e beato, di un ottimismo da vincere il dottor Pangloss, buon'anima sua, e le vendemmiatrici cantavano nei campi, quasi per ricordarmi le vendemmiatrici della mia infanzia. Ahim, dove saranno?
E rivivevo con delizia quei giorni lontani, cercando con occhio memore il melo dalle frutta acide, quando a Limena mi accorsi che la brisiola del Cardellino non era pi che una santa memoria anche lei. Avevo appetito e (beata libert della bicicletta!) mi fermai alla prima osteria.
Sotto ad un gran portico, dove erano molti barrocci, mi accolse una magnifica ragazza che mi condusse ad un pergolato, mi serv uno spuntino sopra una tavola rustica e mi interrog, curiosa de' fatti miei, per abitudine professionale. Ritta davanti a me, puntava sulla tavola un braccio nudo fino quasi all'ascella, un braccio un po' morso dal sole, ma degno di animare i moncherini della Venere di Milo. Il pergolato, l'odore caldo del mosto, i canti, mi ricordavano il passato; e quel braccio nudo, con una fossetta insolente al gomito, mi pareva uno di quelli delle vendemmiatrici, delle canefore di una volta, quando non sapevo che la stretta di due braccia di donna pu uccidere.
La ragazza s'ingann evidentemente sui motivi della mia contemplazione, si allontan e quando venne a farmi pagare il conto, notai che non aveva pi le maniche rimboccate, il che mi indusse in meditazioni maliziose che prima non avevo avuto. Conseguenze logiche del pudore, il quale, pi che velare, stuzzica. Me ne andai, ma da Limena a Padova ebbi davanti agli occhi quel braccio che, nudo, mi aveva destato tanti ricordi e, coperto tanti mali pensieri. Il peccato  figlio della proibizione. Ricordatevi le mele acide! Ma ecco, anche i tenui ricordi di quell'ora entrano nel passato di dove li evocher lieti fino al giorno in cui dovr dire: Addio panieri, la vendemmia  finita.
Ci vorr pazienza.... ma che magnifico braccio!
IN MEMORIA DI EMILIO ZOLA


I bocci del Germinal matureranno il frutto e le generazioni passeranno dimenticando. Ma se l'arte di Emilio Zola, che a noi parve cos vivo e sincero specchio della vita contemporanea, rimanesse soltanto ricordo e studio di futuri eruditi, non sar per dimenticata l'opera generosa del cittadino nel processo Dreyfus, finch la sete della giustizia e della verit, sia il tormento sacro delle anime non vili.
Quando egli ebbe vinto la sua battaglia e sotto il suo terribile j'accuse ebber curvato il capo i pi possenti artefici della menzogna, la calunnia accorse alla riscossa. Di che accusarlo? Di venalit? Ma egli era ricco! Di cercare una malsana celebrit? Ma il suo nome era illustre fino nei pi remoti angoli del mondo! La sua vita e quella de' suoi era illibata. Da che parte dunque ferirlo?
Si frug nei segreti archivi e si fabbric una lettera di un colonnello Combes che accusava il padre del romanziere e lo accusava di peculato. Calunnia iniqua ed ingenerosa perch, se anche l'accusa avesse risposto alla verit, di che era colpevole il figlio?
Ma il figlio non si quet e volle vedere in faccia l'accusa. Ottenne a gran fatica di poter guardare le carte accusatrici, ma il disordine loro, le tracce di recenti manomissioni accrebbero in lui il dubbio. Il colonnello Henry, che aveva falsificato i documenti del processo Dreyfus, s'era fatta giustizia segandosi la gola col rasoio. Il falso era dunque probabile: ma come provarlo senza termini di confronto? E il confronto con altre scritture del Combes era negato dagli archivi militari. Bisognava cercar altrove.
Nel gennaio del 1900 una persona che mi onoro di conoscere, mi scrisse: il Combes era colonnello nel corpo di spedizione francese che occup Ancona nel 1832. Forse in quegli Archivi potrebbe trovarsi il documento di confronto; ma la ricerca deve essere prudente. Non si sa mai!
Non volli confidare ad altri il piccolo segreto e partii in una notte fredda e fangosa, ben contento di render servigio a chi me lo chiedeva ed al Zola.
Ancona, cos lieta di sole nei bei giorni di estate, in quella notte era veramente orribile. Il vento gelato aveva raffiche di neve e il mare mugolava lontano. Il presagio era triste e dormii male.
Al mattino, appena aperti gli uffici pubblici, imbastita una povera favola di ricerche a proposito di una eredit, ottenni il permesso di frugare negli archivi e mi piace di ricordare che dappertutto fui accolto ed aiutato colla miglior cortesia. Cos gli enormi mazzi di carte del 1832, scossi dal lungo sonno e dalla antica polvere, mi passarono sotto gli occhi e li sfogliai ad uno ad uno con ansia febbrile. Ma pareva che una maligna fata mi schernisse e quando credevo di aver afferrato il filo, ecco il filo mi si rompeva in mano. Trovai i ruoli delle paghe e c'era il Combes, ma i ruoli erano in copia e non in originale. La corrispondenza col municipio era tenuta dal generale, le domande pel casermaggio dagli ufficiali d'Intendenza e il colonnello che, si vede, si restringeva al governo del suo reggimento, non appariva mai. Che lunghe ore passai nell'Archivio municipale e nelle soffitte del palazzo di Giustizia sempre sperando di trovare quella firma cercata! Mi dicevo sempre: sar pi qua: e le carte mi sfilavano ad una ad una sotto gli occhi, ingiallite come cose morte, e sempre nulla!
Pur troppo le assidue ricerche furono vane e del Combes non trovai un segno. Dovetti andarmene colla dolorosa certezza di aver fatto opera inutile. Ed io che avevo gi pronto il fotografo per riprodurre il documento!
Telegrafai l'insuccesso a Parigi e ripartii sconfortato, quando, alcuni giorni dopo, ricevetti una buona lettera da Emilio Zola, lettera che tengo carissima, ma che non riproduco perch ai ringraziamenti, forse meritati, sono aggiunti alcuni elogi, certo immeritati, che, ai lettori i quali li vedessero a stampa e pubblicati da me, potrebbero parere segno di piccola vanagloria.
Ho qui, aperta sul tavolo, questa lettera per me carissima e nella sua calligrafia diritta, chiara e robusta mi sembra di vedere impresso il carattere dell'uomo cos energico e perseverante nella ricerca dell'arte e della verit. C' l'uomo che ha conquistato libro per libro il nome e la gloria, vincendo le ripugnanze del suo paese, riducendo al silenzio gli stessi negatori della luce, sia in uniforme, sia in sottana. C' l'uomo forte che toller serenamente la passione del processo, la stoltezza della condanna, l'amaritudine dell'esilio. C' l'uomo, anzi il galantuomo, che cerc con imperturbabile tenacia la verit nell'arte e la giustizia nella societ. C' tutto Emilio Zola che ebbe almeno l'alto, l'invidiabile onore di esser respinto come un reprobo dalla Chiesa e dall'Accademia!
E la mano che scrisse, ora  fredda! Non taceranno le ire sopra la tomba, ma se il mondo dovesse dimenticare l'artista, la storia ricorder il generoso!
LA FOSSALTA


Chi va da Bologna a Modena seguendo la via Emilia, rimane sorpreso vedendo la retta inflessibile della strada romana rompersi a pochi chilometri dopo Castelfranco per andare a raggiungere il ponte di Sant'Ambrogio con un lungo giro. Il Panaro, come mostrano le carte, ha invaso la via e corre per lungo tratto sul tracciato della strada antica; ma che per tragittarlo occorresse allungare di tanto il cammino,  un mistero che si lascia spiegare a chi trova tutto bello e tutto buono nel medio evo.
Passato il ponte di Sant'Ambrogio e ripresa la linea retta, dopo alcuni chilometri si trova un ponticello moderno, colla ringhiera di ferro, sopra un piccolo torrente o piuttosto un fosso, che reca al Panaro l'umile tributo di un filo d'acqua. Il fosso  profondo e le rive sono quasi a picco. Di l dal ponte, a sinistra  una casa modesta con un portico basso dove sono due o tre botteghe. Sulla parete esterna che guarda Bologna  dipinto San Petronio e sull'altra che guarda Modena, San Geminiano. Cos i santi patroni delle due citt guardano ciascuno la propria.
Nel luogo non c' nulla che fermi l'attenzione. Un torrentello, un ponte ed una casa come se ne trovan cento lungo la via. Eppure qui, o poco lontano, si combatt una celebre battaglia in cui un re fu fatto prigioniero e da cui scatur un poema celeberrimo. Il luogo si chiama la Fossalta, il prigioniero re Enzo, figlio dell'imperatore Federico II, e il poema La secchia rapita!
Quando il re Enzo cadde in mano dei Bolognesi aveva ventiquattro anni ed era "bello di corpo, con un'angelica faccia, avendo i capelli biondi istesi fino alla cintura", come narra l'Alberti. Fu messo in carcere comodo e decoroso, ma cos strettamente guardato che non pot uscirne che morto. Melanconica fine dell'aquilotto imperiale spentosi tristamente nella ferrea gabbia, quando tante speranze gli sorridevano!
Poich Enzo, se non aveva mai visto il suo regno di Sardegna, aveva gi guidato gli eserciti dell'Impero alla vittoria. Era corso fino alle porte di Roma, minacciando papa Gregorio che lo aveva scomunicato e, comandando la flotta, sconfiggeva i Genovesi alla Meloria, dove poi doveva cadere per sempre la potenza di Pisa. Tante promesse dalla fortuna dovevano seppellirsi in una oscura prigione, mentre a chi sa quali altezze si sarebbe levato questo giovane che, quasi adolescente, vinceva le battaglie! E se egli fosse stato a Benevento, in luogo del quasi saracino Manfredi, chi pu dire se la storia d'Italia sarebbe stata quella che fu?
Negli ozi del carcere il prigioniero poetava.
Ingegnoso e colto, come furon quasi tutti i rampolli di questa razza di Svevi mal trapiantata in Italia, alcuni dei suoi versi ci rimangono, n migliori n peggiori di quelli che in quel tempo rimava la scuola siciliana.
In un sol luogo, fra tanti lamenti di un amore retorico, si ascolta quasi un rimpianto della libert perduta:

Va, canzonetta mia
E saluta Messere.
Dilli lo mal ch'io aggio.
Quegli che m'ha in bala
S distretto mi tiene
Ch'io viver non potraggio.
Salutami Toscana
Quella ched' sovrana
In cui regna tutta cortesia:
E vanne in Puglia piana,
Lamagna, Capitana,
L dove lo mio core  notte e dia!

E cos poetando dolorosamente, meditando forse con amarezza il verso in cui diceva "Tempo viene chi sale e chi discende", mor prima di toccare i quarant'anni e dopo aver visto la rovina della sua famiglia.
Alla Fossalta i guelfi vinsero i ghibellini; i Bolognesi vinsero i Modenesi e di tutto quel triste passato non resta pi traccia da alcuni secoli. Da lungo tempo le due citt, un giorno rivali, vivono in comunanza fraterna di affetti e di intenti. Chi volesse oggi ridestare quegli antichi odi municipali, non sarebbe capito o farebbe ridere.
Eppure, a miglior consacrazione di questa fratellanza, mi piacerebbe che una memoria alla Fossalta ricordasse al viandante l'orrore dell'antica discordia nata dalle lotte tra la Chiesa e l'Impero, e la saldezza della concordia presente, nata dagli sforzi comuni per conseguire l'unit della patria. Perch sul margine del triste torrente, in co' del ponte, non potrebbe sorgere una pietra che ricordasse la storia e celebrasse la concordia? Vedano le due provincie e i due comuni; veggano soprattutto i Consolati del Touring Club Italiano se a loro non paia di prendere l'iniziativa.(7).
Una lapide che dica la verit, tra tante che dicono la bugia, non starebbe male.
AURELIO SAFFI


Il doloroso anniversario della morte di Aurelio Saffi, rinnova in noi la tristezza della perdita di uno tra i pi operosi e sinceri cooperatori del riscatto italiano. Egli mor come visse, rigidamente gentiluomo, senza chieder nulla, assolutamente nulla dell'opera assiduamente data colla mannaia sospesa sul collo. L'idea che tante fatiche e tanti pericoli dovessero procacciargli almeno la gratitudine delle generazioni che ora hanno una patria, non gli sfior neppure il pensiero. E, negli ultimi tempi, l'austero aspetto di questa incarnazione del disinteresse puro e sereno, pareva un rimprovero vivo a tutti coloro che si fecero compensare lautamente per servigi ben minori dei suoi.
E rivediamo ancora, cogli occhi della mente, l'onorando vecchio, col passo non pi spedito, ma con la persona ancora eretta, recarsi all'Universit, dove le sue lezioni richiamavano i discenti ed i docenti, i giovani e gli uomini maturi. La sua voce era un po' velata, ma la sua parola era calda, abbondante, sicura. Ragionava serrato, senza conceder nulla alle facili frasche dell'eloquenza retorica, egli, che era stato detto tribuno! Parlava di scienza soltanto e rimaneva sempre nelle regioni pi alte del diritto, senza perci dimenticare che la scienza non val nulla se sdegna l'applicazione della pratica. E da quelle lezioni si usciva colla impressione di qualche cosa di pi grande, di pi solenne che non siano le sottigliezze del giure o la discussione dei testi. Forse anche l'oratore suggestionava con quel suo volto di apostolo tranquillo ed equilibrato, quell'ampia fronte che aveva pensato tanto e quegli occhi chiari e buoni che avevano visto tanti trionfi e tante sconfitte, tante gioie e tanti dolori. Ma il triunviro non faceva dimenticare il filosofo: e quelle ore silenziose, tra gli ascoltatori affollati, sotto il fascino di quella parola, non si scordano pi.
E conosciuto l'uomo, si rimaneva sorpresi. Ma come? Erano cos questi cospiratori repubblicani che le caricature dipingevano colle fattezze dell'Orco che mangia la carne umana? Erano cos fatti quegli uomini che la stampa conservatrice accusava di affilare i pugnali nell'ombra e di predicare l'assassinio? Non c'era delitto in Europa in cui non si vedesse la mano o la complicit di costoro e non c'era vituperio o condanna che paresse grave per simili malfattori. Ebbene, gli accusatori mentivano.
Chi ha conosciuto Aurelio Saffi, il confidente di Mazzini, il triumviro della Repubblica Romana, il repubblicano convinto, cospiratore e combattente, pu dire quanto egli fosse ingenuamente e profondamente buono. La sua tolleranza per l'opinione altrui arrivava fino allo scrupolo e la dolcezza dell'animo aveva delicatezze femminili.
Quest'uomo che l'odio di parte pu aver accusato di sete di sangue, non aveva affatto il senso dell'odio e, non solo non avrebbe scientemente fatto del male al suo peggiore nemico, ma nell'animo suo sereno non conosceva nemici. Vedeva le cose e gli avvenimenti dall'alto e dalla piccola realt saliva subito alle idealit e, se volete, anche alle illusioni di una filosofia umanitaria e generosa. Gentiluomo corretto senza rigidezza, ma gentiluomo in tutto, nella vita intima e nelle relazioni col mondo, aveva tenuto fede agli entusiasmi della sua giovent, come un cavaliere antico alla sua dama, e quell'anima candida che gli scritti mercenari dicevano piena di chi sa quali indegne sozzure, era piena di vera, di ammiranda nobilt.
E chi non lo conobbe pu sincerarsene leggendo i suoi scritti, raccolti con pietosa e intelligente cura dalla gentildonna che gli fu degna compagna nella buona e nella rea fortuna. Nel terzo volume, si contiene il seguito della storia di Roma dal 1846 al 1849, e tratta appunto dei tempi pi combattuti in cui il Saffi triumviro dovette conoscere il fiele degli avversari e la responsabilit del potere. Ebbene; non una parola amara, non una recriminazione, non un'accusa, ma un racconto impersonale dei fatti ed una discussione alta e serena dei diritti. Se per la forza delle cose l'autore non dovesse talora ricordare se stesso, l'opera sembrerebbe scritta da uno storico che non ha partito preso, o interessi, od opinioni da difendere. E quando si giunge in capo al volume, si rimane sorpresi e si ripete, come si disse pi sopra: o come? cos erano i cospiratori, gli assassini, gli uomini posti al bando dalle leggi divine e umane? Ah, cos fossero i ministri della Corona!
Ed ora questo carattere irremovibile nella teoria e nella pratica della virt, quest'anima nobile, saggia, generosa, non  pi per noi che un mesto ricordo. Restano le opere, resta la memore venerazione di chi sa e di chi ama, ma chi ci render pi il cittadino integro, il consigliatore sicuro, il modello e l'esempio a cui ricorrere per prender coraggio nella lotta dell'avvenire contro il passato?
Povero Aurelio! Quanti l'avranno dimenticato a quest'ora; quanti l'avranno in cuore come un rimorso! Ben fortunati noi se possiamo rievocare "la cara e buona imagine paterna" coll'animo sicuro con cui gli stringevamo rispettosamente la mano leale.
IL CENTENARIO DEL LICEO ROSSINI
IN BOLOGNA


Bologna nel settecento, riguardo alla musica, occupava il posto che occupa oggi Milano. Produceva ed educava artisti, specialmente donne, le cui caricature s'incontrano nelle commedie del Goldoni, nel Teatro alla Moda del Marcello e nella tradizione personificata in Mamma Agata, come ora, in Milano, nella figura comica di Gigione. Gli insegnanti erano celebri e il gusto del pubblico raffinato, bench alquanto resto alle novit, come accade spesso nei centri dove c' una tradizione gloriosa e una rete fitta di interessi meno gloriosi.
Lo studio teorico della musica vi era spinto ad un eccesso che diventava astruseria.
Il Padre Martini, ingegno aperto, reag contro questo arido scolasticismo, lasci libero il passo alla musica classica tedesca, odiata allora come fu odiata poi quella del Wagner. E non minimo vanto di Bologna  quello di aver aperto le porte al Bach e all'Handel allora, come le aperse poi al Lohengrin altrove deriso e consacr il Mefistofele altrove miseramente caduto. Certo, errori di gusto se ne commisero anche qui, ma di questi meriti va tenuto buon conto.
Comunque, alla fine del settecento, il centro musicale cominci a spostarsi. Milano, divenuta capitale della Repubblica, poi del Regno, pi atta per indole al commercio ed all'industria, favorita dalla posizione e dalle comunicazioni e dalla fama dei suoi spettacoli, assorb gli artisti migliori, vide prosperare case editrici e formicol di impresari e di intermediari.
Tuttavia Bologna era stata e rimaneva illustre per l'insegnamento. Nel regno della teoria teneva ancora facilmente il primato e, sul principio del secolo nuovo, nacque e prese forma l'idea di farne una Universit musicale, un tranquillo asilo di studi superiori, non pi frammentati e divisi in lezioni private, o quasi, di vari maestri, ma coordinati e disposti ad un fine supremo; quello di fornire agli allievi tutto quel sapere che  necessario ai maestri, l'istrumento insomma sul quale il genio avrebbe dovuto poi cantare le proprie glorie. Il solo istrumento, poich, purtroppo, il genio non  dato dalla scuola.
Ordinato tutto, usc questo laconico avviso:

REPUBBLICA ITALIANA
ANNO III

Nel giorno prossimo venerd 30 cadente novembre alle ore 11 ant. si terr la funzione dell'apertura solenne del Liceo filarmonico gi indicata nel Proclama prec. pubbl.

24 novembre 1804.

Il primo direttore fu il padre Mattei, il migliore allievo del Martini, che per dovette deporre la tonaca e rivestirsi da galantuomo. L'instituzione era e rimase municipale e i frutti che se ne ebbero furono eccellenti. Basti solo il dire che da questo Liceo usc Gioacchino Rossini.
E l'instituzione vive ancora florida e fertile, lieta di aver compiuto i suoi cent'anni da poco e lietissima poi di averli compiuti facendo bene quel che le era stato commesso di fare.
La piazzetta Rossini, sulla quale si apre la porta del Liceo, vede passare i giovani e le ragazze, affrettati, cogli scartafacci e gli strumenti sotto il braccio. Poi, come da un operoso alveare, esce dall'antico convento un ronzo di suoni confusi, di strepiti senza figura, di cacofonie senza forma. Sono gli allievi che studiano nelle varie scuole e i suoni si mescolano e si confondono tanto da far dubitare che ivi sia proprio l'albergo dell'armonia.
Studiano e sono molti. Solo le scuole di pianoforte sono tre e dirette da tre maestri il cui nome  celebre; e studiano davvero.
Il pianoforte! Quanti facili epigrammi sulle ragazze che studiano il pianoforte! (anch'io ne son reo!) Solo contro le suocere se ne aguzzarono altrettanti! Ma se una vicina che ripete cento volte uno studio  poco simpatica, non bisogna essere poi troppo egoisti.
Pensate alla somma di coltura musicale che quelle ingenue strimpellatrici hanno introdotto in tante case serrate ad ogni alito d'arte, sia pure primitiva. L'educazione del gusto di cui fanno prova i pubblici odierni, credetemi,  in gran parte opera di queste vilipese laceratrici di ben costrutti orecchi.
Esercitano un apostolato del quale non  generoso rimproverarle.
E il Liceo musicale di Bologna ha pure, oltre il merito dell'utile lavoro, un merito eminente: la ricchezza e la cura della sua Biblioteca.
Pochi la conoscono e molti cittadini sanno appena che ci sia: eppure  una delle pi preziose e ricche in Europa!
Cento anni! Auguriamone cento volte tanti nell'interesse dell'arte e della civilt!
LE STAFFETTE


Ricorrendo il XXV anniversario dell'avvento d'Italia in Roma, il Veloce Club di Verona fece che il Sindaco di Dolc, amministratore del pi lontano ed alpestre comune del Regno verso il confine di Trento, spedisse al Sindaco della Capitale queste parole miniate su pergamena:

Il Sindaco di Dolc
al Sindaco di Roma

DA LA PENDICE DEL BALDO
ULTIMO LEMBO DELL'ITALICO DOMINIO
CENTO CICLISTI
NE L'ALTERNA CORSA VOLANDO
PER LE VALLI PADANE
PER L'ASPRE GIOGAIE DELL'APPENNINO
AUSPICE IL VELOCE CLUB VERONA
RECANO A VOI
RAPPRESENTANTE DI ROMA IMMORTALE
L'ECO DELLA GIOIA DEI POPOLI LIBERI
E IL SOSPIRO DEI FRATELLI
CHE LIBERTA' NON CONOSCONO
Dolc XX Settembre MDCCCXCV.

Nella notte, tra il 18 e il 19, le prime due staffette partirono dal segno del confine e il signor Poggiani, organizzatore della corsa, scrisse cos:
"Alle 1,30 il vice presidente dott. Caliari e il Brambilla, le due prime staffette, erano al confine.
"La notte era profonda e silenziosa. A destra il monte Baldo, a sinistra il Corno d'Aquilio, disegnavano i loro cupi profili nel fondo stellato del cielo e i gorghi spumanti dell'Adige ruggivano l sotto e l'aria fredda che spirava dalle gole trentine portava profumi di ciclamino e voci sottili e lontane, come un lamento di fratelli nel mistero della montagna, come il sospiro interpretato dalla pergamena.
"Pochi erano i presenti. Due ciclisti di Rovereto, due carabinieri, due guardie austriache. Nessuno parlava. Inconsciamente la commozione vinceva gli astanti, assorti in un pensiero comune: Roma!
"E Roma era laggi, oltre il Baldo, oltre la Chiusa, oltre le valli dell'Adige e del Po, quasi aspettante il modesto messaggio che le doveva recare il saluto della libert presente, l'augurio della libert avvenire.
"Un dubbio pungeva il cuore delle staffette. Sarebbe giunto fino a Roma il povero messaggio, trasportato dalle fragili ruote, attraverso le lunghe valli, su pei duri gioghi dei monti, tra i sentieri inospitali e fallaci dei boschi?
"Ah, no! Lungi, al di l dalle tenebre folte, il cuore sentiva e vedeva la lunga fila dei cento ciclisti giovani e forti che stavan pronti ad alternarsi gridando! Eccoci! Ben venga il lieto messaggio nelle nostre mani sicure. Di che temete? Il viaggio  facile e breve poich la bicicletta ha rimpicciolito il mondo!...
"Al campanile di Borghetto suonarono le due. Le staffette si scossero. Il Caliari baci in volto i carabinieri, pose il piede sulla pietra del confine e, volto alle guardie austriache, grid con voce commossa:
" - Vado a Roma!
" - Gute Spazierung!
"E il messaggio e i messaggeri sparirono, precipitando nel buio".




La pergamena giunse felicemente a Roma il 20 Settembre nelle mani del Sindaco Ruspoli. Pass per Bologna e valic l'Appennino. Fui testimonio e scrissi cos al Giornale "La Bicicletta".




Se i grandi dolori sono muti, le gioie grandi sono espansive; e questa sentenza Le spieghi il perch Le scrivo non richiesto e racconto i fatti miei a chi non li vuol sapere.
Premetto - come dicono i notai nei loro istromenti - che ho vissuto una vita sedentaria e malsana fino a pochi anni or sono, pieno di seccature, di nervi e di cattive digestioni. La bicicletta  stata la mia salute e solo mi duole di averla esperimentata quando la barba mutava colore. Ho un figlio appena uscito dall'adolescenza e con lui, molto miglior pedalatore ch'io non sia, galoppiamo d'amore e d'accordo, vivendo al sole, all'aria libera, nella sana allegria del piano e del monte, quando a lui le scuole e a me l'ufficio lo consentano.
Per la corsa staffette Peri Roma, questo nostro V. C. mi fece l'onore di destinarmi Ispettore a Porretta, dove il dispaccio doveva passare dai Bolognesi ai Pistoiesi e l'egregio Lanino era mio collega. Mio figlio Guido e il signor Gian Pietro Gozzi erano le ultime due staffette nostre, che sino dalle 9 si trovavano al km. 48, segnando Porretta il 59. Undici km. di strada buona, ma in salita continua, bench non forte, con qualche tratto di pendenza duro ma breve e qualche voltata brusca e da starci bene attenti.
In Porretta trovai ottima accoglienza. Il ff. di Sindaco venuto apposta di villa, i carabinieri, e tutti si misero a mia disposizione con evidente simpatia. Due bravi giovani ed egregi ciclisti del paese mi si offersero e li mandai anch'essi al km. 48 per aiutare le due staffette, se occorresse. Verso le 10, essendomi venuto il dubbio che le staffette pistoiesi attendessero al confine della provincia, tre km. pi a monte, mi si offerse un giovinotto operaio, di cui con mio dispiacere ho scordato il nome, il quale volle recarsi al confine per aver notizie, montato sopra un preistorico biciclo che faceva il fracasso di un carro di catenacci. Incontr i pistoiesi a mezza strada.
Erano i signori Ciabatti e Begliuomini, due giovani robusti e gentili che avrebbero conciliato al ciclismo anche il Papa, tanto spirava da loro la salute fiorente, il sano buon umore, la lieta cortesia che viene dalla coscienza della forza. Mangiarono un boccone, e aspettammo.
S'era fatta folla, le finestre erano piene di signore. Il mio collega Lanino si occupava dell'ordine, io doveva pensare alla consegna. Tutti guardavamo intenti su per la strada che, pendendo leggermente verso il paese, lascia vedere di lontano chi arriva. Si aspettava con ansiet.
Ad un tratto tutti gridiamo: "eccoli! eccoli!" Apparivano in alto le maglie bianche. Il collega gridava: "largo!" ed io urlava ai pistoiesi: "signori, in sella!" Montarono e presero lentamente l'andare per lasciarsi raggiungere dagli arrivanti.
Venivano gi come fulmini e nella polvere non si vedeva che il luccicare delle biciclette. Poi si distinsero e vidi mio figlio alzare in alto un astuccio di metallo, gridando la parola d'ordine: "Veloce Club Verona!" - I pistoiesi risposero: "Roma Capitale!" - afferrarono a volo l'astuccio e via come il vento, mentre io urlavo: "Undici e trenta. Buon viaggio!" - Fu un lampo; tutti applaudivano; le signore agitavano i fazzoletti acclamando: "Bravi ragazzi! Bravi ragazzi!" Non si sentiva altro. Gli undici chilometri erano stati coperti in 20 minuti, in salita!
Perch scrivere dei versi? Questa  poesia bella, sana, santa, e io protesto che non cambierei quei pochi minuti di entusiasmo, quei pochi secondi cos vivacemente vissuti, con una corona d'alloro, coll'immortalit della fama. Questa  la pienezza della vita. Non val la pena di esser stati al mondo se non si sanno gustare emozioni formidabili come queste. Qui avrei voluto vedere un ciclofobo! Se non si convertiva era cretino nato.
Tornammo a Bologna tutti allegri, cantando e lodandoci delle molte gentilezze ricevute in Porretta. L, in vetta all'Appennino, quei robusti montanari non odiano il cavallo di ferro. Vivono e faticano all'aria aperta, e intendono, amano ed aiutano chi, come loro, all'aria aperta vive e fatica. Cos hanno pi cuore e cervello che tanti amatori della vita sedentaria, nei quali il fegato ingrossa e secerne la bile del misoneismo e della ciclofobia.
Coraggio! In sella!
IN SELLA


Diventai modesto ma appassionato ciclista per amor paterno.
Confesso che la bicicletta m'era antipatica. Il viandante che cammina tranquillo pe' fatti suoi e, cos all'improvviso, si sente da lato il frullo di una bicicletta, prova una sensazione sgradita che si traduce spesso in interiezioni ingiuriose contro al ciclista e talora contro la Divinit. Pochi non hanno per lo meno un sussulto, un guizzo di sorpresa ed ho visto corridori celebri saltar via come le donne.
Poi a Bologna, dove il selciato non  igienico per le biciclette, girano per lo pi i ragazzi che hanno marinato la scuola o la bottega, con la macchina a prestito o a nolo. Chi l'ha del proprio, abomina i chiodi, il vetro ed i ciottoli acuti, e conduce la bicicletta a mano. Dal che viene che l'estetica dei ciclisti urbani qui non inspira entusiasmo.
Perci la bicicletta mi era antipatica.




Ma ecco che, un bel mattino, mio figlio, tornando dal Liceo, versa nel seno paterno la confessione del suo amore per la bicicletta. E l'amore non era pi innocentemente platonico, poich le peccaminose relazioni tra l'adolescente innamorato e la macchina seduttrice erano gi consacrate e consumate. Pensandoci bene, riflettei che, dopo tutto, alla sua et, era meglio innamorarsi di una bicicletta che di una vitella e dissi amen.
Solo che avevo un po' di paura. I ragazzi sono audaci e spensierati ed i giornali ci narrano tutti i giorni gli orrori ed i disastri cagionati dal ciclismo. E' strano! Se un fiaccheraio mette sotto una generazione intera, appena lo dicono, se pur lo dicono: ma se un ciclista si scortica un dito o storpia un cane vagante, tutte le gazzette trombettano il funesto avvenimento che fa rabbrividire i babbi e le mamme. Hanno una rubrica apposta che s'intitola: Disgrazie del ciclismo.
Cos avevo paura anch'io.




Esposi il mio caso ad un ciclista maturo e prudente. Mi rispose. "O perch non impara anche lei? Cos andranno insieme".
Il consiglio mi parve buono e volli imparare. La pista del nostro Veloce Club deve ancor ridere dei miei primi tentativi quando ansando, sudando, serravo disperatamente l'immenso manubrio di una macchina venerabile per le gomme piene e lo sterzo a pivot; mausoleo antichissimo che suonava come un carro di ferri vecchi. E il campo centrale come era morbido, quando con una sterzata involontaria lo andavo a trovare e mi accoglieva sul soffice tappeto di trifoglio, lungo e disteso!
Ma sono cocciuto e imparai senza dirlo a nessuno.




Quando fui cotto al punto, dissi al figlio che volevo imparare anch'io. Mi si offerse maestro e andammo dal noleggiatore Pelloni, sulla Piazza Otto Agosto, nota palestra dei principianti. Ivi, fingendomi coscritto, mi feci mettere in macchina con gran fatica, ascoltai reverente i consigli e i precetti figliali, poi dissi: "Ho capito! Si deve far cos!".
E partii. Il figlio prima ebbe paura e mi rincorse gridando: "bada! bada!" Ma quando mi vide onorare la piazza di eleganti evoluzioni pedalate magistralmente, allora cap e rise. Ah, come ridemmo di gusto quella mattina!
Due giorni dopo andammo al Sasso (16 km. di salita) ma il Pelloni mi aveva dato una macchina da mezza corsa, troppo dissimile al vecchio letto di ferro sul quale avevo imparato l'arte. Compromisi, svergognai la dignit paterna con parecchi memorabili ruzzoloni; ma da quel giorno io e il figlio ci sentimmo in cos buona compagnia che siamo diventati inseparabili. La memoria di quegli esordi ci rallegra spesso nelle faticose salite per Firenze o nella monotona via per Venezia e sono memorie ancora recenti.




Cos, salito in bicicletta per istinto di dovere e per impulso d'affetto, ora me ne sono innamorato con passione. Non c' arte al mondo che possa esprimere il piacere, direi quasi la volutt, della vita libera, piena, goduta all'aperto, nelle promesse dell'alba, nel trionfo dei meriggi, nella pace dei tramonti, correndo allegri, faticando concordi, sani, contenti. Il mio erede corre pi forte di me ed io ho, od almeno dovrei avere, pi giudizio di lui, bench ci sia chi mi chiama "vecchio matto". Ma in ogni modo c' compensazione e accordo completo, specialmente nel compatire gli emorroidari che odiano la bicicletta perch, "fa diventar gobbi".
Ahim, poeti e gobbi si nasce e non si diventa. La rachitide non  malattia che s'acquisti. Caso mai, si trasmette ai figli dai padri volontariamente tardigradi e valetudinari. Mettetevelo in mente voi che vi guardate la lingua, vi tastate il polso, seccate il medico e ingrassate il farmacista. Andate in bicicletta coi figli e dopo un mese digerirete le cipolle crude.
Ve lo dico io.
A LORETO


Salimmo il colle di Loreto in un giorno rovente di Luglio, sotto le vampe del sole meridiano, nel barbaglio bianco della via che bruciava, assordati dallo stupido ed ostinato frinire delle cicale furibonde. I gelsi spogliati, le stoppie arse e gialle e le siepi immobili sotto un velo di polvere densa, parevano attendere la morte, immersi nel profondo torpore dell'agonia. Le sole vestigia della vitalit umana apparivano lass, in cima al colle, dove si alzava arcigna l'abside merlata del tempio dominatore, come una rocca fortificata contro un nemico invisibile, minaccia di offese e di sangue contro l'insorgere delle ribellioni. Pareva che sotto alla croce stesse in agguato il cannone e che le campane sonassero a stormo. Non ci appariva il tranquillo aspetto della fede, ma il viso ferreo, il cupo terrore della forza.
E salendo sempre, ogni passo era una rivelazione ed un incanto. Prima l'ondeggiar sinuoso delle colline feconde, simili a curve procacit di donne giacenti: poi le valli verdi, dove, sotto le lunghe file dei pioppi lontani, s'indovinava la frescura delle acque chiare e, finalmente, nell'orizzonte luminoso la striscia violacea dell'Adriatico seminata di vele bianche, come se Venezia vivesse ancora e i capitani della Repubblica cercassero nuove vittorie sull'onda fedele, sposata dall'anello del Doge; e nella serenit del cielo, nel verde delle valli, nell'azzurro scintillante del mare, trionfava la gioia, palpitava la bellezza d'Italia.
Ma le torri brune dall'alto minacciavano qualche cosa e le cicale arrabbiate schernivano qualcuno.




Giunti alla citt, ci parve di entrare in un sepolcro. Saettati dal meriggio, dormivano le cose e gli uomini nel mistero dell'ora asfissiante e, dietro le finestre chiuse, era il silenzio profondo dell'ultimo sonno. Per attraversata una via arroventata e deserta ove alcuni galli di bronzo ornavano come simbolo elegante le linee severe di un arco monumentale, dalla severa oscurit di una porta che sembra quella di una fortezza, entrammo nella vera Loreto, nel cuore e nella vita della citt santa.
In una via stretta e non soleggiata, si distendono due lunghe fila di banchi e di bacheche piene di medaglie, di amuleti, di imagini, di rosari, di campanelle, di cembali, di pezzuole variopinte e di ciambelle coperte di mosche. Dietro ai banchi di questa fiera devota ciarlano le venditrici incatenando le ave marie delle corone con le pinzette di acciaio e il filo d'ottone, disinvolte e distratte come le donne toscane che fanno la treccia di paglia.
Quando fiutano e vedono forastieri, chiamano, gridano, aprono vetrine, scuotono rosari, offrono imagini e cartoline illustrate, strillano e vituperano chi passa senza comprare o imprecano alle rivali pi fortunate. Vivono del tempio, vivono della Madonna, quasi sui gradini dell'altare e cos la fede si trasforma in pane pei bisognosi e in vino pei viziosi. Il mercato  sempre aperto e qui il Cristo del Vangelo non potrebbe castigarlo con un flagello di corde attorte, come a Gerusalemme. Ci sono i RR. Carabinieri.




Entrammo finalmente nel tempio, troppo descritto e conosciuto per parlarne qui. Lo splendore dell'arte ha rivestito l'imagine sacra di un manto pi ricco ed assai pi glorioso di quel che faccia la dalmatica tessuta d'oro e seminata di gemme che copre la rusticit di una scultura ingenuamente barbarica. L'arte del Maccari e del De Seitz era degna di figurare qui dove, secondo la leggenda, cresceva un bosco di allori, prima che ogni pietra di questi muri santificati reggesse una cassetta per le limosine.
E' qui, nel breve spazio di questa casupola, fasciata di fuori da marmi lavorati e coronata di statue superbe, in una atmosfera calda di aliti umani, di ceri accesi, di incensi fumanti, che appare manifestamente il miracolo.
Ma il miracolo non l'ha fatto questa statua nera, di legno d'ulivo; l'ha fatto la Chiesa Romana. Sotto la puerilit del prodigio lauretano, alla quale ora sino i sacerdoti colti e che guardano pi in l delle ingorde cassette per le limosine, si ribellano, sta il prodigio dell'organismo rigido che, sovvertendo la fede primitiva, ha obbligato milioni di uomini a chinare il capo qui, davanti a un ceppo mal scolpito, a trascinarsi sopra queste pietre in ginocchio. Il vero prodigio consiste nell'audace astuzia che ha saputo vincere la verit col terrore del futuro e piegare la dura cervice della ragione su questi gradini, colla minaccia di una vendetta eternamente feroce. Il miracolo non sta nella vista che ricuperarono i ciechi, ma nella cecit di coloro che vedono. Il miracolo non lo fa Loreto, ma quelli che fanno credere a Loreto. E mentre pensavamo cos, udimmo la nota stridula di un coro stonato.




Erano pellegrini che venivano chi sa di dove? Forse dagli Abruzzi.
Cenciosi, polverosi, schifosi, salivano le scalinate del tempio in ginocchioni, gridando "Viva Maria!" mentre le rivenditrici chiudevano a furia le vetrine e nascondevano tutto.
Pare che questi piissimi pellegrini, se hanno molti scrupoli nell'anima, ne abbiano pochi nell'ugna, e quando appaiono cantando in fondo alla via, il coro si sente accompagnato da uno strido di serrature prudenti che invocano la protezione, non della Santa Vergine, ma dei Reali Carabinieri.
Cantavano, come ho detto, trascinandosi sui ginocchi e nelle faccie gialle estenuate e negli occhi smisuratamente aperti era l'aura dell'epilessia. Dopo un poco, non pi sulle ginocchia, ma distesi a bocconi, baciavano la terra, come se dovessero farsi perdonare qualche tradimento.
Due vecchie orribili leccavano il pavimento con la lingua bavosa, sorrette alle ascelle da due megere che strillavano. Cos furono trascinate sino all'altare, lasciando una striscia sudicia che pareva una pelle di serpente striata di sangue. Che terribile grazia dovevano implorare quelle due streghe? E allora la frenesa dei pellegrini giunse quasi al furore della convulsione, cos che, tra noi, qualcuno cominci ad impallidire. Quelle non ci parevano pi forme umane, ma fantasime dolorose, figure paurose di un sogno febbrile.
La ripugnanza si impadron di noi e l'orrore di quella scena macabra spense l'ultimo resto di rispetto per una religione che, interpretata cos,  un oltraggio all'umanit, un insulto a Dio.




Ed uscimmo cercando l'aria che ci mancava, la luce e la libert.
Eravamo veramente in Italia? Come? A questo ci doveva condurre tanto sforzo di pensiero, tanto tesoro di sacrifici e il sangue di tanti martiri? E come mai qualcuno pensa di sollevare a questa civilt gli africani e i chinesi, assai pi civili di questi antropoidi che leccano le pietre e il sudiciume per propiziarsi un idolo di legno e pure sono italiani? Che si  fatto in questo mezzo secolo se qui, nel centro d'Italia, tra la culla del Rossini e quella del Leopardi, sono ancora possibili questi spettacoli di vergogna, queste apoteosi della pi bassa degradazione?
Non molto lungi di qui, al di l dell'Aspio si vede biancheggiare Castelfidardo che guard dall'alto la fuga vergognosa dei sacri mercenari. Si poteva bene restare all'ombra della bandiera bianca e gialla se ora non si osa portare la bandiera tricolore in chiesa perch il prete lo vieta e la breccia di Porta Pia deve contentarsi del solito telegramma annacquato. La statua di Sisto V colla destra alzata, minaccia sulla porta della Basilica e l'Italia prostrata come questi puzzolenti pellegrini, gli domander perdono. A questo siamo giunti!
Cos, pensando amaramente, scendevamo la via tra le vetrine riaperte, il bruso della fiera e il clamore dei contratti sacri, quando, in fondo, nell'ombra di una piazzetta, una cosa bianca ci colp la vista. Era l'erma di Garibaldi.
Oh! Garibaldi che vigili come una sentinella su la porta di Loreto e su le porte del Vaticano, chi non sente nell'intimo dell'anima sua l'amaritudine di un rimorso?
Era il tuo ruggito di leone che doveva dir basta, non la voce muliebre e pia che chiede perdono a chi non perdona mai. Tu dovevi farci Castelfidardo, tu aprirci la breccia di Porta Pia, e allora Castelfidardo e la breccia non sarebbero da rifare.
Ma, se Dio vuole, li rifaremo.... e meglio!
UN BACIO DI GARIBALDI


Vi racconter un episodio della vita di Garibaldi che credo sconosciuto.
Sapete che Garibaldi, inseguito dagli austriaci nel 1849, perdette la moglie Anita a Mandriole e ripar, poco dopo, nella vicina terra di Sant'Alberto di dove, trafugato da parecchi arditi patrioti, riusc a mettersi in salvo. Ora, io sono di Sant'Alberto.
Non ricordo di quei tempi altro che ero vestito da Guardia Civica e che mio padre ne era capitano. Tornati gli austriaci, del trafugamento di Garibaldi egli non seppe nulla. Pregiudicato in politica (potete credere! l'ex capitano della Guardia Civica!), era anche il farmacista del paese e la farmacia era ben sorvegliata! Nessuno gli disse parola.
Ma ho conosciuto poi parecchi di quegli umili eroi che salvarono Garibaldi alla patria. Umili perch quasi tutti di povera condizione ed eroi perch sapevano troppo bene che la legge stataria voleva dire la fucilazione entro 24 ore, mentre a denunciare si riceveva un grosso premio. Ebbene, nessuno di quei popolani trad e tutti preferirono l'imminenza della fucilazione al premio. Nessuno fu Giuda.
Ne ho conosciuti parecchi ed uno specialmente, certo Lorenzo Fagioli detto il Nasone perch il naso lo aveva veramente poderoso; faceva il pescatore di tinche e piccole anguille e le trappolava con certe nasse e inganni di sua fabbrica. Sempre di buon umore, aveva il difetto di credersi un filodrammatico insigne, mentre era un cane. Si credeva inarrivabile nel Don Desiderio disperato per eccesso di buon cuore, ma faceva piet. Visse esercitando il suo povero e faticoso mestiere e negli ultimi anni ebbe una piccola pensione che gli risparmi di passare in battello molte notti fredde e burrascose.
Ma non era questo che vi volevo raccontare.
Nel 1859 Garibaldi torn a Sant'Alberto. Non era pi il povero fuggitivo, trafugato di notte ed inseguito, ma il generale glorioso che aveva vinto tante battaglie! Tornava per riprendere le ossa della sua povera Anita e portarsele a Nizza.
Gli si diede un pranzo e le posate furono in gran parte quelle di casa mia. Che cosa pagherei per conoscere proprio quella che serv al Generale! Come fosse non so, ma il discorso cadde sul medico del paese (non ricordo pi il cognome. Mi pare Padovani, ma non importa). Il poveretto moriva per una fierissima risipola alla faccia e si disperava per non poter vedere Garibaldi. Il Generale parl poco, mangi meno, come era sua abitudine e, finito il pranzo, si lev dicendo: - Andiamo a vedere il Dottore! -
Non  una cosa piacevole visitare i malati levandosi di tavola, e specialmente quelli che fanno poco buon pro, ma i commensali seguirono Garibaldi in casa del Dottore. Il Generale si avvicin al letto dove giaceva il povero tribolato e gli fece coraggio con quella sua voce che aveva tante inflessioni di carezza e di dolcezza. Il malato non diceva che "grazie" e piangeva. Si sapeva che doveva morire e la scena faceva impressione a tutti.
Venne il momento della partenza e Garibaldi, dopo un altro "Coraggio, Dottore!" si chin sul letto e baci, dico baci, quel povero viso tumefatto ed orribile di moribondo e se ne and tranquillo, come se non avesse compiuto uno di quegli atti eroici per cui si canonizzano i santi. Quel bacio poteva costare la vita al Generale perch la risipola  infettiva, ma Garibaldi, pur di consolare un disgraziato che moriva, non bad allo schifo, non cur il pericolo e comp l'atto santo colla semplicit dell'eroe.
S, perch quello fu veramente bacio d'eroe!
SVVM CVIQVE TRIBVERE


Don Vencenz, Cavaliere della Croce d'Italia e Presidente del Tribunale, sull'imbrunire era solo nel suo scrittoio.
Lo chiamava scrittoio e non studio per un vago ricordo del parlare toscano, poich era stato pretorucolo in non so qual buco di Maremma, ma certo in quello scrittoio Don Vencenz ci scriveva poco perch aveva sempre vissuto in mediocre armonia colla grammatica e la penna gli faceva ribrezzo come una serpe. Il fatto  che il preteso scrittoio pareva piuttosto un tempietto sacro ai Lari domestici, perch sopra un asse, lungo il muro, stavano in fila quattordici statuette di gesso, da Sant'Antonio a Santo Espedito, ammesso l per ultimo per guastare il malaugurio del numero tredici.
Don Vencenz aveva acceso quattordici candelotti ai suoi quattordici protettori e tutti con un fiammifero solo; cosa che egli riteneva di buon augurio, sebbene non di rado si scottasse le dita. Si inginocchi e ad ogni imagine distribu imparzialmente la debita razione di Pater, Ave e Gloria; indi corazzatosi con uno sfoggiato segno di croce, contempl, contento come un bambino, le quattordici statue, dipinte dei colori striduli e violenti dei figurinai ed illuminate da sotto in su dai moccoli fumiganti. Dall'uscio semiaperto si udiva l'acciottolio dei piatti, sintomo dell'imminente desinare, annunziato del resto anche da un odor grasso di frittume, stagnante nell'afa densa della calda serata d'agosto.
Don Vencenz, distratto dalle sue meditazioni devote, pens ai maccheroni col sugo; il suo piatto favorito.
Eppure Don Vencenz era infelice! non si sarebbe detto badando al ventre cucurbitaceo ed al faccione lucido che pareva unto. Certo le funzioni animali si compivano bene in lui anche su due gambe corte e non perfettamente verticali; ma tuttavia era infelice. L'ufficio non gli dava di gran sopraccapi poich spediva le cause sonnecchiando e, buttando gi col lapis il dispositivo delle sentenze, era tranquillo, perch il Giudice Avena, un magro scettico ed ironico, si prestava a stendere la motivazione, aguzzando sofismi e cavilli per dare qualche verosimiglianza di diritto ai farfalloni del Presidente. Dopo, ci pensava la Corte d'Appello a mettere in sesto il tutto alla meglio; ma Don Vencenz nemmeno se ne occupava. Non se ne incaricava, diceva lui.
N gli davano noia le risate del pubblico quando, presiedendo in Corte d'Assisie, non capiva il dialetto del paese e non poteva far capire il suo ai testimoni; poich anch'egli parlava volentieri in dialetto e dava luogo ad equivoci ridicoli e rumorosi. Nemmeno lo turbava l'insolenza degli avvocati che gli tagliavano la parola in bocca, in piena udienza, dicendogli: - "Ma scusi, Presidente, Lei non capisce niente!" - Frase che, in grazia della rima al mezzo, era diventata quasi proverbio. Il pubblico rideva di gusto, ma Don Vencenz che ne aveva sentite di peggio, non ci badava o, tutt'al pi, tirava su gli angoli della bocca verso le pinne del naso polputo, convinto cos di punire e stritolare i colpevoli con un sorriso di irresistibile finezza canzonatoria ed era una smorfia balorda.
Meno poi lo offendevano i monelli che gli scrocchiavano dietro certi suoni inarticolati e sudici, quando la domenica menava in giro il cane, un bastardo di cento razze, vecchio, gonfio, spelato e che gli somigliava. Lo chiamava Gerundio, in memoria del latino che non aveva potuto mai imparare in Seminario e, quando passava davanti a una chiesa, sospirava perch la compagnia del cane gli inibiva di entrar nella casa di Dio a dire qualche posta di rosario. La corona l'aveva sempre nella tasca del panciotto, vicino al cuore, e la toccava come un amuleto, quando la ragazzaglia gli cacciava i cerchi tra le gambe o gli faceva rimbalzare le palle nel cappello.
Ma Don Vencenz era infelice per cagion della moglie. L'aveva sposata quasi per forza, dominato dalla volont imperativa di lei che, quantunque di bassa condizione e pi attempata e pi alta di lui un buon palmo, lo aveva soggiogato e gli rendeva amarissima la vita. Ora poi Z Mar, come la chiamava quasi con umilt, aveva messo i baffi e l'abitudine del comando era diventata una tirannide brontolona ed ingiuriosa. Il coniugio, non rallegrato da prole, tra quei due esseri cos diversi, uno grasso e torpido, l'altra secca e feroce, sarebbe finito male senza la sottomissione imbecille del marito. Z Mar non rideva mai, o tutt'al pi aveva certi sorrisi di sarcasmo che le scoprivano i canini ingialliti, come i gatti quando soffiano. Dava di gran sbarbazzate alle serve che cambiava ad ogni mese e spiava i vicini dalle finestre socchiuse. Don Vencenz coi colleghi la chiamava la donna forte e il Giudice Avena un giorno aggiunse: "s! come l'aceto!" Ma Don Vencenz finse di non aver capito.
Sicuro: gli piacevano i maccheroni col sugo che mangiava alzando la forchetta e ricevendoli in bocca, a poco a poco, interi, ungendosi il mento; ma Z Mar glieli avvelenava con obiurgazioni insolenti e ingiuriose che aveva l'arte di rendere sempre pi atroci, salendo di tono sino allo strillo, tanto che alcune volte il povero Don Vencenz aveva dovuto chiudere la finestra perch la gente si fermava l sotto. Z Mar era persuasa che il marito fosse un asino e glielo diceva rabbiosamente. Sarebbe marcito nei gradi inferiori della Magistratura, fortunato ancora che quel birbo dell'Avena si prestasse, ridendo, a rabberciargli le castronerie. Asino, perch visitando il Vescovo a capodanno, intontito da tanta maest, aveva dimenticato di baciargli l'anello! Asino, perch non aveva fegato di far mettere a posto quelle pettegole di mogli di Giudici che la salutavano appena o con un sorriso beffardo! Asino, perch era la favola della citt. Asino.... Asino.... Asino!
Questo, ahim, era sempre il condimento dei maccheroni e al povero Don Vencenz pareva di mangiarli coll'arsenico. Cos quella sera, sotto la lampada sospesa, l'Illustrissimo Signor Presidente, chinava il cranio lucido, biascicando di malavoglia, mentre Z Mar scopriva i canini gialli e lo aizzava, lo accoltellava, lo stilettava, coi vituperi. In quello stesso giorno aveva condannato al massimo della pena un povero tanghero, il barrocciaio Barlacchia, reo di aver lasciato scappare un'asina nell'orto del Vescovo, con notevole detrimento dei sacri erbaggi. Nel pronunciare la condanna, gli pareva di esser stato imponente, maestoso, come un Arcangelo vindice della Religione pi che della Legge. Si trattava di danni dati ad un Vescovo e si ricordava del Seminario da cui era uscito bigotto ed ignorante. Ora di tanta maest che rimaneva? Se il Barlacchia avesse potuto ascoltare dietro l'uscio le contumelie e l'obbrobrio che Z Mar rovesciava addosso a lui, al Giudice tremendo, che vergogna! Ma taceva perch non era buon consiglio rispondere, sia pure con sommissione, al vomito nero di Z Mar.
E il povero martire pensava dolorosamente alla sua triste fortuna. Quanti colleghi gli erano passati avanti! Lo stesso Giudice Avena che gli motivava per ironica compassione le sentenze, sarebbe stato promosso prima di lui! Qualche iettatura (ci credeva) doveva pur esserci. Non aveva certo la pretesa di esser un'aquila, ma nel nebbione delle idee tarde e crasse gli pareva di capire che anche nei gradi pi alti c'erano degli imbecilli pi imbecilli di lui. Ricordava certe sentenze, certe porcheriole, certe transazioni colla coscienza che egli non avrebbe mai firmato. Solo in una cosa si sentiva poco imparziale ed era quando l'accusato non sentiva bene della Religione e, peggio poi, se ne aveva offeso la Gerarchia. Allora non ci vedeva pi e il vecchio seminarista sciabolava pene per dritto e per traverso, persuaso che Dio e i quattordici santi del suo scrittoio glielo avrebbero scritto a merito per la vita eterna.... e per la promozione.
Ma intanto di promozione non si parlava. Aveva scritto al Comm. Liborio Chiavone, suo antico condiscepolo di Seminario ed ora pezzo grosso al Ministero di Grazia e Giustizia, dove si occupava pi degli affari della Madonna di Pompei che di quelli dello Stato. Don Vencenz aveva intravvisto, dietro le suggestioni velate del Commendatore, che la Madonna di Pompei ha le braccia lunghe e perci ogni Bollettino della Pia Opera recava il suo nome e una modesta offerta. L'imagine pompeiana teneva il primo luogo nella sfilata degli Dei Lari sull'asse dello scrittoio e da qualche mese il povero Presidente raddoppiava la offerta. Ma la promozione non si vedeva e in certi momenti dagli angoli della bocca di Z Mar colavano le bave dell'idrofobia.
Il pranzo, cos largamente condito di aceto e di fiele, volgeva tristamente al suo fine, quando un insolente scampano all'uscio tronc in bocca a Z Mar gli sconci oltraggi e in mente a Don Vencenz lo strazio della meditazione. Gerundio abbai in falsetto e si sentirono le ciabatte della serva strascicate pel corridoio; indi un cicalo sommesso, rotto da risate mal represse, finch Z Mar impazientita, squitt un chi ? imperioso.
Era l'usciere Proietti. Entr levandosi il cappello e tenendolo contro la bocca per non ridere, ma inutilmente, perch l'ilarit gli schizzava dagli occhi come quando raccontava all'osteria le sudicerie pornografiche dei giudicanti e dei giudicati. Z Mar fece il viso pi arcigno del consueto, ma l'usciere fu lesto a porgere un piego a Don Vencenz, dicendo con una voce in cui si sentiva vibrare un'ultima risata: "Signor Cavaliere Presidente, manda il signor Giudice Avena!" e si rimise l'ala del cappello sulla bocca come per turarla.
Don Vencenz, bench di intelletto non molto agile, indovin bene che doveva essere accaduto qualche stroppiatura, prese il piego e si ritir in fretta nello scrittoio per leggere il messaggio al lume della candela di Sant'Espedito.
Ma Z Mar aveva capito anche lei. Avrebbe letto tanto volentieri le carte mandate dal Giudice Avena, ma non aveva confidenza collo stampato e tanto meno col manoscritto. Prefer quindi di interrogare l'usciere.
- Come mai, caro Proietti, a quest'ora? Che c' di nuovo?
Il caro era ricco di troppi erre arrotati per parere carezzevole e lusinghiero e Z Mar credette bene di prender pel collo la bottiglia del vino come tacita promessa di premio al caro Proietti che rispose:
- Nulla, signora; un caso....
Si vedeva che l'usciere rideva ancora di dentro ed aveva pi voglia lui di parlare che Z Mar di ascoltare. Tuttavia l'indegna strega lo incoraggi col pi leggiadro de' suoi sorrisi; quello che le scopriva i canini.
- Ecco! prosegu l'usciere. Il Barlacchia ha lasciato scappare l'asina nell'orto del Vescovo!... Lei sa!... Articolo 481: "Chiunque lascia senza custodia o altrimenti abbandona a s stessi in luoghi aperti animali da tiro....  punito cogli arresti.... fino ad un mese...."
L'usciere conosceva il Codice Penale meglio di Don Vencenz, ma Z Mar non capiva che cosa ci fosse da ridere.
Rispose l'usciere: - Ecco! E accaduto che.... per distrazione certo.... il Signor Cavalier Presidente ha condannato invece il Barlacchia.... in base all'articolo 381.... sa? un 3 per un 4.... un piccolo errore.... di cifra....
Il riso compresso gli dava delle contrazioni sussultorie all'epigastrio, tanto che si rimise l'ala del cappello contro la bocca per sfogarsi almeno un poco decentemente e la mosse con molto appetito.
Ma Z Mar insisteva cogli "Ebbene?"
- Ebbene, ecco - seguit l'usciere respirando male e colle lagrime agli occhi - per quello scambio di numeri, il Barlacchia s' preso dal Cavalier Presidente quattro anni di detenzione....
- Ebbene? torn ad insistere la befana.
- Ma - aggiunse l'usciere, quasi sorpreso - l'articolo 381  un altro....
"La donna che con qualunque mezzo adoperato da lei, o da altri col suo consenso, si procura l'aborto,  punita colla detenzione da uno a quattro anni...."
Ebbe uno scoppio di riso convulso e singhiozz: - Capisce, 481.... 381.... il Barlacchia si  beccato quattro anni.... per essersi procurato l'aborto!...
Ma Don Vencenz, spalancando l'uscio dello scrittoio, strozz a mezzo la risata dell'usciere che tacque, mentre Zi Mar profittava dell'accidente per ritirare la mano dalla bottiglia. Il Cavalier Presidente fu maestoso nel riconsegnare il piego al Proietti con un gesto solenne e a dirgli un "andate!" teatrale; ma, quando fu uscito, si tornarono a sentire nel corridoio le ciabatte della serva e un cicalo interrotto dalle risate.
Don Vencenz cadde allora a sedere sulla seggiola e Zi Mar lo morse con una occhiata di sprezzo pi velenosa di un sacco di vipere.
Il povero imbecille, colla testa tra le mani, tartagliava alcune scuse puerili. Era stato un equivoco, uno scambio di numeri; si sa.... il caldo e poi si trattava di Monsignor Vescovo! Il Pubblico Ministero, quando il Cancelliere lesse il dispositivo, era distratto. Giuoca al lotto e forse combinava un terno. L'altro Giudice sonnecchia volentieri e l'Avena, che forse se n'era accorto, aveva taciuto per mortificarlo. Ora aveva corretto. La correzione confinava col falso, ma bisognava pure....
Z Mar alz le spalle aguzze e ripet colla voce rauca, tra i denti, come se parlasse a s stessa - "Asino! Asino! Asino!!"
Segu un silenzio increscioso e pesante. Le farfalle volavano intorno al lume e, colle ali bruciate, cadevano nei bicchieri ancora pieni. Dalle finestre aperte entr un pipistrello e Z Mar che ne aveva orrore, quella sera non si mosse nemmeno, tanto che la bestiaccia, quasi seccata, fin per volar fuori. Si sentiva la gente che passava ridendo, gi, per la strada e a Don Vencenz pareva che ridessero di lui come sghignazzava il pubblico quando gli avvocati gli dicevano in faccia che non capiva niente. Oh, come riderebbero domani in Cancelleria! E si sentiva umiliato, avvilito dalla confermazione brutale e pubblica della propria asinit. Nello stesso silenzio penoso, sentiva la presenza formidabile dello sprezzo, incarnato nelle laide forme della sua donna iraconda.
Ed ora travedeva, cos in barlume, nella nebbia della coscienza semispenta, la miseria propria e la stoltezza di chi aveva affidato alla sua ignoranza supina ed alla sua intransigenza di gesuita, gli averi, la libert, l'onore dei cittadini. Gli tornavano in gola certe sentenze malvagie in cui aveva coscientemente negato, offeso, vituperato il buon diritto altrui per livore confessionale, per rabbia di clericalismo. Qualche punta di rimorso lo feriva e, pur consolandosi perch se n'era confessato e n'era stato assolto e perdonato, nondimeno ne provava un po' di amaritudine.
Ma ad un tratto il campanello squill e si udirono di nuovo i latrati di Gerundio e le ciabatte della serva. Era un telegramma e Don Vencenz, unico in casa che sapesse scrivere il suo nome, firm frettolosamente la ricevuta ed apr la carta gialla con le mani tremanti. Nella sua anima superstiziosa, dopo lo sproposito dell'aborto, era rimasto il terrore di nuovi guai e la persuasione che tutto in quel giorno gli dovesse andar male. Egli che scaraventava le sentenze cos a cuor leggero, temeva che quel foglietto contenesse una sentenza; ma, fattosi coraggio, dopo averlo letto alla meglio, divent rosso come il belletto e lo tese a Z Mar stridendo con la sua voce di cappone stonato: "Leggi, leggi, Z Mar!" Ma Z Mar aveva le sue buone ragioni per non leggere ed allora Don Vencenz declam il testo del telegramma che diceva:
"Godo essere primo annunziarle sua promozione Consigliere Corte Appello Lampedusa - Chiavone".
Z Mar rimase fredda. Certo la promozione non le spiaceva, ma era una diminuzione per lei ed una esaltazione pel marito: perci tacque.
Ma non tacque Don Vencenz cui la notizia era andata alla testa cos che pareva trasfigurato. L'ora dello sconforto era passata e finalmente si rendeva giustizia alla sua anzianit. Finalmente riacquistava l'onor suo trionfando sugli invidiosi e sui malvagi che lo canzonavano e lo insolentivano in tribunale come un burattino e uno scimunito. I monelli non gli avrebbero pi scagliato addosso i cerchi, le palle e, come ahim! era una volta avvenuto, i torsoli di cavolo! Era finita la berlina e cominciava il trionfo, dal quale il pover'uomo si sent cos invasato che ebbe il coraggio di levarsi in piedi, in faccia a Z Mar, di guardarla in viso quasi sfidando e di battere la mano sul telegramma aperto, gridandole - "E questo che cosa ?... E questo che cosa vuol dire?".
Z Mar scopr i canini fino alle gengive con una risata pi amara del chinino; poi con una voce secca ed insolente, rispose - "Questo vuol dire che c' degli asini.... pi asini di te!" - ed, afferrato un candeliere, usc sbatacchiando l'uscio. Ma Don Vencenz non se ne offese. Quella fuga era la consacrazione del suo trionfo.
Il nuovo Consigliere d'Appello spense la lampada sospesa, conged la serva e si ritir nello scrittoio, santuario delle sue lunghe ed incoscienti orazioni.
Quella sera, in via di ringraziamento, la Madonna di Pompei e Sant'Espedito ebbero razione doppia e il povero stolido, inginocchiato sul pavimento, non si poteva staccare da quelle imagini di gesso che stimava autrici della grazia ricevuta.
Le accarezzava cogli occhi snocciolando la corona e pensando al dispetto che proverebbe domani il Giudice Avena, quello che gli faceva il piacere di motivargli le sentenze. Che mortificazione, che bile pei colleghi, per gli avvocati, pel pubblico, per tutti! E ringraziava le imagini nella sincerit del suo cuore per aver fatto del bene a lui e del male agli altri!
Finita la corona, spense ad uno ad uno i moccoli, quasi chiedendo scusa ai santi di gesso e and in punta di piedi nella camera da letto. Z Mar russava stertorosamente come per dispetto e Don Vencenz si spogli con precauzione per non destare il drago addormentato. Ma rimasto in camicia, non pot resistere ad un ultimo impeto di tripudio. Col candeliere nella sinistra, si piant sulle gambuccie torte davanti allo specchio dell'armadio e sorrise beatamente alla sua imagine sciocca che gli rimandava un sorriso rimbambito, ma secondo lui, eroico. Si tir il berretto da notte sull'orecchio destro, alla sgherra, contempl soddisfatto il dondolo del fiocchetto bianco e picchiando con gesto melodrammatico il palmo aperto sulla pancia piriforme, disse: La Giustizia sono io!!
E spense il lume.
Don Vencenz, a quando in Cassazione?
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LIBRO SECONDO.
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POLEMICHE.
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PER UN SONETTO.
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Illustrissimo Signor Giudice Istruttore presso il Regio Tribunale Civile e Penale di Ravenna.
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Non ho l'onore di conoscere nemmeno il nome della Signoria Vostra Illustrissima, ma ci non turba nell'animo mio la debita fiducia nella rigida imparzialit del mio Giudice.
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Scrivendo questa Memoria non consultai avvocato alcuno. Ella se ne avvedr dalla poca o nessuna pratica di cose legali che vi si scorge evidente. Gli avvocati che mi difenderanno in Tribunale, se Ella creder nel suo giudizio di inviarmici, useranno in mia difesa le armi che la legge appresta loro. Io qui ho voluto esporle soltanto l'animus che mi spinse a scrivere i versi per cui Monsignor Vescovo di Faenza si querela, la storia del fatto, l'intento insomma che ebbi.
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Non credo di aver ecceduto nella difesa. Se mio malgrado l'avessi fatto, la Signoria Vostra Illustrissima vorr considerare lo stato di irritazione in cui si trova per solito chi si crede ingiustamente gravato e, non badando alla parola, vorr valutare soltanto l'intenzione di chi scrisse.
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La prego dunque, Onorando Signore, di voler scorrere queste povere pagine con quella equanimit non prevenuta che deve essere dote preziosa del Magistrato ed anche della Signoria Vostra Illustrissima. Spero e chiedo di esser prosciolto dall'accusa e, se non lo fossi, con ben altre e pi numerose pagine dovrei stancare la pazienza dei miei Giudici: poich, negatami la facolt delle prove, non ho altro mezzo di difesa che questo.
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E invocando di nuovo la sua cortese attenzione, passo col debito ossequio all'onore di dichiararmi.
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Della Signoria Vostra Illustrissima Devotissimo.
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OLINDO GUERRINI.
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Onorando Signor Giudice Istruttore,

Sono imputato d'ingiuria, e credo anche di diffamazione, da Monsignor Giovacchino Cantagalli, Vescovo di Faenza, per quattordici versi (bruttini  vero) inseriti nel periodico "Il Lamone" e pubblicati in quella citt.
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Mi dicono, e senza maraviglia lo credo, che Monsignore non si presenter all'udienza e negher la facolt delle prove. Se cos fosse, Ella, Onorando Signore, che abita qui e per ragione dell'alto ufficio suo conosce il popolo nostro, pu insegnare a me l'effetto che produrr la cosa. Diranno che Monsignore ha paura e in Romagna il solo sospetto di paura genera disistima e disprezzo. Diranno che Monsignore vuol soffocare con la violenza ogni principio di prova, ed in Romagna la violenza partorisce la violenza.
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Ma non sono pi i tempi del Sant'Uffizio e della Sagra Consulta, quando colla difesa si poteva sopprimere anche l'imputato. Quei metodi di giudizio possono essere rimpianti, desiderati e forse, nelle tenebre, si opera perch ritornino; tuttavia, se potr esser strozzata la voce dell'imputato davanti ai Giudici, il pubblico l'ascolter egualmente. E l'ascolter, spero, anche Lei, Onorando Signore, al quale mi rivolgo con ogni maniera di rispetto, poich Le dichiaro che qui non voglio offendere, ma soltanto difendermi.
Ed ecco la storia di quei disgraziati quattordici versi.
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Abito da pi che trent'anni in Bologna, ma vincoli di parentela e di affetto mi legano ancora alla regione natia. Ne ho le notizie, le cerco anzi e seguo le vicende del pensiero e della vita romagnola con avida curiosit. Vidi il cauto lavoro che il partito clericale, sotto colore di religione e con varia fortuna, intraprese gi da per tutto. Ho visto ai primi timidi tentativi confinati nelle chiese, succedere l'audacia delle pubbliche manifestazioni, tollerate, protette e reclamanti a viso aperto l'ausilio di quelle autorit che i clericali non riconoscono per legittime, di quelle leggi che dichiarano inique. Indi un aprirsi di scuole non sempre in regola ma non richiamate mai alla regola; di ricreatorii che attirano i fanciulli accarezzando l'ignavia o l'avarizia dei genitori; di banche le quali riscuotendo l'interesse dei prestiti non dicono certo con Cristo Mutuum date, nihil inde sperantes; di fraterie che tornano a possedere e ad arricchire col noto artifizio dei prestanomi; di tutto insomma un contegno lusinghiero che, dalla finestra, col labbro dipinto offre baci all'interesse ed alla credulit, ma se  ben sicuro che le guardie o non vedano o non vogliano vedere, non rifugge dal vituperare e dal maledire.
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Questa si pu far credere religione agli sciocchi, ma non a me, non a Lei, Onorando Signore. Opera umana, anzi politica, in cui la fede e il Vangelo non hanno che vedere, va soggetta alle umane vicende. Qua e l queste opere di restaurazione del passato, queste mine scavate sotto l'unit della Patria per tornare al potere temporale dei Papi, non ebbero buona fortuna; ma a Faenza invece ne incontrarono molta. Per quali ragioni e per quali interessi non importa cercare qui, perch non riguarda alla causa; ma il fatto  che Faenza divenne ed  tuttora, se non il centro, almeno uno dei fuochi da cui partono i raggi del clericalismo militante come partito politico. E il fatto non ha bisogno di prove per chi vive in Romagna. Basta la organizzazione di quel largo sodalizio sacro-profano che il dialetto irriverente qualific di Squaciarella, e dal quale, quando che sia, potranno uscire i volontari ed i centurioni dell'avvenire. I successori di Don Campidori e di Don Bertoni potranno ricondurli alle prodezze antiche ed inalberare il vessillo giallo e nero sul ponte e portare in trionfo un'altra baldracca gridando:

Viva la sposa Nina,
Viva Ges e Maria,
Viva l'imperator!

bastonando in nome del Pontefice e assassinando in nome di Dio. E la preparazione si sta facendo.
Questo ideale, per fortuna di molti, non  ancor prossimo a diventar realt. Le leggi non lo consentono. Ma se questo furioso vento di reazione spazzer le nubi che la libert accumul nel puro cielo del sanfedismo, ci si potr pensare, a Faenza, nella patria del mio povero Cencio Caldesi!
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Tuttavia se questo, errato o no, era il concetto che io mi faceva degli intenti e dei metodi messi in vigore dalla propaganda clericale in Romagna e pi in Faenza, come azione o piuttosto reazione politica, assai pi alte e pi gravi erano le ripugnanze che io provavo e provo per la religione intesa a quel modo.
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L'argomento  delicato e non v'insister, non volendo in modo alcuno offendere la sincera credenza altrui; ma mi pareva e mi pare che questa religione ristretta alle esteriorit, al culto delle immagini, al commercio delle messe, al merito della velocit nel recitare di seguito formule spesso non intese e, pi che altro, alla raccolta del denaro sotto varii pii pretesti, non sia pi la religione di Cristo, come l'ho vista nel suo Vangelo.
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Certo io sono un cristiano molto ordinario e alcune massime del santo libro non le sento e non le pratico. Gi mi lascia un po' freddo il "Diligite inimicos vestros", ma non potrei senza dubbio praticare il "Et qui te percutit in maxillam, praebe et alteram et ab eo qui aufert tibi vestimentum, etiam tunicam noli prohibere". Sono queste le virt di grado eroico che la Chiesa ci chiede per procedere ad una beatificazione o ad una santificazione. Molti per stimano che non siano indispensabili alla salute dell'anima, e lo stesso Vescovo di Faenza, almeno per quel che riguarda la sua querela contro di me, non praebet alteram come Ges Cristo consigliava. E n io, n i suoi superiori gliene facciamo carico certamente.
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E' per strano il senso di sorpresa che desta il nome di Cristo gettato in mezzo a simili contese. Chi lo ricorda pi? Chi ha letto il suo Vangelo? Chi conosce i suoi precetti? Se la sua memoria non  spenta affatto nei credenti di questa nuova religione, gli  che fu inventato il suo Sacro Cuore e la pia ipotiposi non manca di utilit. Dico religione nuova questa dei pellegrinaggi in cui si grida, "Viva il Papa Re" e delle gozzoviglie sacro-profane, miste di devozioni e di corse nei sacchi, che vidi a Brisighella, diocesi di Monsignore. Pi alto, in noi scomunicati,  il concetto della religione e vediamo con vero ribrezzo le sacre imagini di Pompei, di Loreto, di Sarsina e cento altre, strette da una fatal legge economica, scendere alla concorrenza, alla rclame, al rinvilio dei prezzi. La fede la d Iddio ed io non sono imputabile se me l'ha negata, almeno sotto la forma in cui la si vuole ora. Mi piace pi l'antico Vangelo e, interrogata la mia coscienza, ripeto con Riccardo da San Vittore, che non era un eretico mi pare, "Domine, si error est, a te ipso decepti sumus".
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Cos io vedeva le cose di Romagna e questo era ed  lo stato della coscienza mia, quando, appunto da Faenza, mi giunse la lettera di un amico, che qui non nomino per non implicarlo in questo processo; e la lettera mi diceva che, celebrandosi un centenario di S. Pier Damiano e non so che Giubileo di Monsignore, il "Lamone" avrebbe stampato un numero a posta e mi si chiedeva qualche verso adatto alla circostanza.
Del "Lamone" non avevo mai visto un numero. Sapevo per delle sue baruffe con Monsignore il quale aveva fatto bandire dagli altari ed affiggere, credo, ai muri la scomunica pel giornale e per chi lo leggesse. Arma nuova di polemica anche questa; violenza che in Romagna, come dissi, suol partorire violenza. La ritorsione non  punita e non vedevo gran male che il giornale prendesse un po' in giro Chi, a torto o a ragione, lo aveva cos danneggiato nella reputazione e nell'interesse. Ma di Monsignore, salvo la sua condotta di propagandista e di fomentatore di tutte quelle associazioni, circoli e devozioni piccine con cui ora i clericali combattono la guerra del loro partito, non conoscevo nulla. E me ne informai.
Tra i vari gravami che gli si facevano, anche da preti, due mi parvero provati. Il primo di eccessiva prudenza negli ultimi torbidi della sua diocesi: il secondo di eccessiva attivit nel raccogliere pecunia.
Badi, Onorando Signore, io non credo che la enunciazione di questi due fatti possa ledere la reputazione e l'onore di chicchessia e nemmeno di Monsignore. Non a tutti  dato esercitare la virt in grado eroico e nessun vescovo  tenuto ad imitare la condotta di Monsignor d'Affre, ucciso sulle barricate di Parigi mentre portava la parola di pace. Altri pastori d'anime, constituiti in ben pi alta dignit di Monsignore, stimarono che il tempo dei tumulti fosse propizio alla visita pastorale extra muros, e il disapprovare questa condotta anche in modi vivacissimi, non gener mai alcun processo per ingiuria o diffamazione. E quanto alla avidit di pecunia, badi bene che io non ho mai detto e non dico che Monsignore tenga per s, per utile suo privato, il denaro raccolto. E' bens vero che dai registri censuari risulterebbe che Monsignor Folicaldi, clericale fanatico, diminu il patrimonio suo reggendo la diocesi di Faenza: che Mons. Pianori, predecessore immediato del querelante e fiero clericale anche lui, mor in istato di povert: che quando Mons. Cantagalli and Vescovo (se non erro) di Cagli e Pergola, n Lui, n la famiglia sua, erano censiti, mentre ora risultano possessori ed in qualche agiatezza, fin da prima che i membri della famiglia ritraessero guadagni dalla professione: ma  vero altres che Monsignore ha fatto qualche eredit e che i redditi della Mensa Vescovile sono pur suoi(8). Non si tratta perci della persona privata, ma del Pubblico Ufficiale, che non lascia intentata alcuna questua e chiede e chiede sempre ed assiduamente, non per s, come amo di credere, ma un poco pei bisogni della Chiesa e molto, io sospetto, pei bisogni del proselitismo clericale. Il che pu parere men che bello a me o a chi pensi come me, ma non lede in nessun modo l'onorabilit del questuante.
E nemmeno sarebbe lesivo alla riputazione di Monsignore il ricordargli che, non da breve tempo, Egli  debitore verso una onorevole Ditta di qui, della miseria di sei lire e centesimi, e che, sollecitato e pregato, non pag mai. Sar dimenticanza prodotta dalle occupazioni che Gli procura il riscuotere, ma se Glielo ricordassi, in che l'offenderei? A questa stregua anche le sollecitazioni del creditore sarebbero offesa al debitore moroso! Ma, tornando al discorso di prima, le informazioni che ricevetti rispondono a quel che in buona fede io ritengo vero, ma che Monsignore m'interdice di provare, bench lo potessi provare, e che, al postutto, anche dopo la prova, non offenderebbero, almeno per quel ch'io scrissi, l'onor suo di privato o di pubblico funzionario.




Perch, intendiamoci bene; dico per quel che io scrissi. Il Pretore di qui, mi cit con mandato di comparizione, mi mostr il numero incriminato del "Lamone" e mi contest l'accusa. Prima che egli assumesse il mio interrogatorio, come a privata e cortese persona che egli , dissi che non era io l'uomo da negare la mia firma anche sotto il velo pi o meno trasparente di un pseudonimo; ma che, ignorando se e come la mia deposizione avesse potuto influire sulla posizione giuridica dei miei coimputati, da me nemmen conosciuti, mi valevo del diritto di riservarmi a rispondere all'udienza. E dettai (cito a memoria) queste parole:
"Do atto alla S. V. della imputazione che mi contesta e me ne dichiaro edotto.
"Con lieta sorpresa veggo Mons. Vescovo di Faenza riconoscere ed accettare l'autorit del Tribunale che rende giustizia in nome di S. M. Umberto I, regnante in Roma, Capitale d'Italia.
"Tuttavia per ora e con ogni rispetto, dichiaro di riservarmi a rispondere soltanto in udienza dove Monsignore, se veramente  geloso custode dell'onor suo, non mancher di pagar di persona trovandosi presente. Ivi risponder a Lui, faccia a faccia, sulla imputazione che mi si contesta. Ha grattato la pancia alla cicala e la cicala, non dubiti, canter.
"D. Interrogato pi precisamente se sia autore di un sonetto ecc. ecc. e firmato Argia Sbolenfi suo noto pseudonimo?
"R. Per ora non rispondo n s, n no. Ripeto rispettosamente che mi riservo di rispondere in udienza".
Ella ben vede, Onorando Signore, che la riserva era quasi una confessione, ma era doverosa in quel primo stadio dell'istruttoria. Tuttavia ora e prima d'ora, ho sciolto la riserva e accetto per mio il sonetto incriminato e le responsabilit che me ne possono derivare. Non sono di quelli che vibrano il colpo e nascondono la mano sotto una toga, restando a casa e negando le prove. Eccomi in faccia ai Giudici e in faccia al pubblico, a fronte alta; lealmente, senza appiattarmi dietro un articolo del Codice di Procedura. Non poteva io negare? Chi avrebbe provato che quei versi, firmati con un pseudonimo usato anche da altri, erano veramente miei? Ma le vie coperte, le comode ambagi del diritto, il prudente nascondiglio di dove si pu offendere senza essere offesi, non sono per me, n per i galantuomini che rispondono apertamente del fatto loro. Me, me adsum qui feci!
Ma, ripeto, intendiamoci bene. Intendo di rispondere e rispondo del sonetto che Le dissi e di cui parler e non d'altro. Non gi che io condanni il resto che si leggeva in quel numero del "Lamone" o disapprovi la resistenza che quell'ardito giornaletto oppone alle intraprese del sanfedismo rinato. Ma solo quel sonetto feci e solo di quello intendo e voglio rispondere. La querela complessiva sar comoda e forse utile perch, fra tanti, qualcuno, in caso di condanna, pagher (ecco il solito tasto!); ma io dichiaro e protesto di non volere e di non poter rispondere in faccia ai miei Giudici di altro che di quel sonetto, n pi, n meno, e dopo quel che ora ho dichiarato e protestato, credo e chiedo che la Legge mi assista.




Ho rotto il filo della narrazione, ma il chiarire e fissare fin dove giunga e dove si fermi la responsabilit mia, era necessario. Ora lo riprendo.
Sotto queste impressioni, invece di scrivere, lessi. Questo centenario di S. Pier Damiano, mi aveva colpito come una prova di pi delle arti mondane che i clericali hanno adottato per facilitare il ritorno ai tempi di Papa Gregorio. Fino i centenari copiano dal carnevalismo italico! Ma nella copia c' per sempre una nota originale: la questua.
E, poich non vivo tra i libri come il cane che custodisce il gregge senza toccarlo, aprii le opere del mio santo compatriota e ne decifrai l'aspro latino. Ci trovai un'anima lignea di frate indurito nelle penitenze e che porta la ruvidezza e la durezza ne' suoi contatti col mondo. Fino dalle sue prime lettere, e scrive a Papa Leone IX, non invoca i tribunali, ma Dio, contro i suoi accusatori. "Non ergo vos, sed Ipsum rogo, sine cuius nutu nec folium arboris credo defluere" e vuole che i preti possano accusare i Vescovi e grida "Si Is qui iudicat omnia non dedignatur a servis argui, tu servus utique cum conservo in judicium venire fastidis?" Ma il celebratore del suo centenario non lo lesse dunque che in judicium venire fastidit? E non lesse gli inni dove  pur detto

Episcopi, attendite,
Dei verba discernite
Vobis praecepit Dominus,
Pro vestris mori ovibus.
Si bona, quae loquimini,
Operibus feceritis,
Exempla bona dabitis
Vestris commissis filiis

E quali esempi? Eccone uno che egli loda in S. Gregorio Papa:

Tu largas opum copias,
Omnemque mundi gloriam
Spernis ut inops inopem,
Jesum sequaris Principem.

Non credo che questi inni, barbarici ma instruttivi del rigido autore degli opuscoli "De patientia: De fraenanda ira: Contra Philargyriam et munerum cupidilatem" fossero cantati nel centenario, quando a Mons. Cantagalli si offrivano ed egli accettava doni non senza valore.
Sarebbe ridicolo il procedere in queste citazioni da predicatore. Voglio solo ricordare un fatto che il Santo narra a sua difesa contro i Cappellani del Duca Gotofredo che lo accusavano di avarizia. Dice dunque nelle sue Epistole (Lib. V, 13) che mentre egli celebrava la messa, le signore del Principe offrirono denari. Non dice quanti, ma dice "Bizanteos" e i bizanti, monete d'oro che oggi varrebbero ciascuna pi d'un "marengo", erano certo in numero plurale. Monsignore avr detto messe forse pi lautamente compensate, io non lo contrasto; ma  certo che San Pier Damiano e il monaco che lo serviva (monachus noster Paulus) da tanto che ci tenevano, dimenticarono le monete sull'altare. Intanto un Cappellano del Duca le vide e le intasc e questo mi sorprende meno che la dimenticanza del Santo. Comunque il Cappellano fu scoperto, volle restituire, ma Pietro Peccatore, come egli si chiamava per umilt, non rivolle il denaro e chiese ed ottenne la grazia del Cappellano ladro.
Lo dice lui e ci credo, come ci creder Monsignore; al quale, se lo potessi interrogare, chiederei se in un caso simile non penserebbe piuttosto a far attaccare la pariglia ed a salire in carrozza per recarsi a denunciare all'autorit competente il furto patito. E badi ancora; non dico con questo che il dovere suo, il suo episcopal ministero, lo obblighino ad imitare la evangelica condotta del Santo di cui ha celebrato il centenario. Tutt'altro. La legge punisce i ladri tanto se rubano a Monsignor Cantagalli che al Santo Cardinale Ostiense, buon'anima sua. Ma chiedo solo e con qualche sorpresa nel chiederlo, se, quando si cerca e si spera di trovare e di rifare i fedeli dell'anno mille, ciecamente ingenui sotto il vincastro del loro Pastore, anche il Pastore non debba poi ricordare un pochino la carit, l'ingenuit, la rigidit de' suoi predecessori dell'anno mille. Non di tutti, intendiamoci, perch ce n'eran di quelli che San Pier Damiano boll come rei di ogni vizio; e nemmeno, aggiungo, di San Pier Damiano stesso, perch  Santo, non legalmente canonizzato, credo, ma certo per pia tradizione; tuttavia, almeno, di quella media la qual ammette pure che Ges Cristo ci sia per qualche cosa nella religione cristiana, quel Cristo che diceva, non solo alle turbe, ma anche ai suoi Apostoli "Vae vobis divitibus.... vae vobis qui saturati estis.... beati pacifici.... beati misericordes!". E Monsignore questo latino lo deve capire.
E cos pensavo io, cercando di capire il latino molto meno facile di San Pier Damiano.




Vennero nuove sollecitazioni e in un pomeriggio di buon umore, mi lasciai andare a buttar gi il sonetto incriminato. Come artista, per debole ch'io sia, mi parve debolissimo e per lo spedii firmato col pseudonimo cui tengo meno: "Argia Sbolenfi".




Ah, eccolo finalmente quest'arca di vituperi, questo sterquilinio fetente, questo abominio di sozzura e d'immoralit, l'Argia Sbolenfi!
Eppure, no; debbo tacere. Potrei da quello sterquilinio levarmi puro, come Giobbe dal suo, perch io solo, o pochi con me, sanno quale opera di fraterna ed amichevole carit sia nascosta l sotto. Io solo so quel che costa il sentirsi accusare pubblicamente di immonda speculazione, di avara sete di guadagni e dover poi tacere sotto l'insulto e l'ingiuria sentendo che il rivelare un beneficio fatto sarebbe stata cosa pi indegna e pi turpe delle rime buttate gi per beneficare. E non ho dato querele, no; ma questo posso dire e provare, se Monsignore concedesse le prove, che io da quel libro non ho ricavato nemmeno una frazione di centesimo; che tutto, almeno per quel che mi riguarda, assolutamente tutto, il guadagno che ci possa esser stato, and a sollievo di una sventura. Dormi, dormi in pace povero amico avvolto nel lenzuolo che ti ho tessuto io colla mia riputazione, poich nol potei col mio denaro. Ah, come i preti cantavano a distesa dietro al tuo feretro pel sudicio quattrino che veniva pure dalla "Argia Sbolenfi"! Ma la moneta, diceva Vespasiano e dicono loro, non puzza. Dormi in pace, perch se tu vegliassi ancora, povero amico mio, ti leveresti davanti a costoro e diresti parole d'ira e di fuoco. Dormi, perch se tu le dicessi, Monsignore ti darebbe querela.... senza la facolt delle prove.




E di questo, almeno per ora, non parliamo pi. Il fatto  che il sonetto fu stampato sul primo esemplare del "Lamone" ch'io vedessi mai in vita mia. Lo lessi per vedere se c'erano errori di stampa, non mi piacque il carattere eteroclito con cui l'avevano impresso ed Ella mi creder se vuole, ma protesto dirle la verit, non lessi del resto fuor che certi altri versi infelici come i miei, solo perch l'occhio mi ci attir come roba del mestiere. Il giornale fu perso tra i tanti che per ogni verso mi giungono; fin forse nei bassi uffici della cucina o d'altro e non ne rividi un nuovo esemplare che nelle mani del signor Pretore; esemplare che dopo l'interrogatorio firmai "per visione". Tanto interesse, se Ella mi vuol credere ancora, destavano in me queste polemiche municipali e lontane, nelle quali non avevo n arte n parte, bench il mio modo di pensare me le facesse vedere con simpatia, e che non potevo imaginare, almeno per quel che mi riguarda, destinate ai clamori di un processo pi di partito che di persone.
E non pensavo pi, nemmeno come a prossimo, al Vescovo di Faenza, quando i giornali di qui annunziarono che Monsignore aveva querelato il "Lamone" e che i versi della "Sbolenfi" erano compresi nella querela. Prima restai sorpreso e poi mi dissi che, se fosse stato vero, o gli amici o gli uscieri me l'avrebbero fatto sapere. Mi strinsi nelle spalle e non scrissi nemmeno a Faenza per informarmi. Se Monsignore non me lo vietasse potrei provare anche questo.
E seguitai a non pensarci pi quando, cos all'improvviso, mi giunse il mandato di comparizione davanti al signor Pretore, e quel che ne segu, l'ho detto pi sopra.
Eccomi dunque, imputato, a cercare un esemplare dell'infelice sonetto e a sottoporlo alla critica degli avvocati e dei procuratori pi competenti che io mi conoscessi. Mi ridevano in faccia, forse perch avvezzi a questioni ben pi gravi e i discorsi finivano in barzellette, tanto a loro pareva misera e piccina la faccenda che portavo in giro. Ma a me premeva e preme. Ho cinquantatre anni e non ho mai seduto sullo scanno degli accusati nemmeno per una contravvenzione. Non dico certo che ne provassi agitazione soverchia, poich in fondo era forse pi una stilettata di partito che di persona e le condanne politiche nella opinione pubblica non disonorano. Ma insomma stavo in una certa perplessit, tanto che finalmente scrissi a Faenza, di dove ebbi la conferma della querela data in pompa magna e collettivamente.
E intanto sentivo certi discorsi di persone clericali ed ebbi anche visite di preti. Aborro i principii, ma non gli uomini che in buona fede li professano e conosco dei preti che stimo e dei quali anzi invidio le virt. Se tutti i preti fossero come quelli che stimo io e che della religione hanno una idea pi larga e pi pura di quella che impongano le strettezze di una fazione, non si sarebbe a questi ferri. Ma sentivo che volevano qualche cosa da me. Stimo queste persone, e sono persuaso che, a malgrado delle differenti convinzioni, stimino un poco anche me. Perci non ricevetti proposte concrete di qualche cosa che somigliasse a ritrattazione o a protestazioni di pentimento, appunto perch credo che mi stimassero, e fossero certe del mio fermo ed assoluto diniego. Solo mi sentii susurrare all'orecchio i noti versi del Tartufo, in vero non molto ben citati:

Le Ciel dfend, de vrai, certains contentements,
Mais on trouve avec lui des accomodements.

Il mio contegno per non deve aver lasciato alcun dubbio in loro sulla possibilit nemmeno lontana ch'io possa mai aderire alla comoda dottrina dell'immortale tipo dell'impostura.
Seppi poi, o credo di sapere, di dove venivano queste mosse, cio dal vivo desiderio di un mio antico e cordiale amico che, pur militando in campo diverso dal mio, voleva nell'animo suo buono, risparmiarmi noie e dispiaceri. Non so se Egli si riconoscer sotto il velo di queste parole, ma pu esser certo che io gli sono grato dell'amichevole e tutto spontaneo sentimento che lo moveva a mia insaputa. Il fatto  per che Monsignore, per valide ragioni giuridiche, non poteva rinunciare alla querela contro di me, perch sarebbe caduta anche contro tutti gli altri e che dall'altra parte io non mi prestava ad alcun atto, detto o scritto, che potesse interpretarsi ravvedimento. Bastava forse un biglietto di visita e negai anche quello.
Ma questo importa poco alla causa, bench importi molto a me che, condannato o assolto, non voglio non posso recedere nemmeno di un punto da quel che credo giusto, nella lotta contro ci che credo ingiusto ed anzi pericoloso ed irreligioso; nella lotta contro tendenze ed opere che credo esiziali alla integrit ed alla libert della mia Patria; nella lotta del Quirinale e del Gianicolo contro il Vaticano.




Perch, Onorando Signore, la quistione sta proprio tutta qui e si pu intorbidarla od avvelenarla con ire personali, affettazioni di dignit, interpretazioni pi o meno ingegnose di formule procedurali o di articoli del Codice; ma la questione  e rimarr qui, nella lotta assidua tra la libert e la teocrazia, tra il progresso e la reazione, tra i liberali e i sanfedisti. Assolto o condannato, questo sar un episodio di nessun conto nella battaglia e la battaglia durer tuttavia, senza tregua alcuna da parte dei nostri avversari finch Roma non cesser di esser Capitale d'Italia per tornare in dominio del Pontefice. E porterei a provarlo parole ben pi autorevoli che le mie se.... Monsignore concedesse le prove.
Ah certo, in questa lotta di tutti i giorni, questi Signori e Monsignori sanno usare le leggi dove possono servire a distruggere la legge. Certo ne accettano quella parte che giova, ma quel che non giova lo ripudiano e l'additano alle vituperazioni ed all'odio. Domandi un poco a Monsignore, posto che almeno si degni di rispondere a Lei, se accetta senza restrizioni di mente la legge che vuol Roma capitale d'Italia o solo se riconosce la legge delle Guarentigie che pure  fondamentale per lo Stato. Sentirebbe dei se e dei ma, ma una risposta secondo l'aut o il non di Cristo, difficilmente la potrebbe strappare, perch non posso credere Monsignore capace di menzogna. Il suo giuramento lo lega e non potrebbe spergiurare. Subisce, ma non riconosce, e delle altre leggi si vale per difendere l'opera sua, intesa a distruggere lo Stato e le instituzioni che il Papato riprova, perch cos ha giurato al Papa. Gli aderisce in tutto, lo segue in tutto usque ad effusionem sanguinis, nelle querele, nelle proteste, nelle scomuniche. Ella, Onorando Signore, non  per Lui che quel che era Pilato pei Farisei, l'autorit subita, ma non riconosciuta se non quando si trattava di condannare e crocifiggere Cristo. Il Re, in cui nome Ella rende giustizia,  colui che detiene, l'usurpatore e il maledetto.
E questa opera di reazione e di distruzione non si fa pi sottovoce, dietro una graticola di confessionale, al buio come il tarlo che rode il legno; ma alla luce del sole, sugli occhi dei destinati alla proscrizione e coi clamori e il fracasso degli operai che demoliscono pubblicamente un edificio. Ed osano ed assalgono e comandano. Cos Monsignore ha comandato con sanzione di pena, che nessun cattolico legga il "Lamone" additandolo per tal modo all'animavversione e al disprezzo di una Diocesi intera; ma solo che il giornale gli affibbi un soprannome, si ricorda della dignit, dell'onore, della riputazione e, valendosi della legge che disarma noi e lascia armato lui, sale in carrozza e va a sporgere querela.... negando la facolt di provare. Tutta l'arte  qui; giovarsi della libert per ammazzarla e non dubiti, Onorando Signor Giudice, l'ammazzeranno lasciandoli fare; e solo che ci fosse un po' di Carlo IX, io e Lei potremmo bene destarci la notte di San Bartolomeo. Non dica che esagero e retoricheggio. Ci sono ancora dei testimoni viventi. Si faccia raccontare le gesta dei centurioni faentini, che pur non sono antiche e sentir che il mal seme rigermoglia e gli amorosi cultori suoi non mancano. Domani non sar pi dopo le conferenze infiammanti gli adepti nell'oscurit delle chiese e delle sagrestie, ma sar in piazza, sar nel Pretorio suo che verranno a sparnazzare la bandiera bianca e gialla gridando "delenda Italia" e sulle rovine delle libert, delle leggi, delle istituzioni si lever padrona assoluta e vendicatrice la mano che maledisse il Rosmini.
Ma io son nato presto e nella midolla delle mie ossa penetr l'entusiasmo per l'unit e la libert quando coloro che oggi sono cos arroganti ed aggressivi rimbucavano sgomenti e paurosi e la nuova Italia, questa ingenua fanciullona, perdonava sorridendo. Quando quegli entusiasmi han balenato una volta agli occhi dell'anima, ci rimangono quanto la vita. E' per questo che quel poco che potevo, lo feci;  per questo che, pur non essendo soldato, a Roma ci volli entrare, non per la porta, ma per la breccia;  per questo che, ormai canuto, spero, lavoro, combatto ancora e domani, forse, un Tribunale italiano mi condanner.
E' vero: altri ideali si sono di poi aggiunti, ma non sostituiti ai primi. Ho sentito la strettezza dell'idea di patria se questa deve esser limitata da una fila di pali e di doganieri al confine: ho sentito la miseria dei concetti puramente politici quando non vadano accompagnati da larghi intenti sociali. Questi ed altri pensieri hanno modificato col tempo, collo studio e colla esperienza la mia maniera di sentire intorno alla pubblica cosa; ma il fondo, il substrato delle aspirazioni, degli entusiasmi giovanili, rimane ancora. L'uomo pu ben spogliarsi della veste, ma non della pelle senza morire ed  perci ch'io non veggo in questa faccenda il miserabil piato di un vecchio prete contro un povero sonetto, ma qualche cosa di pi alto e di pi grave. E vorrei che tutti i cittadini ai quali non garba il ritorno ad un tenebroso e crudele passato, cessassero dal guardare con superba indifferenza questi conati delittuosi di strangolare la libert sotto pretesto di giustizia. Si tratta di ben altro che di quattordici versacci: si tratta di vedere se questo debba esser Regno d'Italia o della Compagnia di Ges.
E tutto questo, Onorando Signore, ho voluto dirle perch Ella vegga ben chiaro l'animo che mi mosse, le convinzioni da cui trassi l'impulso a commettere l'atto di che sono chiamato a rispondere, se mi lascieranno rispondere. N posso creder rei questi sentimenti, n li crederei tali anche se dovessi riportarne una condanna. Se a Monsignore sta a cuore, e tanto, di farmi pagare una grossa multa, a me la multa non importa affatto o ben poco. Non amo il denaro, io; ma quel che pi m'importa e pi mi duole  il sapere che il denaro mio servirebbe alla guerra della reazione intransigente, in ausilio di propositi, di idee, di metodi per me contennendi. E non altro, non altro.




Ma  pur forza lasciar andare tutto questo, che, se spiega la mia condotta e la mia intenzione, non  campo dove Monsignore mi sfidi a combattere poich non mi ci potrebbe interdire l'uso delle armi. Ed  pur forza scendere a discutere intorno a quel povero sonetto che serve di pretesto alla persecuzione ed a qualche cosa d'altro. Ma come potrei fare a discuterlo senza citarlo? E Monsignore non mi quereler come recidivo, raddoppiando la richiesta della multa? Non ne rimarrei troppo sorpreso, bench sia certo che Ella e il Tribunale vedrebbero bene che qui non  il caso di animus iniuriandi, ma di imprescindibile necessit di giusta difesa. Comunque, eccole l'infelice sonetto.

PARLA IL PASTORE

Oboli, eredit, feste, novene,
Centenari, suffragi e giubilei,
Fulmini ai framassoni ed agli ebrei,
Ogni cosa mi frutta e frutta bene.

Lo Stato mi protegge e mi sostiene,
Nessun s'impiccia degli affari miei,
Avr il cappello prima del Iaffei
E del resto accidenti a chi ci tiene.

Ah, come rido quando sento il chiasso
E il balordo furor degli affamati
Che si quieta coi viva e cogli abbasso!

Io toso intanto e fo tosar dai frati
Questo mio gregge mansueto e grasso
Di pecore, di becchi e di castrati.

ARGIA SBOLENFI

Non ho pi il numero del "Lamone" dove questo orrendo delitto, questo reato abominevole, fu stampato. Cito sopra l'abbozzo che trovo tra le mie cartacce e pu darsi, ma non credo, che qualche parola non combini. Non gridino per, se ci fosse accaduto, che ci sia alterazione od attenuazione meditata e voluta. "I nostri non appreser ben quell'arte" e ad ogni modo Ella ha sotto gli occhi il testo vero che riconosco e che ho riconosciuto ed al quale mi riferisco.
E prima di cominciare il commento, consideri, La prego, il titolo e lo ricordi. Quello s, fu meditatamente e volutamente messo a quel posto, per indicare che al Vescovo e non al privato si dirigeva l'ironico discorso. E parla il pastore, e al Pastore soltanto, salvo una impertinenza al suo gregge, tutti i quattordici versi sono indirizzati e dedicati, nella sua qualit di pubblico anzi di Regio Ufficiale, perch munito del Regio exequatur. Monsignor Giovacchino Cantagalli non lo conosco nemmeno di veduta. Mi dicono che sia butterato, mal spedito nella favella e giunto oramai a quella veneranda decrepitezza che, come vediamo qui in Ravenna, apre le porte ad audacie prepotenti davanti le quali lo stesso Santo Uffizio si rivolta ed assolve. Ma che importa a me di questo? Fosse pure Monsignor Cantagalli Quasimodo od Antinoo, Sciosciammocca o Cicerone, giovane per la leva o vecchio per la tomba, peggio o meglio per lui; non me ne cale. Non  con Lui o contro di Lui, uomo e persona, che ho parlato e parlo:  col Pubblico Ufficiale, coll'investito di autorit, col Pastore parteggiante e combattente che io voglio e debbo discutere.... se mi lasciasse discutere.
Assodato questo che, come Ella ben vede, risponde alle intenzioni mie che Le ho gi esposte ed alla lettera dello scritto per cui sono imputato, aggiunger ancor poco per difendere colle chiose quell'opera orrenda ed infernale per cui Monsignore incomoda Lei che avr faccende ben pi gravi ed importanti da esaminare operosamente. Dico "poco" perch, Le confesso, mi ripugna di scendere a queste quisquilie di parole e di virgole, mentre vorrei vedere la quistione portata pi in alto che non siano le ingegnosit interpretative intorno al titolo "de verborum significatione".
E quanto ai primi quattro versi, l'obolo di S. Pietro non si raccoglie dunque pi a Faenza? Eredit non se ne fecero da Monsignore? Le feste, le novene e i suffragi non sono forse inseparabili dalle funzioni ecclesiastiche per le quali si chiede un volonteroso concorso, e dal giro di quelle cassette, borse e strumenti simili, divenuti cos importuni che un cristiano non pu oramai pi inginocchiarsi a pregare in una chiesa senza vederseli sotto al naso, passare e ripassare e sbatacchiare insistenti e insolenti? E i Centenari e i Giubilei non sono forse pi fioriti di elemosine e doni? E le prediche di cui "l'empia setta giudeo-massonica imperante" fa quasi sempre le spese, non sono dunque pi intercalate dal fervorino per "l'abbondante elemosina"? Il fatto pu essere verificato da Lei, Signore, quando voglia e in qualunque chiesa; ma non da me che non ho facolt di prova. E poi, mi dica in verit, nella enunciazione di questo fatto, dove sono gli estremi della diffamazione o dell'ingiuria, secondo il testo della legge? Forse perch ho aggiunto "Ogni cosa mi frutta e frutta bene"? Ma, in nome di Dio, a chi fruttano quelle assidue e ostinate collette? Non certo a me od a Lei. Fruttano al Pastore. Egli le applicher alle anime del Purgatorio o all'Opera dei Congressi cattolici, questo  affar suo; ma chi riscuote, chi incassa  Lui, o chi per Lui; ed Egli stesso, se non mi vietasse di chiederglielo, spero che non lo negherebbe.
E quanto alla seconda quartina, lo Stato non protegge dunque pi e non sostiene Monsignore nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue prerogative? Ma se egli ricorre ai Tribunali per sostegno e protezione contro di me, riconosce dunque per vero il fatto che affermo! E' bens da confessare che quanto al secondo verso, "Nessun s'impiccia degli affari miei" (bel verso, Sante Muse, da querelarsene!) c' inesattezza, perch il "Lamone" se ne impiccia. Ma, oltre che s'intende alla prima che questo verso  legato all'antecedente e allude ad ingerenze ben diverse da quelle d'un giornaletto, dov' l'offesa all'onore ed alla reputazione? E si offende Monsignore affermando e quasi augurando che godr della dignit cardinalizia prima del suo vicino e collega di Forl? E lo si offende ponendogli in bocca, in vero con frase troppo famigliare e volgare, ma non offensiva, un disprezzo delle vane pompe e delle non cercate dignit che, voglio supporre, sia nell'animo di Monsignore? "Ne vocemini Magistri, quia Magister vester unus est: Christus". Ma questo, ahim! si legge nel Vangelo.
Nell'esemplare del "Lamone" che mi fu mostrato dal Signor Pretore, le due terzine erano sottosegnate con freghi di penna, il che mi fa credere che il nido delle vipere, il tossico, l'abominio fosse in quelle. Vediamolo pure, ma innanzi tutto ricordiamoci ancora che qui "Parla il Pastore" non monsignor Giovacchino Cantagalli. Quest'ultimo non rideva certo durante gli ultimi moti di Faenza quando, barricato nell'Episcopio invocava il soccorso del braccio secolare e, mi dicono, implorava dai Ministri del Re sacrilegamente governanti da Roma il sussidio delle armi contro le ciane che gli scompisciavano lo stemma. Ma chi lo potrebbe notare di biasimo se all'et sua, sotto quelle vesti, dopo una educazione di chiostro, pot avere qualche accesso di timidit? Altri e constituiti in maggior dignit che non la sua e pi giovani e pi arditi, soffrivano in quei giorni la tremarella. Si sarebbe potuto pretendere, da lui povero vecchio, che in uno slancio di carit coraggiosa fosse disceso con la croce in pugno a gridar pace in nome di Cristo fra i battezzati che si offendevano? Gli si poteva dire, come San Pier Damiano diceva ai Vescovi,

Vobis praecepit Dominus
Pro vestris mori ovibus?

A che pro l'inutile martirio quando le canonizzazioni costano cos care agli eredi? Benedette siano le suore che rinnegarono o finsero di rinnegare Cristo in Ondourman, tra le mani del Califfo, e benedette siano nella prole che partorirono ai mariti eterodossi e robusti. Questo  forse tempo da martiri quando Lourdes e Pompei sanano ogni piaga del corpo e dell'anima? Da questa religione di amuleti, di imagini e di contribuzioni non si pu pretendere di pi di quel che possa dare. Porro unum necessarium, distruggere la nuova Italia; e se il Governo usurpatore si trova a male strette, si difenda se pu e cadano su di lui i morti, le agonie e il sangue, poich tolse al Pontefice il potere e i gendarmi. Il sacerdote sta a vedere impassibile e sorride quando la burrasca  passata, ma l'ulivo della pace lo additer alle turbe solo quando i frutti ne saranno maturi e da cogliere.
E il Pastore (Parla il Pastore), di queste cose deve se non ridere, almeno sorridere. Il suo sacro ministero si rivolge a ben altro che ai tumulti pel caro prezzo delle farine. Egli sa che l'uomo non vive di solo pane e la piccolezza delle passioni e dei bisogni umani non lo tange. Sorvola, assorge a contemplazioni pi alte, ha cura dell'anima e non del ventre, pensa, prega, si mortifica, sale a mistiche visioni e da sfere paradisiacamente calme e serene, confortato dalla grazia, sorretto dalla fede, conscio della propria immarcescibile corona, guarda le miserie nostre e pu ben dire, e dice:

Io rido intanto quando sento il chiasso
E il balordo furor degli affamati
Che si chetan coi viva e cogli abbasso!

E non dica, Onorando Signore, ch'io faccio scendere la difesa sino allo scherzo o la spingo sino all'ironia. Se Ella non vorr contentarsi di una superficiale impressione, potr convincersi che, sotto alle parole amare, sta un concetto dei doveri episcopali pi alto, pi grande, pi cristiano di quello che sia in molti Pastori i quali si considerano come Vescovi di combattimento, unti e confermati meno per conquistar anime a Cristo che a conquistar voti per le elezioni comunali; meno a far trionfare il regno di Dio che quello del Papa Re. Guardi pi in su, Onorando Signore, guardi pi in su della lettera che pu esser travolta e travisata dall'arguzia e dal cavillo; guardi allo spirito che vivifica non alla lettera che uccide. Non vede Ella chiaro quel che forse espressi male, ma che volli e voglio dire, non contro la persona, ma sopra e, se vuole, anche contro al Pastore? Come curatore di interessi oltramondani, non deve egli ridere delle nostre mondane miserie? Come autorit, riconosciuta sostenuta e protetta, non pu egli sorridere e ridere dei clamori di piazza contenuti e fatti tacere dalla Benemerita Arma? E finalmente, in questa supposizione, dove si trova l'ingiuria, la diffamazione, l'animo malvagio che strazia l'onore altrui e lo mette alla berlina del pubblico disprezzo? Ah, no! Anch'io sono pubblico ufficiale e di qui, dalla quiete del mio ufficio, ho sentito passare sotto alle finestre dimostrazioni fragorose e anche pericolose: ma nella tranquillit della mia coscienza, nella serenit dell'animo mio, non me ne sono mai commosso e se qualcuno, se anche Monsignore, mi dicesse per le stampe che ne ho riso, creda che io non incomoderei il suo collega di qui con le querele; solo per questo, che non mi sentirei offeso n nell'onore, n nella reputazione.




Ed ora finalmente all'ultima terzina. In cauda venenum, a quanto pare.
Comincia

"Io toso intanto e fo tosar dai frati
Questo mio gregge mansueto e grasso."

Spero che nel secondo verso non ci sia da dire. Se il gregge  mansueto e grasso, ci non disonora, ma onora il Pastore. Ma c' il primo verso, scrivendo il quale avevo in mente quei celebri del Giusti nell'"Incoronazione"

"Noi toseremo di seconda mano,
Babbo, in tuo nome."

Di quel Giusti che pure scriveva del suo Sovrano

"Il Toscano Morfeo vien lemme lemme
Di papaveri cinto e di lattuga,
Ei che per smania d'eternarsi, asciuga
Tasche e maremme."

E il Sovrano era Arciduca austriaco, investito di poteri assoluti, con soldati austriaci nelle sue caserme e il crimen laesae maiestatis nelle sue leggi. E Giuseppe Giusti non fu mai inquisito, anzi nemmeno seccato per quei versi ben altrimenti aguzzi e ben migliori dei miei, in tempi non misericordiosi certo per chi, non dico offendesse, ma solo pungesse l'autorit constituita per diritto divino nella sua Legittimit. Toccava a tempi pi liberi, pi civili, pi largamente ed intellettualmente progrediti, il vedere le stesse idee, anzi quasi le stesse parole che lasciavano indifferente il potere dispotico dell'Imperiale e Regio Padrone, irritare un Vescovo, incomodare un Tribunale e forse condurre al carcere un poetastro, ahim tanto minore e tanto pi trascurabile del Giusti!
E non voglio qui ricordare l'oraziano

.... pictoribus atque poetis
Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas.

No, Signore. I pittori e i poeti non debbono, come i Vescovi e i preti di una volta, godere di alcun privilegio sulla legge comune. Io sono primo a dirlo, io che mi rivolterei contro qualunque privilegio concesso a preti od a Vescovi. Finch l'inscrizione posta l dove si amministra la Giustizia - La legge  uguale per tutti - non sar vana frase che esprima un concetto caduto in desuetudine, eccomi qua a reclamarne l'applicazione eguale per tutti e, prima d'ogni altro, per me. Privilegi mai; ma l'intelligenza del Giudice non pesi colla stessa bilancia l'orpello del poeta e l'oro dell'omelia vescovile. Cerchi, vegga, penetri il senso non immediatamente accessibile che si contorce nella strettoia del verso e lo giudichi con pi intellettuale e sagace criterio di quel che si usi per la prosa libera, meditata e misurata. Mi dica Ella, se adottata la poetica imagine del gregge, che  al postutto imagine del Vangelo, volendo dire che il Pastore vive umanamente delle prestazioni, spontanee o domandate, del gregge suo, potevo usare altra parola? Dovevo dire che vende le pecore, le macella, le scortica e le mangia? Sarebbe stato ben altrimenti grave, e non ingiuria e non diffama alcuno l'affermare invece per allegoria e per verit che il pastore ne vive: E di che vivrebbe dunque?
Non le nascondo l'ironia che sta sotto la parola. Le espressi gi pi sopra quel ch'io sento della questua insistente che si esercita in Faenza da Monsignore o da chi per Lui. Non le nascondo che proprio a questo alludono i due versi, ma torno sempre l. Questo mio giudizio, se anche fosse errato, implica una disapprovazione mia della attivit petitoria del Pastore, biasima quella mano sempre tesa o fatta tender da altri, per raccoglier moneta ma non si dice, non  detto e non dico che Monsignore volga fraudolentemente ad utile proprio quel che i fedeli sborsano per altri determinati fini. Se lo dicessi senza provarlo, allora s mi riterrei passibile di pena. Ma non l'ho detto e senza prove non lo direi. In che dunque ho ingiuriato o diffamato Monsignore? E non questua Egli e non fa questuare, secondo me, con troppo assidua avidit? Non vive Egli della lana del suo gregge?
Senta; io e Lei, Onorando Signore, serviamo onestamente lo Stato e l'opera nostra  rimunerata colla lana dei contribuenti. Ma se alcuno lo dicesse o lo stampasse, ci quereleremmo noi ai Tribunali.... senza accordare le prove?




E siamo, se Dio vuole, all'ultimo verso, il pi amaro ma il meno brutto di tutti gli altri. Dice:

Questo mio gregge mansueto e grasso
Di pecore, di becchi e di castrati.

In queste ultime parole suppongo che Monsignore voglia ravvisare una ingiuria al gregge che degnamente governa; anzi suppongo che, valendosi della legge, come capo gerarchico di un corpo non costituito in collegio, mi quereli per ci. Ma io in via pregiudiziale gli nego assolutamente il diritto di farlo.
Se io avessi accusato il suo gregge faentino d'essere un branco di miscredenti, di atei, di eretici relapsi, avrebbe forse ragione. Il suo ministero tutto spirituale si estender sino a difendere i fedeli dalle accuse di tiepida fede; lo voglio concedere. Ma non ammetto e non conceder mai che l'autorit spirituale possa e debba farsi tutrice e vindice dell'onor coniugale e della integrit genitale dei credenti. In caso, il mandato spetterebbe piuttosto al Signor Sindaco di Faenza. Torno quindi a negare recisamente al Vescovo il diritto di querelarsi per parole non dirette a Lui ed affatto estranee al ministero che egli esercita, sia pure per placet sovrano.
E cos il piato finisce in tronco. Ma poich mi sono negate le prove, non pel Vescovo, il quale non vuol essere chiarito, ma vendicato e compensato; non per l'attore che stimo carente di ogni azione verso di me per questo capo, bens per chi non si acquetasse cos subito al mio risoluto e giusto diniego di discutere questo punto impertinente alla causa, aggiunger poche parole.
Vorrei sapere come si fa, quando si vogliano distinguere e nominare i diversi individui che compongono un gregge, come si fa ad usare parole diverse da quelle che usai. Fin dai tempi di Abramo, quest'ente collettivo era composto 1. e in maggioranza, da pecore e da capre di varie et e colori - 2. dai babbi e mariti delle pecore o delle capre - 3. dagli zii, fratelli, cugini od altrimenti legati in parentela colle due classi suddette, ma destinati al celibato per forza.
Ci sarebbero anche i cani, i quali bench non della famiglia, pure per l'ufficio loro fanno parte del gregge; ma se li nominavo, il verso mi cresceva di tre sillabe e del resto non avrei migliorata la mia condizione nel concetto del querelante. Il vocabolo cane, preso cos da solo, pu ben passare per ingiuria. I cani custodiscono realmente il gregge, i sacerdoti lo custodiscono allegoricamente; dunque io avrei dato dei cani ai sacerdoti faentini. Per fortuna il reo vocabolo non capiva nell'endecasillabo, se no, alla stregua del resto, sottigliezza per sottigliezza, mi sarei trovato addosso un nuovo capo d'imputazione. Ringraziamone la prosodia!
Quanto a "pecore" credo non ci sia contesa. Disse anche Cristo "pasce oves meas" bench sia avvenuto poi il contrario, cio che le pecore abbian pasciuto i pastori. Quereleremo il Santo Vangelo? Ma le pare! O chi pagherebbe le multe a Monsignore?
Becchi! Ci siamo. Certo avrei potuto, rimasticando i versi, dire montoni, caproni od usare uno di quegli ipocriti eufemismi per cui (mi perdoni) la parola latrina  bassa, turpe, vergognosa, mentre Numero cento si pu dire. Come se la cosa putisse meno! Ma no; io ho usato il vocabolo tecnico, proprio e preciso. Sar triviale, ma  esatto e se ne avessi usato un altro, o mi fossi servito di una circonlocuzione, avrei detto appunto la stessa cosa bench con minor propriet. E quanto a propriet di lingua, io non mi credo un gran bacalare, ma cos da orecchiante, un pochino me ne intendo.
Dunque  stabilito che becco  il maschio nel gregge in termine tecnico, esatto e proprio, e in quel verso, a quel luogo, ci sta bene. Ma il vocabolo ha anche una significazione translata e, secondo la Crusca, vuol dire altres marito tradito.
Ebbene? E che per ci? Prendiamolo anche come translato! E qui, Onorando Signore, la prego di chiuder gli occhi, di mettersi una mano sul petto e di considerare con calma se sia possibile che nel gregge di Monsignore, mariti traditi non ce ne siano. E poi, se riaperti gli occhi, abbandonando per poco la gravit di Magistrato, vorr ridere o almeno sorridere con me, non ci vedrei nulla di male. Se ce ne sono? Ma forse pi che Monsignore non creda e dove non crederebbe o non vorrebbe. Il Rabelais diceva che "cocuaige" fa parte dell'appannaggio coniugale e non credo che l'onore di far parte del gregge faentino sia guarentigia sicura e solida anche per l'onor maritale.
Non  scherzo, ed anche su questo capo mi accingevo alla prova che poi mi fu interdetta. Non avrei certo chiamato mariti a testimoniare perch si sarebbero trincerati dietro il segreto professionale; ma cercando nei processi penali o di separazione, dei quali forse alcuni instrutti da Lei, Onorando Signore, avrei trovato non poco materiale per provare che becchi, anche in senso figurato, nel gregge di Monsignore ce ne sono. Avrei facilmente raggiunto la prova del fatto, me lo creda, ma, poich mi fu posto il bavaglio in bocca, mi sono ristretto ad indicarle dove si pu rinvenire la prova. E cos la simbolica bestia che pure non scema onore e riputazione allo stemma di Brisighella, patria di Monsignore, non potr recarmi nocumento con le poderose corna, n in senso proprio n in figurato. Nel primo senso la parola non  offensiva; nel secondo posso provare che  l'enunciazione della verit.
E cos si dica anche per l'ultima parola "castrati". Se si parla di gregge in senso proprio, o che non ci sono castrati negli armenti? Non ne mangia, Monsignore? E se in senso figurato, non ce ne sono a Faenza? Anche qui volevo fare la prova e avrei invocato la testimonianza dell'illustre chirurgo Sarti dello Spedale di Faenza perch dicesse, senza far nomi, se nella pratica sua non gli sia mai avvenuto di operare la castrazione sopra uomini e sopra femine. E la risposta sarebbe senza dubbio stata tale da far considerare pienamente raggiunta la prova del fatto.
Avrei provato tutto; le pecore, i becchi, i castrati ed anche altre cose; ma Monsignore non vuole la prova, vuole la condanna e la multa: "Illum oportet crescere, me autem minui".




Ah, no; ora basta! Questa miserabil cura di perquisire, di palpare, di fiutare le parole come chi leva le pietre ad una ad una per vedere se sotto ci dorma un baco, non  opera degna n del Giudice, n di me. E' compito di pettegole che leticano una gugliata di filo. Pi in alto si deve guardare. Non sono io l'imputato, non  lo sparuto sonetto che offenda, no; ma  il brontolo cupo che avvertono le pie orecchie, il ruggito sordo che incomincia a turbare il quarantenne silenzio e persuade a cercar bavagli e museruole per mantenere ancora il leone romagnolo nella sua calma neghittosa e sonnolenta. Ogni voce che si levi contro l'inframmettenza, l'intransigenza, la propaganda politica e reazionaria del clero e dei Vescovi, si faccia tacere; ogni scatto si comprima, ogni resistenza si punisca. E sanno che la parola uccide e sanno che per una voce dubbia si pu accoltellare alle spalle una intenzione santa, dietro l'angiporto oscuro di un articolo del Codice. I centurioni accoltellavano cos in Faenza, ma sitivano di sangue e non di potenza o di denaro e le coltellate uccisero gli uomini, ma non le idee. E cos sar ora. Fossi pur condannato, scriver ancora e sar forse condannato ancora; ma non omnis moriar e finch durer la carta stampata, durer la memoria di Monsignore.
Querelle d'Allemand, dicono i Francesi; e questa  tale, e non potrei credere che il Magistrato non se ne avvedesse o non se ne volesse avvedere. E' conflitto di idee, di opinioni, di intenzioni e non di parole. Io voglio la mia patria Italia una con Roma capitale. Monsignore invece ed i suoi la subiscono, obbedienti al Re per forza o per interesse, ma al Pontefice per elezione e per giuramento. Le societ, le istituzioni che costoro promovono, saranno forse confessionali, ma senza forse in gran parte politiche e dirette, se non a mutare, certo a preparare una mutazione negli ordini attuali di cose, sia nella costituzione, sia nella territorialit. Debbo provare anche questo? Sono pronto.
Ah no, Onorando Signore, non  in nome di Cristo che si pu parlare, quando di tutto quel suo mirabile sermone della montagna, cos caldo d'amore, cos acceso di carit, non si conservano che quattro parole: "petite et dabitur vobis". Non  Cristo che odia, interdice, maledice e scomunica. Non  Cristo che non suona una campana se non per prezzo, che non libera subito un'anima se non all'altare privilegiato e pel compenso stabilito; che merca, guadagna, incassa per indulgenze, dispense, licenze ed opere di misericordia, rivendendo imaginette, medagliuzze, abitini, reliquie risanatrici ed acque miracolose. Non  Cristo che tiene esposizioni a pagamento, conferenze a pagamento, e rivede i conti delle banche cattoliche e consiglia sui casi di coscienza e sul prezzo della rendita e non dice un requiem se la moneta non fu contata e non seppellisce un morto se la tariffa non fu rispettata! Ah no, Onorando Signore, questo non  il Cristo che am, che soffr, che mor inchiodato sulla croce perdonando! Questo  il Vitello d'oro!
Ci si prostri Monsignore se crede. Io sputo sull'altare ed esco dal tempio.
E, scusi se mi ripeto, non  un povero sonetto che si perseguita; sono le idee liberali tuttor viventi in Romagna, che si vogliono rintuzzare e strozzare. Non  la religione, la dignit dell'infula, l'onor di Cristo che siano la posta del mal gioco, ma l'interesse d'una fazione politica, il desiderio di un ritorno al passato, la sacra fames della potenza, delle ricchezze, del dominio perduti. Rizzano la loro cattedra sull'altare per maledire la legge, ma ricorrono al Giudice perch punisca coloro che di questa politica e di questa religione non vogliono sapere. Altri ben migliori di me soffrirono le vergate, gli esili, le catene, la morte per la libert e la unit della Patria ed io non mi creder certo degno della palma del martirio se dovessi pagare poche lire di multa o scontare pochi giorni di carcere. Ma la causa  sempre quella, la battaglia  sempre quella, il Papa contro il Re, il biancogiallo contro il tricolore, la tirannide contro la libert; e se  delitto il combattere per la integrit della Patria, ebbene, i Magistrati mi puniscano pure perch la pena l'ho meritata.
Ma per ora basta, che La tediai fin troppo e se la cosa durasse, non mancherebbero tempo e voglia a seguitare. Intanto La prego rispettosamente a volermi scusare per la noia che forse Le ho recato; ma non potevo a meno di difendermi, poich in altro modo non mi  dato di farlo. E nel finire questo che spero primo ed ultimo stadio della mia difesa, concludo instando che, considerate le cose sopradette, piaccia alla S. V. Ill.ma decretare: non farsi luogo a procedere per inesistenza di reato contro il
Suo dev.mo
OLINDO GUERRINI(9)
MAGISTRATURA


Delle donne e dei magistrati bisogna parlare con molta prudenza. Per poco che il discorso tenda verso la sincerit, bisogna troncarlo. Tutti sanno il vero, ma tutti evocano il rettorico spettro di quella vecchia e sozza moglie di Cesare la cui virt, per consenso ipocrita, non pu essere nemmeno sospettata.
Lasciamo a parte le donne dei cui peccati forse gli uomini sono responsabili e vediamo i magistrati, senza mancare di riguardo n a loro, n alla moglie di Cesare.
I recenti discorsi in Parlamento ne offrono l'occasione.
L'estate scorsa, io (chiedo scusa dell'io, ma non posso dire che fosse un altro) ed un amico mio assistevamo, e non per gusto nostro, ad uno di quei processi che si celebrano in certe sale piene di puzzo caldo, e di sudiciume che fermenta. Il presidente sonnecchiava e i giudici buttati sulle poltrone guardavano al soffitto, mentre il cancelliere, con la voce stanca e monotona leggeva un monte di cartacce.
L'amico si chin al mio orecchio e disse: "Vedi, la religione, la giustizia, la libert sono belle e sante astrazioni, ma chi deve renderle verit nella vita, sono gli uomini. Ora, guarda il presidente e i giudici. Essi sono gli arbitri dell'avere, della libert, della riputazione di un uomo, che domani potrei essere anch'io. Ebbene, ti do la mia parola che se uno di quei signori domani chiedesse di entrare al mio servizio, direi subito di no".
Le parole mi parvero amare, ma oggi stesso, qui, in un pubblico caff, ho sentito due contadini che contendevano vivacemente, ed uno, a modo di ingiuria, ha gridato all'altro: "Sei ignorante come un giudice!" Avevo gi sentito a dire: - "ubriaco come la giustizia!" - ma non credevo che la disistima per la magistratura fosse giunta al segno di farsi ingiuria nella bocca dei contadini!
Certo, c' esagerazione, ma il sintomo  grave.
La giustizia  come la religione, che non ha ragione d'essere se non nella fede. E di questo discredito della magistratura non solo si impaurano i cittadini, ma gli stessi uomini che sono chiamati a disciplinarla e difenderla. Un concorso a pochi posti, con temi facilissimi, ha chiamato forse mille concorrenti e il risultato fu un disastro. Ci radica sempre pi nel concetto delle masse che la magistratura non sia che il rifugio dei legulei che non trovano da difendere un ladro di galline, e questa dolorosa convinzione si legge troppo chiaramente tra le righe dei resoconti parlamentari, come si sente a troppo chiare note nei discorsi d'ogni giorno, fino tra i contadini.
Mi fu raccontato da persona sincera che, presentandosi un laureato all'esame di procuratore, non seppe rispondere o rispose un sacco di sciocchezze. Il capo degli esaminatori, maravigliato, gli chiese come diavolo, cos ignaro della legge e della procedura, avesse osato di presentarsi all'esame. Ma il candidato maravigliato anche lui, rispose franco: "Ma non sa Ella che io non intendo di far l'avvocato? Voglio dedicarmi alla Magistratura!" E pass, non dico a pieni voti, ma pass.
La magistratura istessa sente questa sua deficienza che le menoma la fiducia del paese ed invoca, dove e come pu, un rimedio a tanta miseria deplorabile e deplorata. Essa ragiona a un dipresso cos: non entra in questa carriera poco stimata e peggio retribuita che chi non riesce ad altro. Retribuiteci meglio e i posti diventando invidiabili, come presso le altre nazioni civili, sar possibile la selezione e alla magistratura aspireranno soltanto i migliori.
Certo, i giudici in Italia sono pagati male ed  giusta e legittima la loro aspirazione al meglio.
Il vile denaro, dopo tutto,  un buon garante della integrit e della indipendenza. Ma  lecito chiedere se crescendo il salario oggi ad un giudice bestia, si potr farne un buon giudice domani? Certo no. Si rimane asini anche con un milione. Dunque?
Dunque bisognerebbe decidersi ad una epurazione. In Francia fu fatta pi per ragioni di sicurezza politica che di competenza e in Italia, se si dovesse venirci, non si potrebbe dimenticare che il novantanove per cento almeno della nostra magistratura  clericale o clericaleggiante, con che guarentigia di imparzialit nei giudizi che sono intinti di politica, ciascuno vede. Ma n i cervelli, n i muscoli consentono a noi coraggio e forza bastanti per una epurazione augurata invano. Cresceremo le paghe alla meglio e i giudici saranno reclutati come s' visto.
Cos il presidente, che l'amico mio non avrebbe voluto nemmeno per servitore, passo passo, salir in Appello o in Cassazione e i nostri contadini seguiteranno a ingiuriarsi, gridando: ignorante come un giudice!

14 Maggio 1904.
LA VERITA' HA CAMMINATO


Non  molto e fu quando si tratt di migliorare le condizioni economiche della Magistratura, che in un giornale espressi il parere che al miglioramento dovesse precedere l'epurazione. Non mi facevano paura i congressi dove i magistrati si organizzavano come sindacalisti qualunque e intimavano al paese ordini del giorno che sapevano un po' di preghiera e un po' di minaccia. Ci che mi faceva paura era lo stato di decadenza in cui troppo evidentemente versava la Magistratura italiana e dicevo che certi giudici i quali dispongono del nostro avere e dell'onor nostro, nessuno li avrebbe accettati nemmeno come servitori.
Questo giudizio pessimista sopra, non tutta la Magistratura, ma sopra una non minima parte di essa, mi procur non poche proteste. Parve ad alcuni che io parlassi pel bruciore di qualche sentenza contraria e non era che stupore di quel che vedevo e sapevo. Si credette a qualche antipatia personale, o che so io. Torn fuori dall'ospizio dei vecchi, la decrepita moglie di Cesare, alla quale si potrebbe pur dire che se non voleva essere sospettata, non doveva darsi alla malavita. Insomma fu un coro non precisamente trionfale.
Un egregio magistrato che onora veramente la sua classe, mi riprese osservandomi che non mancano i giudici incorrotti e saggi in Italia, incapaci di tradire il loro sacro dovere anche nelle maggiori strettezze della vita. Argomento ingiusto e guai al mio illustre contradditore se egli lo usasse nella motivazione di una sentenza! Io non dissi tutti. Notai che c'erano dei brutti segni e che, prima di aprir la borsa, era il caso anche di aprir gli occhi, ma non meritavo una condanna per una generalizzazione che non feci.
Avrei potuto rispondere, ma preferii tacere sotto il peso della disapprovazione. Per difendermi avrei dovuto provare, cio denunciare, che non  mestiere per me; e in fondo, avrei avuto piacere di aver errato.
Invece, purtroppo, i fatti mi hanno dato ragione pi presto di quello che credevo! La moglie di Cesare  stata trovata nel peggior lupanare della Suburra. Credono ora i miei contradditori d'allora, che si mostravano cos scandalizzati del mio pessimismo, credono ora che anche in Italia ci possono essere dei giudici corrotti od imbecilli? Terrebbero un servo briacone? Un cameriere che non ha pi la memoria? Un cuoco di dubbia onest? Purtroppo avevo ragione io!
Ed ora io non cadr nella generalizzazione colla quale mi condannavano. Dico quel che dicevo allora. Non  vero che tutti i giudici siano corrotti od asini; ci sono anche i buoni giudici, ci saranno molti Magnaud e per l'amore del mio paese spero che siano la maggioranza. Ma, e mi ripeto, una larga profonda ed energica epurazione si  imposta. Migliorate pure, ma ripulite le stalle con braccio fermo e rigido giudizio.
Gli asini alla stalla, i bricconi in galera, i preti alla messa.

24 giugno 1907.
L'IMITAZIONE E GIACOMO LEOPARDI


- Vieni un po' a vedere.
- Che c'?
Mi sono affacciato al balcone ed ho visto il mio bimbo gi nel prato, col capellino alla sgherra, le mani dietro la schiena e la pipa (spenta, meno male), la mia pipa in bocca. Se vedeste che aria si d, se vedeste con che gravit, con che sussiego passeggia! Ah, canaglietta! Alto due soldi di cacio, non arriva a tre anni e prova gi la fregola della pipa!
Sua madre gli ha domandato: O bimbo, che fai?
- Faccio tome pap.
Vedete un po' il birbante! Adduce a scusa l'esempio paterno. Ma che gli evoluzionisti abbiano proprio ragione e che l'uomo non sia altro che il perfezionamento di uno di quei bertuccioni che ci rifanno in caricatura tanto volentieri! Che l'ugola della Patti non sia proprio altro che lo sviluppo degli organi vocali di una ghiandaia, e l'eloquenza di Marco Tullio un progresso sulle facolt del pappagallo? Lo si direbbe, a vedere come tutti abbiamo nel sangue la tendenza all'imitazione, alla contraffazione, alla parodia, e come di veri originali a questo mondo ce ne siano tanti pochi. Il pastore Dindenault manca di rispetto a Panurgio e Panurgio compra un montone dal pastore a carissimo prezzo. Sapete, e gi lo disse anche Dante, che trattandosi di pecore quel che l'una fa e l'altre fanno: quindi Panurgio spinge in mare il montone comprato e il resto del gregge gli si precipita dietro; esempio memorabile di follia pecorina passato in proverbio.
Ma l'uomo ha egli poi tanti vantaggi sulle pecorelle dantesche o sul gregge del giocondo curato di Meudon? Che cosa  la moda se non una speculazione commerciale sui nostri istinti pecorili? La fama del Brummel, il re del dandismo, vive tuttora e non si spiega che ammettendo una eccitazione morbosa delle nostre facolt imitative. E in altro modo non si possono spiegare le mode deformatrici delle crinoline, dei puff, delle parrucche gialle, dei cappelli a cilindro, delle lenti incastrate nell'occhiaia, dei colletti che segano le orecchie ed altre fantasie che sembrano sforzi inventivi dei cercatori dell'orrido, dei pittori chinesi e giapponesi che spingono la deformit fino al delirio sulle pance dei vasi di porcellana. E imitiamo anche le imperfezioni fisiche, poich non solo le donne affettarono di zoppicare al tempo di madamigella De la Vallire, ma gli uomini zoppicarono al tempo di lord Byron. La pipa, la mia pipa stessa, non  un esempio caldo e fumante di una moda diventata consuetudine e poi necessit? Imitiamo proprio come i bertuccioni evolutivi.
E fuori della moda? I popoli malati di politica si rubano le Costituzioni, le Carte e gli Statuti. I filosofi, i gravi e frigidi filosofi, passano da Aristotele a Platone, da Cartesio a Vico, da Kant ad Hegel, da Darwin a Spencer, ora coi greci ed ora cogli arabi, ora cogli scozzesi ed ora coi tedeschi, sempre imitando, sempre copiando, senza posa e senza costrutto. I militari, non solo al principio del secolo imitano la tattica e la strategia di Napoleone ed alla fine quella di Moltke, ma cascano sino a copiare i vestiti, come se i prussiani avessero vinto a Sadowa ed a Sedan in grazia dell'elmo col chiodo. I poeti.... oh! i poeti poi sono animali imitatori per eccellenza e basta il Seicento per mostrare sino a che aberrazioni mentali possa far discendere la mania dell'imitazione e della moda. Insomma i novantanove centesimi delle azioni umane non sono che azioni imitative; il che dovrebbe dare una bella sgonfiata all'orgoglio del re della creazione.
Abbiate pazienza, ma non basta. Non solo imitiamo noi, ma poich nei bimbi, nei fanciulli e nei giovani  pi fresco, pi vivo questo istinto di imitazione che ci viene dalla parte men nobile del nostro essere, non ci par vero di coltivarlo e di crescerlo amorevolmente nelle scuole e nelle famiglie ad ogni modo. Se il bimbo mangia o fa peggio colle dita, non gli spieghiamo gi il perch e il per come non stia bene svergognare a quel modo monsignor Della Casa, ma gli diciamo invece che il piccolo Caio mangia colla forchetta e Semproniuccio adopera il fazzoletto. Cos l'educazione si fonda in gran parte sull'esempio, e l'istruzione poi non ha altro fondamento dai primissimi esemplari di calligrafia ai pi alti precetti di retorica. Cominciamo dal ricopiare i bastoni, le aste ed i rampini del maestro, per riuscire a contraffare un brano del misterioso Compagni o l'Italia mia di messer Francesco. La facolt dell'invenzione, la tendenza al raziocinio sono purtroppo meno coltivate dell'imitazione. La pedagogia va pianino e i principii direttivi del metodo froebeliano paiono troppo rivoluzionari ai discepoli del Pestalozza e dell'Aporti. I giardini d'infanzia sono novit tenute ancora in quarantena da noi, mentre fuori di qui sono vecchi stravecchi.
Non gi che l'imitazione sia da scomunicare; tutt'altro. Ne' primi stadi dell'insegnamento  necessario servirsi dell'istinto per giungere poi a sviluppare le altre facolt pi nobili. Ma se ne abus e se ne abusa, specialmente negli stadi pi alti, l dove  inutile servirsi dell'istinto perch le altre facolt possono essere pi utilmente usate. Se ne abusa ancora proponendo dei modelli d'invenzione, come se si potesse inventare copiando, come se il maggior pregio del Tasso fosse quello di attenersi fedelmente allo schema del poema virgiliano, come se non si potesse fare un buon romanzo altrimenti che mettendo esattamente il piede nelle gloriose orme di Alessandro Manzoni. Cos accade che un giovane il quale voglia scrivere un sonetto (i giovani li hanno pur troppo questi riscaldi di cervello) intinge la penna nel calamaio e rimane sospeso pensando, non gi a quello che vuol dire, ma se imiter lo stile di Caio o di Tizio, se sar verista o idealista, se scriver in lingua classica o in lingua parlata. Cos di mille volumi di versi che sbocciano tutti gli anni in questo giardino del mondo, novecento novantanove appartengono a quel che si dice una scuola; vale a dire che gli autori cercano di travestirsi, di sformarsi tanto da rassomigliare alla meglio ad uno di quegli infelici che ebbero la maledizione d'esser unti ed incoronati capi di scuola. In questa faceta repubblica delle lettere ognuno vorrebbe avere la fisonomia del suo vicino, proprio come nel facetissimo regno della moda una volta volevano tutti rassomigliare a Vittorio Emanuele portando i baffi come lui, anche quando sformavano la fisonomia. Ora sono di moda i baffi di Guglielmo. Ci sono poi certi critici stravaganti che compiono la confusione delle lingue e dei cervelli lodando queste rassomiglianze artificiali. Li sentirete dire: Bel bozzetto! potrebbe firmarlo De Amicis! Lodi sbagliate, scelleratamente sbagliate, poich equivalgono a dire che l'autore contraffece perfettamente De Amicis. Ma secondo questa critica i cento copiatori della Madonna della Seggiola sarebbero artisti squisiti, le imitazioni varrebbero quanto gli originali! Gli artisti finirebbero a fare come gli operai di Norimberga, che dopo aver fatto un bel soldatino di piombo ne fanno centomila compagni.
E' vero, per, che in fatto di originalit qualche cosa si  guadagnato, almeno dalla parte del pubblico. Infatti la ricerca assidua del nuovo, che molti a torto biasimano, non  che una domanda di originalit, alla quale l'offerta degli autori risponde poco per ora, ma risponder in seguito. E se si ricorda la smania di travestirsi che infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si  guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che fosse l'imitazione una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell'errore pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: Appressamento della morte. Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d'esser veduto ed inferiore troppo all'aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.
Dire che una cosa di Leopardi, anche Leopardi bambino, sia brutta, non si pu senza spiegarsi chiaro e protestare prima ad alta voce del rispetto profondo e dell'ammirazione grandissima che si porta all'infelice poeta. Prima di alzare il martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza dei fedeli che non  il santo che si vuol mettere in pezzi, ma la sua immagine contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi  cos grande nella storia letteraria e nella coscienza di tutti,  cos in alto nella giusta venerazione degli italiani e de' forestieri, che prima di chiamar brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare scusa e parlare con circospezione. Aggiungasi che il poeta recanatese fu cos maravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come giudicare un lavoro compiuto sul finire del quarto lustro, com'egli stesso dice: non si sa davvero se giudicarlo coi criteri applicabili ai giovanetti che tentano i primi canti o giudicarlo come opera di un grande ingegno maturato gi da lungo studio, dalla sventura e dalla solitudine. Quest'ultimo giudizio per riuscirebbe cos giustamente severo che, per quanto contrario alla precocit ammessa e provata dell'infelice poeta, bisogna cacciare il dubbio e finire col credere che il Leopardi quasi ventenne fosse su per gi quel che sono gli altri giovani di quell'et e di discreto ingegno. Imbroglio, contraddizione se volete, ma davvero non saprei come uscirne. O negare la precocit provata, o dir bello un lavoro brutto. Io scelgo il primo corno del dilemma, e ritengo la cantica opera di un adolescente non superiore alla sua et; il che non fa torto a nessuno.
Il pretonzolo al quale fu affidata l'istruzione dei giovani conti Leopardi doveva aver bene insistito sulla necessit dell'imitare i classici, poich vediamo l'allievo imitar tanto che qualche volta copia addirittura. La lingua, che non si pu inventare, tradisce tuttavia uno studio di arcaicit che nocerebbe senza dubbio alla spontaneit del poema, quando spontaneit ci fosse. La lingua, sul finire del Settecento e durante il dominio francese, s'era impinzata di tanta roba straniera da muover la nausea e venne necessariamente una reazione. Fu allora che il Cesari, il Puoti, il Perticari, il Giordani e tanti altri predicarono la crociata contro i neologismi forastieri in nome dell'aureo Trecento. Si torn all'antico, accettando ad occhi chiusi il buono ed il cattivo di una lingua ancora allo stato di formazione, e chi seppe cavare dai Fatti di Enea o dai Fioretti di San Francesco i termini pi eterocliti ed antiquati, colui scrisse meglio. Reazione che ebbe la sua utilit, come quella che pul un poco la lingua e mantenne un certo spirito di italianit nelle lettere, appunto quanto ogni speranza di italianit pareva perduta; ma reazione sempre, quindi cieca, intollerante, meticolosa. Il pretonzolo del Leopardi senza dubbio insegn questo scrupoloso purismo ai suoi allievi, propose i modelli di moda all'imitazione sconsigliata, e la cantica di quel Giacomo, che scrisse poi l'italiano come nessuno seppe scrivere finora, ribocca di parolacce viete, muffite, quasi umoristiche. Per chi vorr gettare gli occhi sulla cantica non c' bisogno di esempi; ogni pagina, presa a caso, dice pi che qui non si possa dire. Nella stessa ortografia c' una affettazione di arcaismo che non si trova pi nei lavori successivi, anche giovanili, del poeta.
E il poema che cosa  in fondo? Una imitazione fredda e servile un poco del Poema divino, un poco dei Trionfi del Petrarca. Cominciamo a trovarci nella solita landa, come Dante si trov nella selva selvaggia. Il poeta sovrano ci dice:

Io non so ben ridir come v'entrai,
Tant'era pien di sonno in su quel punto;

e il povero imitatore:

I' non vedeva u' fossi ed u' m'andassi,
Tant'era pien di dotta e di terrore.

Viene la solita tempesta, la solita lusnada del Porta ed appare un angelo che annunzia al poeta la sua prossima fine, l'appressamento della morte. Tuttavia, perch il poeta non si dolga troppo di abbandonare il mondo in cos giovane et, l'angelo mette mano alla solita lanterna magica che, dopo la Basvilliana, dovrebbe essere lasciata stare, e fa vedere la processione delle vittime dell'amore, dell'avarizia, dell'errore, della guerra, della tirannia, tale quale nei trionfi del Petrarca. L'anima di Ugo da Este a modo di episodio, un po' imitando Francesca, un po' Ugolino, narra la nota tragedia e come, dopo il colpo paterno, svolazz lo spirto sospirando. Si maledice l'eresia anglicana e si sente un po' d'influsso alfieriano nella declamazione contro la tirannia; e insomma, imitando un poco a destra ed un poco a mancina, finito il corso dei carri, si spalanca il cielo e si vedono Cristo, la Madonna, i santi e tutto l'empireo cattolico, Dante, il Petrarca e il Tasso sono del beato coro. Chi sa perch ne  escluso l'Ariosto?
Dopo questa beatifica visione tutto sparisce, ed il poeta, rimasto solo, si duole di dover morire, ma pure si rassegna e finisce invocando Dio e la Vergine perch l'assistano nell'ultimo passo. A questo punto ritorna in capo al lettore lo stesso dubbio che lo assal sino dalle prime terzine e si chiude il libro tentennando il capo e chiedendo: ma  proprio roba del Leopardi?
Si trovano molti riscontri nelle lettere del Leopardi, del Giordani e d'altri, che parlano della cantica; la calligrafia sembra del Leopardi, il quale ordin per la stampa le prime ventotto terzine riducendole a venticinque molto rivedute e molto corrette. Certo un contraffattore poteva tener conto delle lettere, imitare la calligrafia e lavorare sulle terzine stampate; ma la persona che ritrov e diede alle stampe la cantica  incapace di fare un tiro simile al buon pubblico. Non resta dunque se non concludere che questa povera roba imitata, messa insieme a pezzetti come un mosaico, sia proprio di Giacomo Leopardi quasi ventenne, che non conoscevamo ancora, di un Leopardi scolaretto senza esercizio di comporre, senza gusto di lingua, senza lume di poesia. Bisogna rassegnarsi a credere che questo imparaticcio sia stato messo insieme un anno dopo al Saggio sugli errori popolari degli antichi, nell'anno stesso dell'Inno a Nettuno e delle Iscrizioni triopee; un anno o due prima delle pi celebri, delle pi gloriose poesie della letteratura moderna. E' dura, ma  cos.
Questa pubblicazione avr questo almeno di utile, che far veder chiaro come gli ingegni pi forti e pi grandi non si riconoscono pi quando cadono nel peccato d'imitazione. Certo si danno delle mostruosit in natura, come il Monti, il quale seppe diventar grande in gran parte imitando; ma simili organismi sono veri capricci della natura, come le mosche bianche e i cigni neri, e non bisogna fidarsene perch sono fuori della legge comune. Perch c' stato un Mozart, non tutti i piccoli pianisti arriveranno a scrivere il Don Giovanni, e il caso del Leopardi dovrebbe far riflettere molto coloro che sono fanatici dei modelli di bello scrivere, delle antologie usate altrimenti che come saggi compendiosi e pratici di storia letteraria.
Si potrebbe domandare che necessit c'era di mostrare il povero Leopardi, gi abbastanza martirizzato dai pubblicatori di quisquilie scolastiche, nell'atto di fare tome pap; ma a questa domanda si oppone la solita risposta, che dei grandi ingegni  necessario conoscere tutto, anche la balia. Amen. Studiamo dunque le balie dei grandi uomini, e che buon pro ci faccia.
DI NUOVO


Se il povero Leopardi riaprisse gli occhi!
Gi, prima di tutto, se riaprisse gli occhi, quella adorazione meritata che nessuno gli contende nel tempio dell'arte, scemerebbe ingiustamente della met, poich egli stesso ha detto Virt viva sprezziam, lodiamo estinta; verit sacrosanta. E poi se aprisse gli occhi cos all'impensata, e se cogli occhi potesse muover la mano, ne scriverebbe delle belle intorno a noi, al nostro tempo, alla nostra curiosit e forse anche intorno a quel progresso che gli sugger la epistola al Pepoli. E davvero il povero poeta, disgraziato in vita, fu disgraziatissimo dopo morto e gliene hanno fatte di quelle col pelo.
Fu lamentato gi il lungo silenzio serbato da Antonio Ranieri; silenzio che indusse i biografi in tanti errori: e si disse che se il generoso napoletano fosse depositario di qualche scritto del Leopardi, dovrebbe oramai vincere gli scrupoli di una delicatissima coscienza e metter fuori tutto. Non mi pento di averlo detto, ma la pubblicazione del signor Zanino Volta, l'Appressamento, mi fa morder la lingua(10).
Il signor Zanino Volta, nipote dell'illustre inventore della pila, come ci dice parecchie volte nella introduzione, e vice-bibliotecario reggente nell'Universit di Pavia (che diavolo  un vice-bibliotecario reggente?) il signor Zanino Volta capit in certe camere del palazzo avito dei Volta dove erano per le terre molte cartacce, molta umidit e molti sorci. Trov, frugando, un quaderno intitolato: Appressamento della morte, e se lo ficc in tasca. Ora si trova che  un autografo del Leopardi, e lo stampa con cento pagine di prefazione.
E' proprio del Leopardi? A questi lumi di luna siamo tanto avvezzi alle gherminelle letterarie e paleografiche, che questa  la prima domanda da fare. Chi  oramai quel letterato il quale non abbia commesso qualche marachella di questo genere? Io, per conto mio, oltre quel che  noto al pubblico, ho parecchi altri peccatacci sulla coscienza e, se volessi dirlo, c' qualche poesia del 1300 a questo mondo che io ho visto nascere, crescere, trovar spasimanti ed amanti e peggio.
La calligrafia del Leopardi pu essere esattamente imitata dal primo che capita: la carta del tempo si trova dappertutto; l'inchiostro sbiadito o rossastro si fa in cucina, e la cantica  un lavoro tanto giovanile che, quasi quasi, potrebbe averlo fatto davvero il signor Volta; ma questo non vuol dire, poich qualunque maestro di retorica pu far di meglio.
Il nipote di Alessandro Volta ha preveduto il sospetto di falsificazione e mette le mani avanti. Egli prova che il testo e la sua et probabile vanno d'accordo con quanto ci dicono di questa cantica il Leopardi nell'epistolario, il Giordani ed altri; e che la calligrafia  quella stessa di altri lavori autentici del poeta ch'egli possiede; quindi la cantica  del Leopardi. Le premesse non fanno una piega, ma uno scettico potrebbe sorridere della conclusione. Dato il caso di un falsario,  egli supponibile che costui avesse steso la cantica senza studiare prima tutto quel che  stato detto da molti e senza imitare o far imitare il carattere grafico? Bisognerebbe supporre che il falsificatore fosse Calandrino. Se la cantica va quindi d'accordo ne' caratteri, diremo storici ed esterni, questo non escludo che altri la possa aver fatta o fatta fare: ed anche questo ragionamento non fa una piega.
La storia del manoscritto, la storia provata, darebbe la vera sicurezza: ma appunto qui non si sa nulla di certo. Il come, il quando ed il perch il manoscritto sia andato a nascondersi nella topaia dove il nipote del Volta lo trov, non pu sapersi. Il nipote del Volta si permette soltanto qualche ipotesi, anzi parecchie ipotesi, che possono esser accettate come tali e non altro.
Non voglio gi sostenere con questo che la cantica ora stampata sia una falsificazione. Non c' nulla che lo dica, come a negarlo non c' che l'opinione del nipote dell'inventore della pila. Non c' nulla di strano che il Leopardi, da ragazzo, scrivesse a modo d'esercizio scolastico questi poveri canti, queste misere terzine.
Ma il rispetto, la venerazione che tutti abbiamo grande ed io ho grandissima per l'infelice poeta, non ci debbono impedire di confessare che questa cantica, imitazione d'imitazione, non  altro che un lavoruccio scolastico, retorico, poverissimo sia nel riguardo del concetto che della lingua.
La lingua infatti denota uno studio assiduo dei classici, o anzi meglio de' trecentisti, non corretto ancora da quello squisito gusto che fece poi grande il Leopardi. C' sino l'affettazione dell'arcaismo, c' sino l'esagerazione ortografica.
Non c' mai un io, ma sono tutti i'; non c' parola mozzabile in principio che non sia mozzata e ci troviamo lo 'ngegno; 'ncontra; 'ntorno; 'ntelletto e mille anticaglie, roggia per rossa, lutta per lotta, frati per fratelli, dirampa, approcciare, dischiavacciare, credulitate, rinomo, e il pomo d'Eva  il piagnevol pomo; proprio un glossario, un zibaldone di modi affettati o rancidi. Sar del Leopardi, ma la lingua potrebbe essere non che del padre Cesari o del Puoti, ma di Fidenzio Glottocrisio ludimagistro.
Quanto al concetto,  una imitazione d'imitazione. Lo stile  un calco,  un mosaico dove si trovano interi versi di Dante o di altri appena cambiati in una parola. L'episodio di Ugo  una imitazione un po' della Francesca, un po' dell'Ugolino, e la chiusa dell'episodio che piace tanto al nipote dell'inventore della pila, confina col comico; dice.

E svolazz lo spirto sospirando!

Sar del Leopardi insomma, ma questo non deve influire sulla verit. Sar del Leopardi, ma  una povera, poverissima cosa. Il Leopardi stesso del resto ha giudicato, accettando poche terzine dopo molte correzioni: dato sempre che il Leopardi abbia corretto e non dato che altri abbia scorretto il Leopardi. Se il povero poeta vivesse ancora e il signor Giovannino Volta gli avesse voluto fare un tiro da galera, non poteva forse fargliene uno peggiore che pubblicando questo imparaticcio che fa a pugni con tutte le convinzioni filosofiche e con tutta l'arte squisita del recanatese.
Per questa sconciatura e per la prefazione, della quale non dico nulla temendo che si possa sospettare qualche impossibile antipatia in me contro l'egregio nipote dell'inventore della pila, fu incomodata una illustre accademia milanese, si fecero suonare le trombe tutte dei giornali ed il monte ha partorito. Dico, e torno a dire sconciatura, l'avesse fatta anche il Padre eterno; poich in fin dei conti se la critica deve usare delle ipocrisie, pu andare al Ges, ma non caver un ragno da un buco. So bene che si troveranno anche i giornali di manica larga che loderanno senza aver letto, ma so bene che la coscienza ripugna a lodare quel che appare brutto e sbagliato.
Giacomo Leopardi  troppo grande poeta e troppo in alto perch questa bambinata possa mai scemargli una dramma della nostra ammirazione. Non guastano il grand'uomo gli schizzi di meconio che la balia gli trov nelle fasce; noi lo rispettiamo e lo amiamo lo stesso. Altrettanto per non possiamo certo fare pei nipoti dei grandi che fanno tanto fracasso per tali piccinerie. Il nonno pu avere inventato la pila, lo riconosciamo; ma non riconosceremmo cos che il nipote possa aver inventato la polvere.
Io mi doleva gi che il Ranieri, se ha delle cose inedite del Leopardi, non le pubblicasse, ma dopo questa profanazione, direi quasi che fa bene.
Ma no. E' impossibile che il Leopardi abbia lasciato al Ranieri di questa povera roba. Ah, l'amico incomparabile del povero Giacomo dovrebbe parare questo colpo tirato alla fama dell'amico dandoci qualche cosa di meglio!
Egli dovrebbe davvero riparare alla profanazione volgare e piccina mostrandoci tutto il Leopardi della maturit, il Leopardi che conosciamo ed ammiriamo. Dica egli almeno, che pu dirlo se il povero infelice non avrebbe protestato altamente contro questa improntitudine scempiata che lo mette alla berlina come scolaretto plagiario.
Rispetto il giudizio degli altri, ma quanto a me lo dico chiaro e tondo:  una vergogna!
GLI ULTIMI ANNI DI G. LEOPARDI


Se con parole, con opere o con omissioni un disgraziato fece tanto da vedere la propria fama oltrepassare l'ombra del campanile nato, non gli sar pi possibile nascondere qualche cosa alla curiosit dei concittadini. I Vapereau ed i De Gubernatis gli pubblicheranno la fede di nascita, il certificato di vaccinazione ed i connotati; e gli oziosi nei caff discuteranno ad alta voce intorno al naso de' suoi figli ed alle anche di sua moglie. Se poi la sventura lo percosse tanto crudelmente da farlo celebre ed ammirato anche fuor d'Italia, per lui non c' pi requie, nemmeno nella fossa. Si stamper il numero de' suoi capelli grigi, il numero dei bottoni della sua camicia e si cercher avidamente di sapere se preferiva il lesso all'arrosto o le calze di lana a quelle di cotone. Ogni minimo atto della sua vita sar commentato, ogni suo biglietto e magari le cambiali, ingrosseranno l'epistolario, e il cameriere, la cuoca, la lavandaia del grande uomo saranno chiamati a testimoniare davanti al tribunale della posterit. La professione di grand'uomo non  tutta di rose.
Tuttavia, siccome c' anche qualche grande uomo di spirito, s' finito col trovare un rimedio alla curiosit del pubblico ed alla indiscrezione dei biografi, ed il rimedio sta nello scrivere la propria autobiografia. Non sar infatti sfuggito all'attenzione degli acuti lettori, che gli scrittori di autobiografie sono i meno perseguitati dai biografi, e questa ricetta, unita ad un po' d'attenzione nello scrivere agli amici in previsione dell'epistolario, la regaliamo volentieri ai grandi uomini viventi che dormono male la notte pensando ai biografi futuri.
Ma se c' stato al mondo un povero grande uomo crudelmente anatomizzato dalla feroce curiosit del pubblico e degli scrittori, certo  stato Giacomo Leopardi. Gli hanno applicato fino il microscopio spiando ogni battito del cuore, ogni moto del suo ingegno. Sappiamo il nome e la vita delle donne che gli piacquero, delle umili tessitrici che entrarono nella storia letteraria e nell'immortalit per aver dimorato in faccia al palazzo dei Leopardi. Sappiamo tutti i segreti della sua famiglia, tutti i pettegolezzi dei suoi concittadini, tutte le chiacchiere delle serve di casa. Gli hanno pubblicato i lavoretti di scolaro e le carte gettate nel cestino; gli han fatto il conto dei crediti e dei debiti, la diagnosi de' suoi mali, la fotografia della sua deformit, ed ogni ora della sua dolorosa vita fu il tema di una dissertazione. Davvero che i pi ambiziosi tra i letterati esiterebbero se qualcuno promettesse loro la gloria del Leopardi accompagnata dalle persecuzioni biografiche che crescono tutti i giorni invece di calare!
Badiamo bene che non si nega con questo l'utilit storica e critica delle rivelazioni intime e delle pubblicazioni curiose. Un'opera d'arte non esce dal cervello per generazione spontanea, non viene al mondo per una creazione ex nihilo, ma  il risultato complesso di una educazione, di un ambiente storico, di una miriade di sentimenti e di sensazioni che agirono sul cervello. Importa conoscere perch un autore sent e scrisse in quel dato modo e la critica non pu fare a meno di analizzare minutamente le cause di quei sentimenti e di quelle opere. Il poeta per lo pi  un malato d'anima e di corpo e, come la conchiglia, da una dolorosa puntura mette al mondo una perla. Ora  necessario che le vittime di quella strana malattia che si chiama il genio, siano intimamente scrutate dal critico, come  necessario che le vittime di certe strane malattie fisiche siano minutamente dissecate sulla tavola anatomica. E se un caso strano di genio ci fu mai, se un misterioso enigma comparve mai nel mondo dell'arte, quello fu Giacomo Leopardi. Cos se si deve compiangerlo come martire delle nostre insaziabili curiosit, bisogna tuttavia riconoscere che queste curiosit nascono da un sentimento di ammirazione e sono di grande utilit alla critica.
Antonio Ranieri, l'amico intimo e sviscerato del Leopardi negli ultimi anni, non pareva per convinto di questa necessit delle rivelazioni private. Egli depositario di tanti segreti, tacque modestamente e stim ciarlataneria grossolana tentare l'immortalit facendosi il dimostratore patentato delle debolezze e delle virt di un uomo immortale. Tacque ed assistette sdegnoso a questa fiumana di libri, di opuscoli, di articoli, che contenevano ciascuno un brano del gran segreto. Si diceva che il Leopardi morendo lasciasse qualche cosa d'inedito e si incolp il Ranieri di defraudarne la patria. Le pi strane accuse furono susurrate contro una amicizia santa, e la pubblicazione dell'epistolario del Leopardi stesso dava credito alle mormorazioni, poich il povero malato, scontento di tutto e di tutti, si lasciava andare a disconoscere persino tanta devota amicizia e chiamava odioso il soggiorno di Napoli. E il Ranieri tacque sempre, sicuro di s e della sua coscienza, e fin anzi col non leggere nemmeno i libri dove si faceva l'autopsia del suo amico e della comune amicizia.
Ma la fiumana dei pettegolezzi ingross tanto, che al Ranieri tocc finalmente di parlare. La morte della sua adorata sorella Paolina, quella stessa che sostenne volontieri il santo martirio di esser infermiera del Leopardi, pare che non sia stata la cagione ultima del suo parlare. Infatti fin che vivono anche due testimoni di un grande avvenimento, possono costoro favellarne tra loro e sprezzare i profani; ma se ne sopravvive uno solo, che anzi vegga travisati i grandi fatti ai quali ebbe parte,  necessario,  fatale che egli parli alle turbe e rettifichi e racconti.
Cos il Ranieri diede fuori il suo libro: Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, libro pi che mai necessario alla completa biografia dell'infelice poeta.
Anche il Ranieri fu sforzato alla relazione minuta delle debolezze e delle aberrazioni di un malato; relazione tanto pi utile in quanto riguarda il momento pi inesplorato della vita del Leopardi, gli anni in cui l'ingegno suo era giunto a quella fredda esaltazione, a quella disperazione scettica da cui scaturirono i Pensieri e la Ginestra. Questo libro diventa cos indispensabile a chi vuol parlare del Leopardi.
In quelle minuzie, in quegli aneddoti umili, c' tuttavia quel che oggi si chiama interesse, e quando si giunge all'ultima pagina si trova che il libro  troppo breve. Qualche tensione lirica, qualche esagerazione di sentimentalismo romantico passano inosservate sotto al sentimento profondo dell'amicizia che si sacrifica, accanto alla forte e modesta carit di Paolina Ranieri che sembra aver ispirato tutto il libro. Infine il lettore giunge a dolersi che il Ranieri non sia stato il compagno di tutta la vita del Leopardi e che non ce l'abbia potuta narrar tutta, giorno per giorno, dalla nascita alla morte.
Il mistero delicatamente accennato nel settimo paragrafo, e che non  ormai pi mistero per coloro che hanno sentito parlare del Leopardi da persone che lo conobbero, spiega molte cose oscure, molte debolezze, molti dolori del grand'uomo. Ma se il Ranieri qui ha parlato, ha poi taciuto affatto alla domanda, che, si pu dire, l'Italia intera gli rivolge. Esistono presso di lui cose inedite del poeta? Il conte Carlo Leopardi sembrava credere che egli conservasse parte dei Pensieri ed altre cose. E' vero?
E se  vero, che cosa pi rattiene il Ranieri dal farli di pubblica ragione? Quando oramai nelle pubblicazioni fatte dal Cugnoni a Lipsia vediamo raccolte le minime e pi giovanili cose che pure non hanno nociuto alla fama del Leopardi, certo non potrebbero nocer queste, concepite e scritte in et pi matura. Ma,  vero?
Questa domanda rimase allora senza risposta.
POLEMICHE INTORNO AL LEOPARDI(11)


Dispiace il dirlo, specialmente perch c'entra una signora, ma bisogna pur dirlo: lo spettacolo che ci offre la famiglia Leopardi  indecente.
Non bastavano tutti i tormenti cui fu sottoposta la fama di Giacomo, tutte le chiacchiere, tutta la malignit, tutta la imbecillit di coloro che conoscendo la propria miseria cercano di passare il Lete arrampicati sulle spalle di un grand'uomo che li porti ai posteri; non bastavano le indiscrezioni che si danno l'aria di rivelazioni importanti allo studio dell'ingegno del Leopardi, per cui abbiamo saputo quante volte al giorno il poeta si soffiava il naso e quante volte alla settimana si cambiava le calze; non bastava l'improntitudine degli scolaretti che eiaculano il loro primo articolo nel giornale letterario della provincia, profanando il nome di Giacomo e ripetendo le balordaggini imparate a scuola; non bastava insomma l'accanimento col quale italiani e forestieri turbarono la pace di quelle povere ossa in nome di un partito, di una scuola o di un pregiudizio; bisognava che la stessa sua famiglia scendesse a pettegolezzi indecenti in faccia al pubblico, contendendosi la privativa di vender oracoli in nome di Giacomo, come contendono tra loro i discendenti del Pagliano pel segreto della ricetta.
Ho detto, a proposito della cantica sull'Appressamento della Morte, edita umoristicamente dal signor Giovannino Volta, che se il Leopardi fu infelice in vita, fu infelicissimo dopo morte. Tanta sventura supera la piet volgare e, quasi quasi, atterrisce; certo gli uomini celebri viventi debbono qualche volta provar disgusto per la celebrit, pensando che anche su loro pu infierire una simile sventura. Si  giunti a questo, che un celebre autore, ora morto, non scriveva una lettera dove non ricorressero qua e l alcune parole oscene. I suoi costumi e i suoi discorsi erano corretti e gentili, ma scriveva cos perch dopo morto non gli stampassero l'epistolario.
E, per quel che riguarda l'infelice Leopardi, la cosa comincia a diventare scandalosa. Pare che tra la vedova ed erede di Carlo, ed il figlio o i figli di Pier Francesco, sia una di queste lotte di famiglia cieche e ferocissime, come pur troppo avvengono spesso nelle famiglie italiane delle piccole citt. Non importa cercare da che motivi venga questa divisione: intanto tutti i giorni si fa pi profonda e pi aspra; ha diviso Recanati e oramai gli studiosi delle cose leopardiane. Certo gli eredi legittimi e diretti dei Leopardi debbono vedere con rammarico la pingue eredit dell'avarissimo Carlo distratta alla famiglia a vantaggio della vedova e dei figliastri di lui. Certo la signora Teresa Teia, prima vedova Pautas e poi vedova Leopardi, ha molti torti, non fosse altro, quello scusabile di voler fare l'apoteosi del defunto marito per quanto la meriti poco, e quello inescusabile di far servire queste tristissime polemiche alle rabbie clericali e fratesche; ma mentre i primi non dovrebbero dimenticare che al postutto si tratta di una signora, questa non dovrebbe dimenticare che si tratta anche di una famiglia alla quale essa , si pu dire, estranea. Da ambedue le parti sarebbero necessari molti riguardi, e nessuna delle due parti ne usa.
Queste ire poco decenti diedero origine ad un nuovo volume di cose leopardiane, cui il Piergili prepose una lunga prefazione apologetica.
Premetto che, se dovessi scegliere un partito, starei col Piergili e non coll'Aulard. Carlo, la pi antipatica e falsa figura di casa Leopardi, che ebbe tutti i difetti e nessuno dei meriti del fratello maggiore, deve ispirare simpatia a ben pochi che non abbiano interesse a farlo. Questo Arpagone, senza cuore come un clericale e senza dignit come un prestatore su pegno a grassi frutti, mi  sempre sembrato meno stimabile dello stesso Monaldo, la cui fama  oramai monda dalle brutte macchie d'un tempo. La condotta poi di chi tenne da lui ed abus del suo nome di famiglia per miserabili intenti di partito e di sagrestia, mi nausea addirittura. Tuttavia ci non toglie che in fondo sia da disapprovare questo strazio che dalle due parti si fa pel povero Giacomo, il quale serve di pretesto alla lotta. Fa piet vedere i combattenti scaraventarselo l'un l'altro addosso come un cencio sudicio e rimandarselo come una palla a suon d'ingiurie, di improperi e d'insulti. A Recanati si rappresentano gli Hritiers Rabourdin, e come di solito il pubblico fischia.
Pur troppo  vero che lo studio dell'Aulard intorno a Giacomo Leopardi trov in Italia un popolo di lodatori. Il nostro amor proprio nazionale era soddisfatto vedendo che dalla Francia, da quella stessa Francia dove le cose nostre sono cos profondamente ignorate, ci veniva il riconoscimento cosciente di una delle nostre massime glorie. A chi non legge, o legge superficialmente, bast il frontespizio per tenersi contento. Chi invece non legge i libri colla leggerezza con cui si leggono i giornali, scosse il capo e tacque. Meno che gli errori, spiegabili se non perdonabili, colpivano in quel lavoro gli intenti partigiani che l'avevano dettato. Il peggio fu quando la vedova di Carlo Leopardi stamp in francese un maligno libro - Leopardi et sa famille - dove, ripetendo notizie vecchie, si cerca di tirarle a danno dei parenti avversari e si fanno insinuazioni poco dignitose e poco generose a carico di parecchi. Quel libro, scritto in servigio di odii domestici e di ire clericali, pass in Italia in meritato silenzio: ma in Francia, dove i migliori ignorano la nostra lingua, sar tenuto per vangelo. Questo bel servigio hanno fatto al povero Giacomo le rabbie de' suoi!
La prefazione del Piergili  quasi tutta una risposta alle ingiurie dell'opuscolo franco-clericale della vedova Leopardi. Senza dubbio egli era stato offeso da quella maligna pubblicazione e doveva rispondere: egli tuttavia passa un po' la misura e dimentica che non c' quanto la calma dignitosa per rendere efficace la risposta all'ingiuria e, condonando molto alla delicatezza offesa,  lecito tuttavia sperare che in avvenire certi metodi ingiuriosi di polemica siano lasciati alla sagrestia dove sono indigeni e coltivati. Lasci che gli altri si abbassino: egli stia pi in alto; stia all'altezza della dignit serena che gli dett l'articolo su Monaldo Leopardi apparso nella Nuova Antologia. Quella  roba che resta, non fosse altro, per la sua utilit; i pettegolezzi durano quanto le risa di chi se li gode.
E cos, anche in questa prefazione rimane utile come documento storico tutto quel che riguarda le affermazioni del Ranieri. Siamo sempre nell'ambito della polemica, ma qui non si tratta pi di ripulsa d'ingiurie o di smentita di calunnie gi dirette o allo scrittore della prefazione o ai discendenti legittimi della famiglia Leopardi. Si tratta di fatti che hanno una grande importanza pel giudizio del carattere di Giacomo.
Il poeta mor in braccio ad Antonio Ranieri, il quale rimase in possesso de' suoi scritti. Una parte di questi furono dal Ranieri ordinati in quella edizione fiorentina che  rimasta l'edizione ne varietur delle migliori cose del recanatese. Ma fino d'allora, prima si susurr, poi si disse alto che tutto non era l, che il Ranieri aveva presso di s molte cose, anche della maturit del Leopardi, rimaste ostinatamente inedite, sottratte da lui allo ansioso desiderio dell'Italia intera. Vero o no, il Ranieri tacque. Il testimonio degli ultimi anni del poeta, quando l'avida curiosit scrutava ogni frammento, interrogava ogni tradizione, stampava ogni bazzecola giovanile e fanciullesca del grande sventurato, non moveva labbro e stava immobile nel suo Sinai misterioso, come un Dio che sdegni di mostrarsi agli uomini.
Ad un tratto si seppe che il Ranieri avrebbe stampato un libro sugli ultimi anni del Leopardi, dove avrebbe corretto molti errori, dissipati moltissimi equivoci. Si aspett febbrilmente. Non pareva vero che alfine si potesse sapere qualche cosa di certo sopra gli ultimi giorni del poeta rimasti sempre un po' in nube, sopra gli ultimi suoi lavori che si credevano sottratti alla legittima e santa curiosit nostra. Il libro usc, ma fu una delusione.
Il Ranieri faceva la propria apologia come se fosse stato assalito, e la faceva in modo che pareva recare a colpa del defunto amico gli assalti immaginari dei quali si doleva. Il carattere del Leopardi vi era dipinto con colori men che favorevoli, e si dichiarava alto e fieramente che il poeta nelle sue ultime lettere era stato ingrato verso chi lo aveva mantenuto in tutto e per tutto con amichevole disinteresse e non lieve sacrificio. Risultava da quel libro che la moralit del poeta non era completa, che era sudicio, geloso, cattivo, ingrato e, pi di tutto, che si era lasciato assolutamente e completamente mantenere senza dir nemmeno grazie.
Il buon pubblico non seppe che dire. Gli si guastava la bella immagine del sublime tribolato che filosof cos malinconicamente sul dolore e incarn in s la tendenza pessimista del secolo. Gli si sciupava il poeta migliore di cui potesse forse gloriarsi l'Italia in quel secolo. Gli si buttava alle fogne un ideale quasi santo, una memoria venerata. Traspariva,  vero, dalla tronfiezza apocalittica, dalla evidente artificiosit romantica del libro, un non so che di esagerazione retorica facile a mettere in sospetto, se non la veridicit, almeno l'esattezza dello scrittore. Ma come negar fede al Ranieri, all'ultimo amico di Giacomo, al confidente della sua ora estrema? Si chin il capo sotto ad una disillusione di pi.
Ma ecco il libro del Piergili, dove con documenti autentici si convince di errore il Ranieri in una delle sue pi gravi affermazioni. Il Leopardi non fu mantenuto, almeno in tutto, dall'amico. Riceveva regolarmente dalla famiglia un assegno tenue s, ma non minimo in quei tempi e a Napoli dove si viveva con poco. Nell'ultima sua malattia ricevette quaranta scudi, pi che dugento lire, il cui valore era, allora e l, il triplo di quel d'ora. E di pi le cambiali sono tutte scritte di mano del Ranieri; la sola firma  di Giacomo.
Questo errore in cosa tanto grave toglie fede a tutto il libro che pareva scritto apposta per farlo credere al pubblico. Se il Ranieri err in quell'affermazione che si pu dire la principale del suo volume, ed invece egli stesso aveva avuto parte cos grande negli atti che nega, si dovr credere al resto? L'utilit maggiore ed incontestabile del libro del Piergili sta appunto in questo. Un errore cos grave, cos pregiudicevole alla fama di Giacomo e venuto da persona tanto autorevole, stava per acquistare certezza di verit nella biografia del poeta e il Piergili ha fatto opera buona e bella provvedendo. Non importano le varianti ortografiche tra due edizioni delle cose del Leopardi, inserite per crescere la mole del volume: importa invece assaissimo l'acquisto di un vero oramai non pi discutibile, e per questo ben venga il libro.
MATTI E MATTOIDI


La scienza  una bella cosa, ma  peccato che diventi una chiesa. L'uomo  un animale di abitudini e molti, seccati dalla religione vecchia ma abituati ad averne una ad ogni modo, hanno fatto della scienza una religione. Oramai c' la sua brava gerarchia, coi cardinali celebranti nel tempio massimo de' Lincei, i canonici nelle cattedrali accademiche delle citt minori, i sacerdoti che officiano nelle Universit, gli scagnozzi che tribolano nei licei, i concilii ecumenici, i sinodi nazionali e provinciali, i riti esterni che cominciano con discorsi per inaugurazioni di statue e finiscono con agapi spesso fraterne, ma pi spesso pagate dai municipi, e finalmente i fedeli, la turba minuta dei fedeli che a bocca spalancata guarda ed applaude ai nuovi miracoli. Ci sono purtroppo anche gli scismi e le scomuniche, ma ad ogni modo la nuova chiesa prospera, lo spirito di casta e di classe  vivo tra i suoi sacerdoti ed il culto rende abbastanza. - Protesto per che non voglio dir male della scienza. Prima di tutto, bench sia un po' scismatico, specialmente per quel che riguarda la gerarchia, in fondo ci credo anch'io. Poi ci vorrebbe poco giudizio a prendersela con un ordine di persone cos potente ed organizzato che a toccarne uno si toccano tutti. I membri del sodalizio si trattano spesso e volontieri di asini e di ciarlatani tra di loro, ma se l'assalto viene da chi non  ascritto al sacerdozio, si trovano subito uniti tutti come un sacerdote solo per punire l'impertinente. Rispettiamo dunque la scienza.
Anzi ammiriamone i risultati. L'antropologia criminale, una scienza quasi nuova,  arrivata a dedurre che gran parte, se non tutti, i birbanti sono tocchi nel cervello e che quindi sono in tutto o in parte irresponsabili. I psichiatri, che in lingua povera sono i medici dei matti, trovano ora che il genio e la folla si danno la mano, che il poeta quando compone soggiace ad una iperemia del cervello, che Dante, Ariosto, Byron, Goethe e il resto erano mattoidi. La scienza ha dunque oramai trovato e provato che i soli veramente savi sono gli imbecilli. E a questa scoperta, che a dir vero era stata presentita da molti, mi sottoscrivo senza difficolt.
La scienza, si sa,  diventata sperimentale. Osservati certi fenomeni naturali, li riproduce, quando pu, coll'esperimento, li classifica e ne deduce leggi fisse. E questo va benissimo; ma nel lungo processo che passa tra l'osservazione del fenomeno e la deduzione della legge, quante mai non sono le cause d'errore? E quante mai non debbono essere le ripetizioni dell'osservazione prima di esser certi che la sintesi non sia errata? Non basta, perch un matto, o venti, o cento matti, hanno un dato tic nervoso, dedurre che tutti quelli che hanno lo stesso tic sono tutti matti. Perch il Coccapieller ripeteva tre o quattro volte una parola in una frase, non mi par giusto il concludere che la figura retorica della ripetizione sia un indizio di pazzia. Dante dice pure:

Per me si va nella citt dolente,
Per me si va nell'eterno dolore,
Per me si va tra la perduta gente.

Virgilio ha pure i suoi quattro Sic vos non vobis. Tutti gli scrittori usano di quella figura che  efficacissima e nel parlare comune, dai letterati ai ciabattini, tutti ne fanno uso grande. O che son tutti matti? Capisco che i psichiatri risponderanno di s, e sia benedetta la psichiatria!
Un altro carattere delle scritture pazzesche sarebbe quello di scrivere le parole ora maiuscole, ora minuscole, ora corsive o sottolineate, ecc. Noto che gli avvocati nelle loro memorie fanno appunto cos, volendo richiamare l'attenzione de' giudici sopra un testo, una frase, un brano di documento che importa assai alla loro argomentazione. Ci sono certe memorie in cui tutti i pi diversi caratteri tipografici sono rappresentati. O che gli avvocati son matti? Io per me credo che i matti siano i clienti.
Non basta l'osservazione di un centinaio di casi per dedurne una legge. Se le osservazioni poi sono fatte collo stesso scrupolo con cui sono accettati gli aneddoti biografici pi soggetti a cauzione, c' da perdere la dovuta venerazione alla psichiatria. Prima d'ammettere come fatti scientificamente provati che il Buffon un giorno, immerso ne' suoi pensieri, si arrampic sopra un campanile e ne discese per le corde sempre inconscio di s e senza accorgersene, o che il pittore Francia mor di piacere alla vista di un quadro di Raffaello, o che l'Alfieri non poteva mangiare quando il suo cavallo non aveva nitrito, ed altre amene frottole, mi pare che ci si debba pensare. O come, il Buffon non sent le campane suonare nel suo curioso viaggio su per le corde? L'Alfieri a buon conto era appena di malumore quando il cavallo non aveva nitrito ed anche questa poi fu una chiacchiera della contessa d'Albany che pot esser detta benissimo per celia. Queste storielle si trovano senza dubbio stampate in qualche libro, ma per uno scienziato, l'essere una notizia stampata non  prova della sua autenticit. E' una fiaba che l'Ariosto incoronato desse in clamori pazzeschi. La fiaba  a stampa, ma sono a stampa anche le confutazioni.
In un grosso volume destinato a provare che i delinquenti sono matti o mattoidi, tra le altre dubbie storie ce n' una che a me consta non vera affatto. Il psichiatra vuol provare che i delinquenti, perch appunto mattoidi, si tradiscono spesso e qualche volta prima anche di commettere il delitto. Ed a prova si porta una fotografia dove certi assassini si fecero ritrarre in atto di ferire la vittima. I pretesi assassini e la pretesa vittima sono bravi giovani che io conosco e tutta la storiella  falsa. Certo lo scienziato fu ingannato e la sua buona fede non pu esser sospettata: ma intanto che cosa prova questo fatto?
Prova che questa pretesa scienza ha ancora molto da fare per potersi dire veramente tale, poich le osservazioni sue sono imperfette, il numero dei fatti osservati insufficiente e i metodi usati per stabilire le leggi generali soggetti per lo meno a cauzione. Se la canizie e la calvizie sono frequenti cos negli alienati che nei pensatori, non si pu ancora concludere che i calvi siano pensatori o i canuti siano matti. Se il pallore fu detto il colore dei grandi uomini, non si pu concludere altro per ora che i pallidi sono per lo pi anemici. Non  la grandezza dell'intelligenza che fa cos pallide molte ragazze nubili: ah, no!
Le conclusioni troppo precipitate confinano colle affermazioni gratuite, tanto pi che questa nuova scienza, essendo tuttora discussa e controversa, trascina i suoi sacerdoti alle esagerazioni troppo facili nella polemica. Si sa che gli scienziati veggono tutto attraverso gli occhiali della loro scienza e i medici sono facili a trovar malattie dappertutto, gli avvocati a trovar quistioni di diritto, ecc. Anzi i medici trovano un bel caso quello che  pi complicato, pi grave, e gli avvocati trovano che  una bella questione quella che  pi imbrogliata. Cos i psichiatri sono proclivi a trovar casi di pazzia dappertutto e nel caldo delle polemiche trovano specialmente che gli avversari non sono altro che matti. Nel libro che d occasione a queste parole si sentenzia addirittura che i fautori della cremazione dei cadaveri sono mattoidi o almeno discepoli di un mattoide. Tante grazie! Ma siccome in questo caso sono mattoide anch'io, mi permetto di chiedere quali sono i fatti che giustificano questa sentenza curiosa? Quali sono i fatti provati, che la vostra scienza sperimentale dichiara pur necessari per giungere a conclusioni di verit, che mi condannino al manicomio perch trovo che i romani non erano tutti matti quando bruciavano i cadaveri? Sta a vedere che non si potr essere di una opinione contraria a quella di un medico di matti senza essere dichiarato matto senza difesa e senza prove?
Ma non temono forse gli egregi scienziati che le loro sentenze si ritorcano? L'accusa di pazzia pu essere un'arma a doppio taglio e ferire chi primo la vibra. O che direbbero gli insigni psichiatri, cos facili a dispensare la patente di matto o di mattoide, se qualcuno affermasse invece che i mattoidi sono loro? E notino che, se mancassero gli argomenti sui quali essi fondano le loro sentenze, la grafomania, la calvizie, le deformazioni del cranio, si potrebbe invocare la sapienza delle nazioni, i proverbi, e colla scorta del notissimo "chi va col zoppo impara a zoppicare" si verrebbe a concludere che i veri matti sono i psichiatri.
Certo non voglio proferir io la sentenza. Voglio solo notare come le esagerazioni (che, dopo tutto, secondo gli stessi psichiatri, sono un altro carattere della pazzia) non conducono a deduzioni esatte e incontrovertibili. Io ho la testa assimetrica come il conte Faella, ma, per quanto i preti non siano la pi viva delle mie simpatie, protesto che non ne ho ammazzato nessuno e non sento nessun istinto che mi spinga ad ammazzarne.
Preferirei la cremazione all'inumazione, ma non credo che questa sia prova di debolezza cerebrale. E' vero che ho fatto dei versi e i versi sono un grave sintomo di pazzia, ma non ne faccio da tanto tempo che posso esser considerato come guarito. Domando dunque, nell'interesse anche di tutti i miei colleghi nelle aspirazioni crematorie e nelle abitudini di scarabocchiar la carta, che la scienza ci pensi un poco prima di dichiararci matti con tanta facilit e che non precipiti troppo le sue deduzioni poich il numero dei fatti dietro ai quali pretende di stabilir le sue leggi  troppo piccolo e poco sicuro. Domando che i fatti storici biografici siano prima bollati veri da una critica saggia e non accettati senza discussione da tutti gli Ana e le raccolte di aneddoti che vengono fuori. Non nego che l'antropologia criminale e la psichiatria abbiano fatto importantissime scoperte, ma domando che si ammetta come i sacerdoti di queste due venerabili scienze hanno spesso e volontieri errato o esagerato. Non si domanda ai sacerdoti della scienza se non la rinuncia alla prerogativa dell'infallibilit che si arrogano i sacerdoti cattolici. E non si dimanda molto, mi pare.
Che il Coccapieller sia un mattoide e forse peggio, si vede troppo bene anche senza usare i lumi della psichiatria. Il fenomeno merita davvero d'essere studiato, non tanto come tale, quanto per gli effetti che ha avuto: ma il farne un parallelo con Cola di Rienzo mi pare una di quelle audacie in cui la psichiatria ora  maestra. Ma che sappiamo noi del tribuno del medio evo di cos preciso, di cos sicuro, di cos intimo da poter osare uno studio intorno alle sue facolt intellettuali? Le cronache del tempo sono sobrie in fatto di particolarit personali e resta poi sempre a stabilire se il racconto loro sia conforme alla verit. La biografia che l'egregio alienista dei Due tribuni chiama la Vita di Cola di Zeffirino Re,  di autore incognito e si  disputato assai se fosse contemporaneo. Certo  scritta con quella evidenza delle cose popolari d'allora, ma i particolari sono accettabili in tutto? Mentre vediamo esitare il Muratori, vediamo l'alienista accettare non solo ad occhi chiusi, ma attribuire al Re, morto da non molti anni, una scrittura del secolo XIV. Come possiamo dunque accettare per indiscusse le deduzioni che trae lo scienziato da una biografia letta cos volando? Come possiamo accettare i termini del confronto che egli vuole istituire tra il Coccapieller e Cola di Rienzo? Via, la psichiatria corre un po' troppo.
Non bisogna giudicare della storia antica coi criteri appropriati ai fatti presenti, Atti che allora erano comuni e giustificati ora sarebbero strani e pazzeschi: ma ci non vuol dire che fossero pazzeschi allora. La liberazione de' prigionieri potenti non  un caso isolato e nel secolo dopo ne abbiamo un famoso esempio riuscito bene. La fiducia in un avvento dello Spirito Santo era allora in moltissimi, e da Giovacchino abate calabrese in gi, popolazioni intere aspettarono il nuovo Vangelo. L'esagerazione della potenza del nome di Roma era allora in tutti e la stessa istoria del Rienzi ci mostra che non era del tutto infondata. Molti statuti municipali di quel secolo e anche pi avanti, proibiscono alle vedove di piangere i mariti morti. Insomma non c' un atto del famoso tribuno che, giudicato alla stregua del suo tempo, si mostri anormale o stravagante. Non dico che il Rienzi non potesse esser tocco anch'egli nel nomine patris, ma mi pare che i documenti per affermarlo non siano sufficienti. Le allegorie, i giuochi di cifre allora erano comunissimi e non potevano essere segno di pazzia. Cesare vestiva la toga. Nel Bosisio il vestir la toga  segno di pazzia. Vogliamo noi giudicare il passato coi criteri applicabili al solo presente e dire che Cesare era matto perch vestiva la toga?
Lasciamo andare. Io rispetto pi che tutti l'ingegno e le convinzioni dell'illustre alienista, ma protesto che molte delle affermazioni sue non mi persuadono. Sar ch'io son profano alla psichiatria; sar, se vogliono, che sono un mattoide anch'io; sar che la scienza mi trova diffidente e qualche volta scettico dal momento che si  eretta in chiesa; sar quel che volete, ma il fatto  che troppo spesso, e non solo a me, vien sulle labbra il vecchio adagio: medice, cura te ipsum.
DI NUOVO I MATTI


Il professor Lombroso nelle Serate Torinesi rispose all'articolo qui dietro sul suo libro Due tribuni. I giornali ebdomadari, per buonissime ragioni, non fanno buon viso alle polemiche, ma potei rispondere.
L'egregio professore mi avvertiva che una delle idee madri del suo libro era appunto quella di far risaltare l'abisso che passa tra un monomaniaco di genio (Cola di Rienzo) e un mattoide (Coccapieller). Confesso candidamente che non me n'ero accorto, e m'era parso che il libro fosse tutto un paragone, non una serie di differenze. M'era parso che, per tutti e due i soggetti esaminati, si volesse provare la megalomania, la smania delle allegorie, ecc. Ma poich non ho capito che invece l'egregio professore intendeva di provare la immensa diversit che corre tra i due tribuni, mi rimetto a lui e taccio.
Resta ad ogni modo che pel Lombroso, Cola di Rienzo  un monomaniaco. Io non lo nego e non lo affermo: solo torno a chiedere le prove scientifiche di questo fatto. La lipemania del Tasso si pu provare, come ha fatto il Corradi, coll'esame dell'epistolario. Ma di Cola non ci rimane un pezzo autentico e sicuro di carta scritta, nessuno gli ha misurato il cranio, la temperatura o le pulsazioni. Restano delle cronache di ignoti, sulle quali gli eruditi disputano ancora. Sono da cercare in quelle cronache fatti concludenti, certi, per provare scientificamente la monomania di Cola? Non mi pareva; e perci osavo accusare la psichiatria di correre un po' troppo.
Non creda l'egregio professore che io rimpianga gli ideali distrutti. Le pare! Ammetto anzi che un tragico o un romanziere ci dipingano Cola come matto: solo non credo che la scienza abbia la stessa libert quidlibet audendi concessa ai vati. Io ho ricordato come il cavaliere senza macchia, Baiardo, avesse dei bastardi e ne aveva il santificabile Colombo: ho strepitato contro gli ideali retorici nella nota questione di Maramaldo. Si figuri se m'importa dell'equilibrio mentale di Cola di Rienzo! Ma quando chiedevo le prove allo scienziato non mi pareva di eccedere, come i carabinieri che chiedevano le carte al professor Pallaveri.
Ella mi dice che il genio  in gran parte affetto di iperemia cerebrale che, essendo comune anche ai pazzi, fa che spesso ambedue abbian comuni, non solo le parvenze, ma spesso l'indole tutta. Parole sue. (Badi che in questo periodo ella ripete due volte il che e due volte spesso. Debbo ritener sintomatica questa ripetizione?) Il genio dunque spesso  affetto da iperemia cerebrale. Ella lo afferma ed io mi astengo di chiederle prove scientifiche del fatto. Senza dubbio le prove abbonderanno e saranno ben pi concludenti che gli aneddoti del Reveill-Parise che ella ritiene autorevolissimi. E nemmeno ho la sfacciataggine di voler parlare di una scienza che ignoro. Solo mi permetto di chiedere uno schiarimento.
L'anatomia del cervello ha fatto grandi progressi, lo so. Ma la fisiologia del cervello  cos avanti? Conosco, per esempio, i bei lavori del Mosso; anzi ne ho parlato. Ma quei lavori ed altri analoghi, sono ben lontani pur troppo dal chiarirci quel grande enigma che  la massa cerebro-spinale, anzi l'intero sistema nervoso. Data questa nostra ignoranza, come facciamo noi ad essere cos sicuri, come vogliamo essere, nella definizione delle malattie nervose e della patologia del cervello? Quando un chirurgo trova quei tali fatti, diagnostica sicuro un tumore e lo taglia: e tutti gli altri fatti e sintomi uguali condurranno inevitabilmente e sicuramente alla diagnosi del tumore. Ma possiamo noi fare altrettanto nelle malattie del cervello? Riconosco che l'egregio Lombroso ed altri parecchi, si sforzano a ridurre a precisione scientifica i sintomi cerebrali per guidare a diagnosi sicure, ma mi permetto di dubitare che fino ad ora la vanit, la grafomania, la calvizie, ecc., ci siano guide sicure a diagnosticare la pazzia, cos come i sintomi del tumore sono sicuri pel chirurgo.
L'iperemia cerebrale  spesso comune al genio ed alla follia, dunque spesso i geni sono matti. Questo ragionamento non fa una piega, ma prova troppo. L'afflusso del sangue al cervello  una condizione normale del lavoro pel cervello stesso. Il cervello di Dante e il cervello di Coccapieller quando lavorano sono pi pieni di sangue; lo ammetto. Ma lo stesso accade nel cervello di un ragioniere, di un droghiere, di un arrotino. Quando i cervelli di questi ultimi hanno lavorato parecchio, non c' caso che l'iperemia si manifesti anche in loro? E potremo dunque ragionare allo stesso modo e dire: l'iperemia cerebrale  spesso comune ai droghieri ed ai matti; dunque spesso i droghieri sono matti?
E ritornando a bomba, chieggo dunque in via di schiarimento se siamo cos sicuri della fisiologia del cervello da poter sentenziare recisamente e tenere come anomalie quelle che forse non sono che le funzioni necessarie del lavoro?
Ma l'egregio professore mi dice: Noi non sentenziamo colla scorta di un sintomo solo, ma dietro un complesso di sintomi. Voi ragionate come un gobbo che dallo avere ciascuna delle vertebre sue perfettamente uguali a quelle dell'uomo dritto ne volesse concludere di non esser torto di schiena.
Ma no, egregio professore. Non so bene se una spina torta possa aver tutte le sue vertebre normali; ma io non sono scienziato e me ne rimetto a lei. Gli  invece nel complesso suo che non vediamo questa psichiatria, scienza cos positiva e provata come ci vorrebbero far credere.
Non ho paura delle novit perch non sono ancor vecchio: ma ho paura degli errori. Ho detto che i fatti citati sono spesso controversi e qualche volta errati. Ella mi dice di averli desunti dal Reveill-Parise, autorevolissimo, e che io me la prenda con lui. Veramente l'additare chi ci trasse in errore non  provare che non si err; ma prendiamocela pure col Reveill-Parise.
Nella Biblioteca dell'Universit di Bologna c' la quarta edizione (Dentu 1843) e l'ho trovata intonsa. Questa verginit del libro mettiamo che provi contro la cultura dei psichiatri di qui e non contro l'autorit dell'opera; ma intanto noto in riga di fatto che in quarant'anni la critica storica ha fatto qualche passo e le scienze ancora. Il Reveill-Parise dunque  un po' vecchiotto, ma  ad ogni modo un libro dove c' del buono. Io ci trovo queste belle parole:
"E' certo che le nostre scienze sono incerte e congetturali.... cos voi che domandate la certezza e volete sempre che vi si dica questo , questo non , rinunciate allo studio della scienza dell'uomo; voi non sareste mai soddisfatti, soprattutto nelle applicazioni positive". Parole d'oro.
Ma ci non toglie che gli aneddoti dei quali riboccano quei due volumi siano soggetti a cauzione. Il Reveill-Parise non dice mai dove li abbia presi. Per conto mio potrei provarne errati parecchi e non consiglierei di andare a raccontare a Vittorio Imbriani che Dante s'innamor a nove anni di Beatrice Portinari. Perch dunque vorremo cercare in quelle pagine dei fatti veri, sicuri, provati, concludenti, come sono necessari alle scienze che vogliono essere veramente positive?
La fotografia dei malfattori di Ravenna!... Prima di tutto badi, egregio professore, di non farmi dire quel che non ho detto. Non  sistema scientifico. Ho detto che conoscevo gli eroi della fotografia e non che siano miei amici. Poi ella conviene oramai che v'era sospetto d'omicidio, e nell'Uomo delinquente non disse cos. Finalmente che il prof. Magenta il quale le diede la fotografia sia persona rispettabilissima, nessun dubbio; ma la bugia fu detta probabilmente da chi gli sped la fotografia da Ravenna. Ho conosciuto un bel tipo di bugiardo maligno, capacissimo di averla mandata o portata a Pavia come spoglia opima delle proprie eroiche gesta.
E la cremazione?... Che ci sia anche meglio da fare in vantaggio dell'umanit, lo credo; ma permetta che non stimi mattoidi quelli che la promovono.
Ella vede, egregio professore, che seguendola passo passo nella sua risposta, siamo arrivati assai lontano da Cola di Rienzo e da Coccapieller. Mi ci ha condotto lei, abbia pazienza. Ora mi lasci tornare al punto di dove eravamo partiti.
Quando la scienza prova, solo i matti si rifiutano di prestarle fede. Ma quando non prova, o quando nelle maglie del suo ragionamento ce n' una sola che non tiene, la scienza non deve lagnarsi se trova degli increduli. Ora quando la scienza vuol darmi ad intendere che Cola di Rienzo era matto, Dante iperemico al cervello e cos via via, io, come i carabinieri citati pi sopra, dico fuori le carte. E se le carte non provano, stringo i freni.... cio mi stringo nelle spalle.
Questo  quello che io voleva dire nell'articolo incriminato, non per disprezzo della scienza, ma anzi per grande amore, volendola non sospettata come la solita moglie di Cesare. E la scienza appunto del cervello  quella che ha pi bisogno d'andar cauta, bambina ed imperfetta com': tanto bambina e tanto imperfetta, che appena conosce le funzioni dell'organo sul quale opera.
E nel dir questo non era certo intenzione mia far lezione a chi ha titoli e ingegno e studio per farla a me; e nemmeno mancare in nulla al rispetto che meritano le persone rispettabili. Solo esponevo quel che frulla in capo ad una unit del pubblico davanti ad un libro esposto appunto al giudizio del pubblico. Ed esprimevo rispettosamente il dubbio che davanti a certe audacie di concetto mal sorrette dal fatto, i profani non avessero a dire medice cura te ipsum.
N trovo che la risposta dell'egregio professor Lombroso debba farmi cambiare d'opinione.
DI SER PIETRO GIARDINI


Scusino i lettori se comincio parlando in prima persona del singolare; chi  in causa  proprio quella prima persona ed io sono troppo indulgente per vietarle di parlare.
L'antefatto  questo. Vittorio Imbriani, polemista tanto ingegnoso quanto nervoso, tolse a dimostrare in un suo opuscolo che Dante non nacque nel 1265, secondo la comune opinione, ma pi probabilmente nel 1268. In questo non c'entro. Altro  gustare la musica, altro  eseguirla. L'ascoltatore pu esser bene infarinato di crome e di biscrome, ma l'esecutore deve avere maggior bagaglio di studi; ed io, non mi sentendo sufficiente la voce e la preparazione, mi astengo dal cantare in questo difficile concerto. Ripeto dunque che non c'entro.
L'Imbriani, a provare la sua tesi, intentava un processo di falso al Boccaccio, che scrisse la vita di Dante. La data della nascita del Poeta sarebbe fissata dalla testimonianza del notaio ravennate Ser Pietro Giardini, raccolta dal Boccaccio; ma non avendo l'Imbriani trovato nessun documento di questo notaio negli archivi romagnoli, concluse esser Pietro Giardini una invenzione del novelliere certaldese, ed espresse anche alcune sue ipotesi, anzi convinzioni, intorno alla genesi del nome Pietro Giardini nel fertile cervello dell'inventore. Ora l'amico mio Corrado Ricci, che appunto studia gli amici di Dante nell'esilio ravennate, mi forn la fotografia di alcuni documenti che sono nell'archivio arcivescovile di Ravenna. Sono rogiti notarili scritti o dallo stesso Giardini o da altri che parlano di lui. Queste notizie pubblicai dichiarando bene che volevo soltanto stabilire l'esistenza del Giardini e non giudicare della veridicit sua o di quella del Boccaccio.
L'Imbriani mi rispose in un nuovo opuscolo intitolato "Che Dante probabilissimamente nacque nel 1268", ed io risposi subito.
Dice l'Imbriani - ch'io gli venni a far lezione e che il trovar documenti  spesso effetto del caso. Che non ho nessun merito nel ritrovamento, ma il caso mi fece imbattere nel Ricci il quale, a caso anch'egli, aveva trovato quegli atti. - Io rispondo che non mi attribuii alcun merito; che anzi, se c'era merito, lo lasciai tutto all'amico mio citandolo. Egli si sar imbattuto per caso in quei documenti che riguardano il Giardini, ma per cercava nell'archivio suddetto documenti appunto sul Giardini. Cos, mettiamo, s'io cercassi documenti intorno al Boccaccio, per lo stesso caso potrei trovarne negli archivi fiorentini. Quanto al far lezione, se l'Imbriani mi conoscesse, saprebbe ch'io non ho di queste superbie ed ho gi detto che di quel che non so bene mi guardo di parlare. Egli protesta di cercare la verit; lo stesso e niente altro faccio io. Del resto se, per comune disgrazia, uno di noi dovesse andare a scuola dall'altro, nervosi come siamo, i calamai volerebbero in scuola fitti come le mosche in luglio. E' meglio quindi discutere tranquillamente da Bologna a Napoli, senza che nessuno dei due pretenda di far lezione e torner il conto a quella verit che cerchiamo tutti e due.
Segue l'Imbriani dicendo - che in opere a stampa non trov testimonianza sul conto del Giardini e quindi dovette stare all'altrui fede. Ma che, parlando dei documenti, se disse non trovarsene, non disse con questo che non ce ne potessero essere. - Veramente la distinzione  un po' fina, vista la soppressione assoluta del Giardini che l'Imbriani aveva fatta nel suo primo opuscolo. Ma ecco che io ho cercato e trovato testimonianza del Giardini a stampa. Non mi rimbrotti l'Imbriani se provo gusto nel trovar queste cose. Egli che studia, sa bene che il trovare il bandolo di una matassa arruffata, il poter chiarire un fatto controverso,  una delle poche soddisfazioni dei poveri letterati. Anche questa volta egli dice che testimonianze a stampa non ne trov, ma anche questa volta invero non neg che ce ne potessero essere. Le ho trovate per lo stesso caso del Ricci, vale a dire cercandole dove m'imaginavo che fossero, nella pi nota raccolta di documenti ravennati, nei Monumenti ravennati del medio evo del Fantuzzi; opera citata e ricitata da tutti coloro che si occupano della storia e delle cose di Ravenna. Ivi, nel vol. II, pag. 395, anno 1291, si trova il Zardinus de Zardinis padre di Piero. Ivi, nel vol. V, pag. 192, anno 1336,  un atto notarile di Piero Giardini. Ivi, nel vol. III, pag. 401, troviamo Piero ascritto alla Scuola de' Pescatori. E quest'ultimo documento si trova anche in un altro libro, per verit meno conosciuto fuori di Romagna, nelle Notizie spettanti all'antichissima Scuola de' Pescatori o Casa Matha, di Camillo Spreti, vol. II, pag. 99. Nei volumi del Fantuzzi abbondano poi i Giardini come Michilinus, Ser Tura zio di Pietro ecc. Testimonianze di Ser Piero Giardini se ne trovano dunque a stampa.
L'Imbriani nota che in uno dei documenti da me prima citati trovasi Petrus filius Ser Zardini de Zardinis e dice "dunque non Ser Pietro di Messer Giardino notaio, figliuolo di dottore o cavaliere, come portano i testi del Boccaccio per colpa di menanti o per errore o amplificazioni del Certaldese, ma Ser Pietro di Ser Giardino notaio, figliuol di notaio!" Quando si dice il caso! Io trovo appunto che Giardino fu notaio, dottore in legge e cavaliere
Sarebbe ridicolo far colpa all'Imbriani del non aver potuto fare le ricerche che sono possibili soltanto a Bologna od a Ravenna; ma, per amore di quella verit che tutti cerchiamo, debbo provare che anche in questo il Boccaccio disse il vero. Nelle Memorie bolognesi del Ghiselli, manoscritte nella biblioteca dell'Universit di Bologna, vol. II, pag. 52, si legge: "Azzo d'Este signor di Ferrara cre alquanti cavalieri bolognesi i quali furono.... Lambertino Galluzzi, Opizzino della Puella, Simone de' Lambertini, Ugolino Garisendi, Giardino Giardini dottor di legge ecc." Ho ommesso molti nomi per non tediare, ma la lunga lista  certo copiata da qualche atto o cronaca antica, come il Ghiselli fa sempre; e se fosse prezzo dell'opera si potrebbe facilmente trovare la fonte della notizia. Il Giardini  qui confuso in mezzo a cavalieri bolognesi, il che non nuoce quando si sappia che in quel tempo egli era in Bologna ambasciatore dei Polentani durante la guerra de' piccoli tiranni romagnoli contro il Vicario della S. Sede. Per queste ambascierie si possono vedere le Storie del Ghirardacci e la creazione di questi cavalieri fu un tentativo di Azzo per ristabilire la pace. Dunque non errarono i menanti e non mentirono n il Boccaccio, n il notaio Pietro.
Una cosa che mi pare conosciuta da pochi  questa; che il Boccaccio ebbe parenti a Ravenna. Il Rossi nelle Storie Ravennati, lib. I nella pag. 8 ci dice: "Joannes Boccatius.... frequenter consueverat urbem hanc (Ravenna) ubi Boccatiorum familia Ravennas erat". Ed, a conferma, nella matricola della scuola de' pescatori, in quella stessa matricola dove  inscritto Pietro Giardini, troviamo un Bochaccius de Bochaciis. Mi sovviene, ma non con precisione, che il Petrarca in una epistola al Boccaccio gli ricorda i tuoi ravennati e che il Fracassetti traduce o annota nel senso generale di conoscenti od amici quei tuoi, invece, facilmente si riferisce a parenti. Ora, se il Giardini non ment, come crede lo stesso Imbriani, avrebbe mentito il Boccaccio riferendo l'et di Dante. Il Boccaccio, che abbiamo visto veritiero nelle minime particolarit intorno al Giardini, avrebbe poi messo in bocca a costui un discorso da poter essere facilmente smentito sia dai figli e parenti del Giardini, sia dai propri parenti ravennati che coi Giardini erano in relazione. Provato prima che interesse potesse avere il Boccaccio a inventare quella fiaba, resta a provare come non temesse poi di vedersi ripreso. Non dico questo per entrare nella quistione, ma l'aver trovata vera la persona del Giardini e tutte le particolarit riferite intorno a lui ed al padre suo, mi fa, per lo meno, esser guardingo nell'accusare di mendacio le parole che gli son poste in bocca.
Ma ormai basta. L'Imbriani che si  rallegrato da buon capitano, quando gli ho ucciso sotto un cavallo, si rallegrer certo vedendo che anche glielo seppellisco con tutti gli onori. N per questo mi ritengo un gran paladino. Al minimo coscritto pu ben capitare di tirar giusto, una volta, per caso.
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AD UN GIORNALE.
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Signor direttore,
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Un amico mi domand un libretto d'opera e glielo feci. Lo feci male per cento ragioni, met delle quali indipendenti da me, ma ad ogni modo lo feci male, anzi malissimo. Nel fabbricarlo m'accorgevo bene che razza di roba m'usciva di corpo, ma in quel tempo non dovevo alcun riguardo ad un pseudonimo sconosciuto, n pensavo ad una possibile pubblicazione. I nodi per vennero al pettine e l'amico, sulla soglia del palcoscenico, suppose che la notoriet del pseudonimo potesse aiutarlo. Accadde precisamente il contrario, ma intanto cedetti all'amicizia e firmai una Cloe che non avrei firmato nemmeno per scherzo.
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Nel Crepuscolo di Genova, Anno II, N. 39, un signor Arnaldo mi pettina a dovere a proposito della Cloe e mi canzona con una certa ironica superiorit che mi fa sospettare in lui un collega in Apollo, beato e contento di farsi vedere pi in alto degli altri: Canzonare non  criticare e certe canzonature potrei rimettergliele in tasca. Ma siamo intesi che l'autore, come l'attore, deve ascoltare tacendo gli sbadigli de' zerbinotti ne' palchi e le risa degli ubriachi in piccionaia.
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Ma il signor Arnaldo comincia cos: "Rellini sul Preludio, U. B. sulla Patria, Arminio sul Teatro italiano, Mistrali sulla Stella d'Italia ed anche un poco Piccolet sul Piccolo Faust hanno trovato di che lodare, ecc." E finisce cos: "Ma quando si dice... la societ di mutuo incensamento!"
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Ma, quando si dice.... la volgarit delle frasi fatte! L'aggettivo mutuo suppone che incensi anch'io. Ora, signor Arnaldo, mi dica quale di quei signori io abbia mai incensato. Non cerchi altri discorsi: risponda chiaro e categoricamente come  dover suo di onest'uomo; chi ho incensato io?
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E questa domanda non la farei nemmeno, se tra i nomi citati non ci fosse anche quello del Mistrali. Spero bene che il signor Arnaldo, cedendo alle lusinghe di una frase che faceva da scappata finale al suo articolo, non si sia accorto che dove voleva mettere una innocente malignit, ha messo invece una accusa grave e sanguinosa. Spero che non si sia accorto come dal suo articolo si possa dedurre che io incensi il Mistrali per esserne incensato. E mi rispetto troppo per scendere a discutere questa supposizione; solo voglio dire che non sarebbe male pensare a quel che si scrive, anche quando si fa della critica.
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E non sarebbe ora di smetterla con queste accuse di scuole, di consorterie letterarie che non sono e non possono essere se non Accademie organizzate e pagate a posta, come la Crusca? Voi altri, v'immaginate una scuola bolognese, disciplinata come un reggimento, costituita come una loggia massonica. Sognate un Carducci Venerabile, Panzacchi e Stecchetti Gran Luci e via via. Credete in una chiesuola feroce nella sua ortodossa e pronta a scomunicare quello che vien di fuori. Non cerchiamo chi abbia dato a bere simili panzane agli ingenui, ma il bello  che i pretesi adepti della scuola bolognese non hanno di comune fra loro che l'editore per la sufficiente ragione che ce n' uno solo.
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E, tuttavia essendo amici,  molto se c'incontriamo una volta al mese, e l'ultima volta che alcuni di noi si trovarono insieme, fu a tavola, per festeggiare il vostro Fernando Fontana. Non sapete dunque che quando Paolo Ferrari, ma che dico! quando il Marenco assistevano alla rappresentazione d'una loro commedia, qui c'era un pubblico che li chiamava al proscenio quando volevano? Dove li pescate dunque questi esclusivismi, queste consorterie, questi mutui incensamenti?
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Pur troppo  cos. Basta che a Precotto uno stampi un lunario e un altro lo compri perch la critica strilli come un'oca spennata contro la scuola di Precotto e tiri fuori i soliti luoghi comuni di consorteria, di mutui incensamenti e di chiesuole. Ma dove era questa feroce, questa esclusiva chiesa bolognese, quando Arrigo Boito, gi crocifisso a Milano, resuscitava a Bologna?
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E dichiarando che, quanto a me, ho in tasca tutte le scuole e tutte le chiese, le levo l'incomodo, signor Direttore, e la ringrazio.
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COMMIATO.
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Il libro  finito.
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Dentro la nebbia argentea e densa che sale sin qua sul colle, s'indovina la gran tristezza delle cose che finiscono. Cadono le foglie e l'inverno  vicino.
Non si vede pi la citt dove nacquero i miei figli, n il piano dove dormono i miei morti. I lontani rumori della vita giungono indeboliti attraverso al velario grigio e soffice che fascia gli alberi e la casa. I contadini ritornano dal campo riconducendo i bovi e l'aratro perch la terra troppo inzuppata non si pu lavorare e sul prato non saltano pi i bimbi perch l'erba bagnata non lo consente. Domani  il giorno dei morti.
E mi ricordo il sole che dorava il piano sterminato fino alle Alpi azzurre e i campi gialli di spighe e l'ombra opaca delle querce e la vita e la gioia dei giorni sereni. E mi ricordo le liete ore di lavoro davanti al balcone aperto, trascorse in pace rivedendo queste pagine e mi ricordo....
Ahim, di troppe cose mi ricordo!
Riveggo tutta la mia vita passata con le sue gioie e i suoi dolori. Passo la rassegna delle opere e dei pensieri colla tristezza di chi non rivedr pi mai il tempo e le persone che furono e, sola mia consolazione,  l'assenza di ogni rimorso.
Scruto questa nebbia che mi cinge e mi conforto che al di l non lasciai nessuna colpa e seguito tranquillo questa via che mi conduce lentamente alla fine....
Ed ecco, anche il libro  finito!
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Gaibla (Bologna), 1. Novembre 1907.
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FINE.
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NOTE al testo.
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(1) Il Martini, diventato Ministro, si mise di buona e forte voglia a riformare ed a curare le Biblioteche. Il regolamento che vige ancora da parecchie decine d'anni  suo. Alcune, quindi, di queste osservazioni, sono un po' invecchiate, ma nell'insieme, sono fresche anche ora.
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(2) Questo brano e il seguente sono vecchi come il cucco, ma siccome le cose non hanno cambiato, conservano ancora la freschezza delle rose novelle.
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(3) Quando scrivevo queste chiacchiere, la milizia territoriale che doveva rattoppare il buco fatto nello Statuto colla abolizione della Guardia Nazionale, era un mito. Quel che ora sia, non lo so.
O. G.
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(4) (Dal Giornale Verde e Azzurro che chiedeva a parecchi scrittori come passassero l'estate. Milano, agosto 1903).
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(5) Proemio ad un libro del compianto mio Maestro A. Marescotti, intorno al Socialismo.
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(6) Dal Corriere Filodrammatico, Bologna, 1904.
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(7) Il ricordo sar eretto.
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(8) Pubblicai alcune cifre in proposito che si dissero errate. Lo ammetto, ma migliaio pi, migliaio meno, la sostanza del fatto resta, cio la locupletazione del Pastore, in quella misura che sia, dove i Predecessori si erano impoveriti: quindi minor spirito di evangelico disinteresse in Lui che negli altri. Il che volevo provare.
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(9) Ingiurie ad un Vescovo! Fummo condannati tutti con entusiasmo, compreso un egregio signore che non aveva mai scritto una riga nel Lamone, ma distribuito per conto suo una preghiera sua che si ritenne offensiva a Monsignore. Il reato, se era tale, era ben diverso per circostanze di luogo, di esecuzione e di figura, ma fummo legati tutti in un fascio e giudicati a catafascio senza una sentenza che legittimasse l'abbinamento delle cause e giustiziati senza facolt di prove.
Parr strano, ma  vero.
Per l'intervento del Presidente, in Corte d'appello la lite fu transatta cos: 1. Che si rilasciasse un ampio certificato e brevetto di onest e disinteresse al Querelante. 2. Che gli si pagassero alcune migliaia di lire per le spese. Il che fu fatto con gioia e fummo liberi finalmente da un litigio ripugnante e gi pregiudicato per la negata facolt delle prove. I quattordici versi del sonetto mi costarono circa dugento cinquanta lire l'uno, ma le pagai volentieri e certificai tutto quel che si volle perch, con quel laccio alla gola, mi pareva di aver perso fino la libert di sputare dove mi talenta.
Avverto che queste polemiche furono a suo tempo stampate, messe in vendita e vendute senza molestia.
Dolus malus abesto et Jurisconsultus.
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(10) Qui e altrove si allude alle carte leopardiane serbate dal Ranieri. Dopo la morte di lui furono rese pubbliche, ma lascio le parole come le scrissi allora, perch indice del come se ne pensava allora e non soltanto da me.
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(11) Queste chiacchiere a proposito del libro del Piergili mi valsero cortesi lettere della vedova Leopardi nelle quali si sosteneva che io era in errore. Non seppi che rispondere allora, n lo so oggi, poich qui esponevo l'impressione mia di spettatore, null'altro; non  facile difendere le impressioni coi ragionamenti. Se ho errato, me ne dolgo ed espongo al pubblico il mio peccato in tutta la sua bruttezza, poich non ho mutato una parola. Se qualche cosa di vero ho detto, chieggo scusa pel modo, che ora, a mente fredda, mi pare un po' aspro.
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FINE.